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Incapacità Di Intendere E Di Volere

17 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La condizione mentale di chi non è in grado di comprendere il significato delle proprie azioni (intendere) o di auto-determinarsi (volere), che può escludere o diminuire la responsabilità penale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Reato di evasione: la Cassazione respinge il ricorso
Un cittadino ha impugnato la condanna per il reato di evasione sostenendo l'assenza dell'elemento soggettivo per una presunta incapacità di intendere e di volere e chiedendo la concessione delle attenuanti generiche. I giudici di merito hanno escluso qualsiasi prova medica o fattuale su tale stato mentale e hanno respinto le attenuanti per genericità dei motivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile poiché privo di censure specifiche e fondato sulla semplice riproposizione di tesi già smentite. L'imputato ha perso definitivamente il giudizio ed è stato condannato al pagamento delle spese di giustizia e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Incapacità di intendere e di volere: Cassazione respinge ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale inflitta a un imputato, respingendo integralmente l'atto di impugnazione. L'imputato aveva richiesto il riconoscimento dell'esimente per particolare tenuità del fatto e aveva sostenuto una presunta incapacità di intendere e di volere al momento delle azioni contestate. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile perché basato su mere supposizioni generiche e sulla riproposizione di argomenti già esaminati e motivati nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha escluso vizi logici nella valutazione del comportamento dell'uomo e lo ha condannato al pagamento delle spese di giudizio e a una sanzione di tremila euro.
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Resistenza a pubblico ufficiale: prosciolta ma con misura
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una persona prosciolta per totale incapacità di intendere e di volere dal delitto di resistenza a pubblico ufficiale. I giudici di merito avevano disposto nei suoi confronti una misura di sicurezza a causa della sua pericolosità sociale. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando la ricostruzione dei fatti, invocando la reazione ad atti arbitrari del pubblico agente e lamentando l'assenza di un termine di durata per la misura applicata. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: le questioni non sollevate nei gradi precedenti sono precluse, la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e l'omessa durata della misura si intende fissata per legge al minimo edittale. L'imputata dovrà versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale e pericolosità sociale
Un condannato per maltrattamenti e lesioni ha chiesto la concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la richiesta a causa di un recente omicidio commesso dall'uomo, nonostante il proscioglimento per vizio totale di mente con applicazione della libertà vigilata. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'irrilevanza di un fatto privo di colpevolezza e sottolineando i progressi del percorso terapeutico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per concedere l'affidamento in prova al servizio sociale, la valutazione della pericolosità sociale attuale e la prevenzione del rischio di recidiva sono prevalenti rispetto ai miglioramenti della salute mentale.
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Pericolosità sociale: illegittima la misura senza perizia
Il Tribunale di sorveglianza disponeva l'applicazione della libertà vigilata per un anno nei confronti di un soggetto assolto per vizio di mente. Il giudice confermava la pericolosità sociale valorizzando la mancata collaborazione con i servizi per le dipendenze, ma ometteva di attendere gli esiti degli accertamenti psichiatrici precedentemente disposti. La difesa presentava ricorso per cassazione deducendo il vizio di motivazione e la carenza istruttoria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e annullato il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudizio di pericolosità sociale richiede una valutazione attuale, rigorosa e completa della personalità e delle patologie dell'interessato.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condanna confermata
Un imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La difesa contestava la mancata assunzione di una prova decisiva volta ad accertare la presunta incapacità di intendere e di volere dell'uomo al momento del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per genericità dei motivi. L'imputato non ha allegato elementi concreti a supporto delle proprie affermazioni, limitandosi a mere asserzioni prive di fondamento probatorio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale, ponendo a carico del ricorrente le spese processuali e il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Validità testamento pubblico: la prova dell’incapacità
La Corte d'Appello ha confermato la validità testamento pubblico redatto da una donna prima di mancare. Il fratello contestava l'atto allegando l'incapacità di intendere e volere della congiunta, ma i riscontri medici e i test cognitivi effettuati a ridosso della firma hanno dimostrato la piena lucidità della testatrice, respingendo l'impugnazione.
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Azione di riduzione: testamento valido ma la battaglia continua
Il testatore nomina la compagna erede universale, diseredando la figlia. Quest'ultima e le nipoti impugnano il testamento per incapacità del defunto. Il Tribunale annulla il testamento, ma la Corte d'Appello ribalta la decisione, ritenendo il testatore capace e dichiarando rinunciata l'azione di riduzione perché non riproposta formalmente. La Cassazione rigetta la contestazione sulla capacità del testatore, confermando che il giudice può valutarla anche dalla logica del testo testamentario. Tuttavia, accoglie il ricorso sulla riproposizione delle domande: la parte vittoriosa in primo grado non deve proporre un appello incidentale per le domande assorbite. È sufficiente richiamarle chiaramente negli atti difensivi. La causa torna in appello per decidere sull'azione di riduzione.
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Resistenza a pubblico ufficiale: parziale vizio di mente e condanna
Un cittadino, condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato sosteneva che la sua parziale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto escludesse il dolo, ossia l'intenzione cosciente di commettere il reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che la contestazione era del tutto generica e non si confrontava con le motivazioni già espresse dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando la condanna precedente.
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Incapacità di intendere e di volere: condanna per il borderline
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato che lamentava il mancato riconoscimento di un vizio di mente legato alla propria personalità borderline. I giudici hanno confermato che non vi erano elementi idonei a dimostrare una reale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto corretto il diniego delle attenuanti generiche e la determinazione della pena, giustificati dai numerosi precedenti penali e dalla recidiva dell'uomo. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: condanna ferma senza perizia psichiatrica
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione aggravata a carico di un uomo, dichiarando inammissibile il suo ricorso. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e la mancata concessione di una perizia psichiatrica. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione. Inoltre, hanno ritenuto corretta la decisione dei giudici di merito di negare la perizia, poiché la documentazione medica non dimostrava alcuna incapacità di intendere e di volere. L'imputato si era infatti dimostrato pienamente consapevole delle proprie azioni e delle loro conseguenze. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Incapacità di intendere e di volere: quando il disturbo non evita la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sentenza d'appello. La difesa ha sostenuto la presenza di un vizio di mente per escludere la responsabilità penale, richiedendo anche l'applicazione della particolare tenuità del fatto e una riduzione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che i disturbi della personalità dell'Imputato non hanno influito sulla commissione del reato, escludendo l'incapacità di intendere e di volere. Inoltre, l'intenso pregiudizio arrecato alla vittima impedisce l'applicazione della causa di non punibilità, mentre la determinazione della pena vicina al minimo edittale risulta corretta e proporzionata. L'Imputato perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso immediato per Cassazione inammissibile sull’assoluzione
Il Procuratore generale ha proposto un ricorso immediato per Cassazione contro la sentenza del Tribunale che ha assolto l'Imputata dai reati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Il giudice di primo grado aveva ritenuto la donna non punibile a causa di una totale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. L'accusa lamentava una motivazione carente sulla ricostruzione dei fatti e sulla patologia psichica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il ricorso immediato per Cassazione non può essere utilizzato per contestare semplici vizi di motivazione senza indicare specifiche incongruenze con le prove, rendendo i motivi generici e non valutabili in questa sede. Di conseguenza, l'assoluzione dell'Imputata è stata confermata in via definitiva.
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Delitto di evasione: la finta pazzia non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il delitto di evasione. La difesa sosteneva l'incapacità di intendere e di volere del ricorrente, richiedendo una nuova perizia psichiatrica. I giudici hanno respinto la richiesta poiché la perizia proposta era stata redatta cinque anni dopo i fatti e non vi erano prove di disturbi mentali all'epoca del reato. La Corte ha inoltre confermato la pericolosità sociale del soggetto, desunta da uno stile di vita incline alla recidiva e da precedenti condanne per reati simili. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Annullamento testamento incapacità: la prova rigorosa
Un figlio impugna il testamento della madre, che favoriva la nipote, sostenendo una sua incapacità mentale a causa di demenza. La Corte ha respinto la richiesta di annullamento del testamento per incapacità, stabilendo che la diagnosi non è sufficiente. Chi contesta il testamento deve fornire una prova rigorosa dell'incapacità totale al momento esatto della redazione, onere probatorio non soddisfatto nel caso di specie.
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Incapacità di intendere e volere: va accertata?
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto, stabilendo un principio cruciale: prima di qualsiasi valutazione sul merito del reato, il giudice ha l'obbligo di accertare e motivare adeguatamente sulla presunta incapacità di intendere e di volere dell'imputato. Nel caso di specie, un imputato per rissa aveva sollevato dubbi sulla sua capacità mentale, ma la Corte d'Appello aveva omesso di disporre i necessari approfondimenti, vizio che ha portato all'annullamento della decisione.
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Incapacità da stupefacenti: quando è rilevante?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso basato sulla presunta incapacità da stupefacenti dell'imputato. La Corte ribadisce che, per escludere l'imputabilità, la tossicodipendenza deve configurarsi come una vera e propria patologia cerebrale permanente, condizione non dimostrata nel caso di specie dalla documentazione medica prodotta.
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