La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi presentati dal Pubblico Ministero e da un imputato per traffico di stupefacenti. L'accusa contestava l'assoluzione di una donna accusata di associazione criminale, basata solo sulle dichiarazioni generiche di un collaboratore di giustizia prive di conferme. L'altro imputato contestava la propria condanna per spaccio, ritenendo inattendibili le accuse del pentito. La Suprema Corte ha chiarito le regole sulla chiamata in correità: le dichiarazioni dell'accusatore richiedono riscontri esterni precisi e individualizzanti. I giudici hanno confermato l'assoluzione della donna, poiché le sue azioni rispondevano a comprensibili ragioni familiari e non a ruoli di vertice nel clan. Al contempo, la Corte ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per il fornitore, supportata da pedinamenti, celle telefoniche e intercettazioni.
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