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Fideiussore

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313 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Accertamento negativo del credito: i garanti battono la banca
I garanti di una società fallita hanno avviato una causa di accertamento negativo del credito contro una banca, contestando l'applicazione di interessi illegittimi e commissioni non dovute. La banca non è stata in grado di produrre la documentazione contabile completa per dimostrare il proprio credito. La Corte di Cassazione ha confermato che, anche nei giudizi di accertamento negativo del credito, spetta alla banca l'onere di provare l'esatto ammontare del proprio credito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'istituto di credito, che pretendeva di far valere come prova l'ammissione al passivo fallimentare della società debitrice principale. I garanti hanno quindi vinto definitivamente la causa, venendo liberati da ogni pretesa economica, mentre la banca è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Revoca degli affidamenti: quando il debito supera la buona fede
Una società e i suoi fideiussori si sono opposti a un decreto ingiuntivo di oltre 500.000 euro richiesto da una banca per saldi negativi di conto corrente. I debitori contestavano l'applicazione di interessi usurari e anatocistici, lamentando anche il danno subito per l'improvvisa revoca degli affidamenti. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto l'opposizione, confermando la legittimità del recesso della banca a causa della grave esposizione debitoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno chiarito che il giudice può rilevare d'ufficio la nullità delle clausole sugli interessi e che la revoca degli affidamenti era ampiamente giustificata dal debito accumulato, escludendo ogni violazione del principio di buona fede da parte dell'istituto di credito.
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Azione revocatoria ordinaria: il fondo familiare non salva il garante
Una banca ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro un fideiussore che aveva inserito i propri immobili in un fondo patrimoniale dopo aver garantito i debiti del coniuge. Il fideiussore sosteneva che il debito non fosse scaduto e che esistessero altri soci di fatto con patrimoni capienti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fideiussore. I giudici hanno chiarito che il credito sorge al momento della firma della fideiussione e non alla scadenza del debito principale. Inoltre, trattandosi di atto gratuito, basta la consapevolezza del pregiudizio, dimostrabile anche tramite presunzioni. Infine, la mancata riproposizione specifica delle richieste istruttorie all'udienza di precisazione delle conclusioni equivale a rinuncia. Il fondo patrimoniale resta quindi inefficace nei confronti del creditore.
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Azione revocatoria ordinaria: donare ai figli non salva la casa
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro un fideiussore e i suoi familiari per far dichiarare inefficace la donazione ai figli della quota di nuda proprietà di un prestigioso immobile. La banca sosteneva che l'atto pregiudicasse la garanzia del proprio ingente credito. Il Tribunale ha accolto parzialmente la domanda, revocando la donazione della quota paterna. Successivamente, sia il padre sia i figli hanno proposto separati ricorsi in Cassazione contro la decisione d'appello. La Suprema Corte, rilevando la pendenza di due impugnazioni distinte contro lo stesso provvedimento, ha disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo per consentire la riunione obbligatoria dei ricorsi, garantendo così un unico giudizio.
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Sfratto e principio di autosufficienza: l’errore che costa caro
Il Locatore avvia uno sfratto per morosità contro Il Conduttore e il suo Fideiussore. Il Tribunale dichiara la risoluzione del contratto. La Corte d'Appello dichiara inammissibile l'appello dei soccombenti perché tardivo, essendo stato notificato oltre i trenta giorni dalla notifica della sentenza di primo grado avvenuta via PEC. Il Conduttore e il Fideiussore ricorrono in Cassazione sostenendo una diversa data di notifica cartacea. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso per violazione del principio di autosufficienza. I ricorrenti non hanno trascritto né localizzato con precisione i documenti necessari a smentire la ricostruzione dei giudici d'appello, limitandosi a contrapporre una propria versione dei fatti senza confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata.
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Azione revocatoria: il trust fittizio non salva la casa dal debito
Un imprenditore, garante dei debiti della propria società, ha istituito un trust familiare trasferendovi l'unico immobile di sua proprietà per sottrarlo ai creditori. La banca creditrice ha promosso un'azione revocatoria per rendere inefficace il trasferimento. Il debitore ha contestato l'azione sostenendo che il credito era ancora incerto e oggetto di causa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del debitore, confermando che l'azione revocatoria può essere avviata anche a tutela di un credito litigioso, cioè non ancora definitivo. Di conseguenza, il trasferimento dell'immobile nel trust rimane inefficace nei confronti dei creditori, che potranno aggredire il bene per soddisfare il proprio credito di oltre quindici milioni di euro.
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Onere della prova nei contratti bancari: clienti condannati
Gli Eredi del Correntista e il Fideiussore hanno citato in giudizio la Banca per ottenere il ricalcolo del saldo di un conto corrente aperto nel 1987, contestando l'applicazione di interessi usurari e anatocismo. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda per mancato assolvimento dell'onere della prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei clienti. La Suprema Corte ha ribadito che l'onere della prova nei contratti bancari spetta al cliente che agisce in giudizio per la ripetizione dell'indebito. Poiché il ricorso è stato presentato nonostante una proposta di definizione che ne evidenziava la palese infondatezza, i ricorrenti sono stati condannati anche per abuso del processo al pagamento delle spese legali e di sanzioni pecuniarie.
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Azione revocatoria ordinaria: nuda proprietà a figlie bloccata
Un istituto bancario ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro un fideiussore che aveva ceduto alle figlie conviventi la nuda proprietà di un appartamento e di un garage, riservandosi l'usufrutto. Il debitore sosteneva che la vendita servisse a estinguere debiti scaduti e che le figlie non fossero a conoscenza del pregiudizio arrecato ai creditori. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del creditore, ritenendo provata la consapevolezza delle figlie e rilevando che il debitore possedeva altri immobili, escludendo quindi la strumentalità esclusiva della vendita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del debitore, confermando la decisione di merito. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione delle prove e delle presunzioni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità.
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Riassunzione del processo: l’erede già in causa deve dichiararsi
Una banca agisce contro una società e i suoi fideiussori per un debito di conto corrente. Durante il giudizio di primo grado, uno dei garanti muore, interrompendo la causa. Un'altra garante, già parte del processo in proprio e unica erede del defunto, deposita un ricorso per la riattivazione del giudizio senza però specificare formalmente la propria qualità di erede. La Corte d'Appello dichiara l'estinzione della causa rispetto al defunto. La Cassazione conferma la decisione, stabilendo che la riassunzione del processo interrotto richiede sempre la formale spendita della qualità di erede, anche se il soggetto è già costituito in proprio. Viene inoltre dichiarata l'inammissibilità dell'intervento del cessionario del credito e confermato l'obbligo dell'avvocato antistatario di restituire le spese legali dopo la riforma della sentenza.
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Onere della prova nei contratti bancari: ko dei garanti
Alcuni fideiussori si oppongono al decreto ingiuntivo ottenuto da una banca per il saldo passivo di un conto corrente, contestando l'applicazione di tassi usurari, l'indeterminatezza della commissione di massimo scoperto e la mancanza degli estratti conto. La Corte d'Appello respinge l'opposizione. I garanti ricorrono in Cassazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Riguardo all'onere della prova nei contratti bancari, i giudici chiariscono che, sebbene il giudice possa rilevare d'ufficio la nullità delle clausole sui tassi usurari, spetta comunque al cliente o al garante fornire i documenti e le prove matematiche degli interessi applicati. Inoltre, i motivi di ricorso devono contestare in modo specifico le ragioni della decisione precedente, senza limitarsi a riproporre le tesi difensive già respinte. I ricorrenti perdono la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Cessione dei crediti in blocco: la banca perde senza prove
Una società finanziaria ha promosso un'azione revocatoria per rendere inefficace la vendita di un immobile tra un padre, debitore-garante, e suo figlio. La società sosteneva di aver acquistato il credito tramite una cessione dei crediti in blocco. Il Tribunale ha respinto la domanda per mancanza di prove sulla titolarità del credito specifico. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo che il silenzio dei debitori in un altro procedimento esecutivo equivalesse a un riconoscimento implicito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del figlio: chi sostiene di aver acquistato un credito in blocco deve dimostrare con precisione che quel singolo debito rientrava nell'operazione di acquisto. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza d'appello, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Usura sopravvenuta: perché la banca vince contro l’azienda
L'Azienda e i suoi Fideiussori hanno proposto opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto da La Banca per il pagamento di un debito di conto corrente. Tra i vari motivi, i debitori lamentavano l'applicazione di tassi di interesse divenuti superiori al tasso soglia nel corso del rapporto, configurando un'ipotesi di usura sopravvenuta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha ribadito che l'usura sopravvenuta non comporta la nullità o l'inefficacia delle clausole contrattuali se il tasso pattuito originariamente era inferiore alla soglia di legge al momento della stipula. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Vizio di ultrapetizione: la banca chiede meno ma il giudice dà di più
Un correntista e la sua garante hanno impugnato la decisione della Corte d'Appello che li condannava a pagare alla banca saldi passivi e interessi ultralegali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i primi due motivi di ricorso relativi alla valutazione delle prove e all'estensione della fideiussione. Ha invece accolto il terzo motivo, rilevando un evidente vizio di ultrapetizione. La banca aveva infatti limitato la propria richiesta di interessi entro i limiti dei tassi soglia antiusura, ma i giudici di secondo grado avevano condannato i ricorrenti al pagamento degli interessi ultralegali senza applicare tale limite. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria ordinaria: donazioni contro debiti in Cassazione
Un'azienda creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficaci tre donazioni immobiliari compiute dai garanti di una società debitrice. Il Tribunale ha inizialmente respinto la domanda, ritenendo che il patrimonio residuo fosse sufficiente e che il decreto ingiuntivo fosse successivo alle donazioni. La Corte d'appello ha invece accolto la richiesta, stabilendo che basta la consapevolezza del danno al creditore, dimostrabile anche tramite indizi. I garanti hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la regolarità delle notifiche all'estero e la prova del danno. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, ha rimesso la causa alla pubblica udienza per approfondire le questioni sollevate.
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Autonomia del conto anticipi: banca vince contro il garante
Una banca ha richiesto il pagamento di un debito derivante da un conto anticipi su fatture ai garanti di una società. I garanti si sono opposti, sostenendo che la mancanza degli estratti del conto corrente ordinario impedisse di verificare il reale debito. La Corte d'Appello ha condannato i garanti, ritenendo provato il credito. La Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso. La Corte ha stabilito che l'autonomia del conto anticipi rispetto al conto corrente ordinario dipende dagli accordi tra le parti. Se il conto è autonomo, il saldo negativo prova il debito. Spetta al debitore dimostrare eventuali pagamenti estintivi avvenuti sul conto ordinario. Vince la banca, che ha diritto al recupero del credito, mentre il garante perde e deve pagare anche le spese legali.
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Attenuante del risarcimento del danno negata per finto bonifico
L'Imputata ha impugnato la sentenza d'appello che le negava l'attenuante del risarcimento del danno. Nel caso specifico, un ente garante (Il Fideiussore) aveva risarcito il danno causato alla Pubblica Amministrazione (La Regione). L'Imputata sosteneva di aver successivamente rimborsato il garante, facendo propria la riparazione. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'Imputata aveva inizialmente ostacolato e ritardato l'intervento del garante creando una falsa apparenza di adempimento personale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la condotta ostruzionistica esclude la tempestività e la reale volontà riparatoria necessarie per concedere l'attenuante del risarcimento del danno. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Estensione della transazione al fideiussore: il garante è salvo
Una società debitrice, garantita da due fideiussori, avviava una causa contro la banca creditrice. A seguito del fallimento della società, la banca e il curatore fallimentare stipulavano un accordo transattivo che riduceva notevolmente il debito complessivo. Successivamente, la banca chiedeva ai fideiussori il pagamento dell'intero debito originario tramite decreto ingiuntivo. I garanti si opponevano invocando l'accordo transattivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società di recupero crediti, confermando che l'estensione della transazione al fideiussore è pienamente legittima ai sensi dell'articolo 1304 del codice civile. I fideiussori, pur essendo estranei all'accordo, possono avvalersi della riduzione del debito concordata tra il creditore e il debitore principale, neutralizzando così la pretesa originaria della banca.
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Contratto di leasing: perché l’assenza di TAEG non lo annulla
Una società di trasporti e i suoi garanti si sono opposti al pagamento dei canoni per un impianto di lavaggio industriale, contestando la validità del contratto di leasing. Gli opponenti lamentavano la mancata indicazione del TAEG e il superamento del tasso soglia usura, chiedendo di includere le spese di assicurazione del bene nel calcolo degli interessi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nei contratti commerciali, l'omessa indicazione del TAEG non comporta la nullità del contratto. Inoltre, le spese di assicurazione del bene concesso in godimento non vanno incluse nel calcolo dell'usura se manca un collegamento diretto con la concessione del credito. Di conseguenza, il contratto di leasing è stato ritenuto valido e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Fideiussore o amministratore? Il regolamento di competenza fallisce
Un garante ha proposto un regolamento di competenza contro una società di leasing, contestando la decisione del Tribunale che aveva respinto l'eccezione di incompetenza territoriale basata sul foro del consumatore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza del Tribunale non aveva natura decisoria definitiva sulla competenza, poiché non era stata preceduta dal necessario invito alle parti a precisare le conclusioni. Di conseguenza, il garante ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Opposizione a decreto ingiuntivo: errore fatale costa il credito
Una banca otteneva un decreto ingiuntivo contro una società e i suoi fideiussori. Questi ultimi proponevano opposizione a decreto ingiuntivo, ottenendo la revoca del provvedimento in primo grado. In appello, la banca cercava di produrre i documenti della fase monitoria solo allegandoli alla comparsa conclusionale. La Corte d'Appello dichiarava inutilizzabili tali documenti. La Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso della società cessionaria del credito inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che è onere dell'appellante produrre tempestivamente i documenti su cui fonda l'impugnazione, non potendo rimediare a tale omissione allegandoli tardivamente all'ultimo atto difensivo, che ha solo funzione illustrativa.
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