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Fideiussore

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313 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Legittimazione ad agire del socio: conti societari intoccabili
I Fideiussori, soci di una società di capitali fallita, hanno contestato il saldo di un conto corrente aziendale e richiesto la restituzione delle somme pagate in eccedenza alla Banca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la legittimazione ad agire del socio non sussiste per far valere in giudizio diritti esclusivi della società. Anche la qualità di fideiussore non attribuisce il potere di avviare azioni attive spettanti al debitore principale, ma solo di opporre eccezioni. Di conseguenza, i garanti non possono richiedere la rideterminazione del saldo del conto corrente della società. La Banca vince definitivamente la causa e i ricorrenti sono condannati a pagare le spese processuali.
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Disconoscimento copie fotostatiche: la fotocopia batte il rinvio
La Società e il Fideiussore hanno citato in giudizio La Banca per contestare il saldo del conto corrente. La Banca ha risposto chiedendo il pagamento del debito residuo e producendo le copie dei contratti. I giudici d'appello hanno rigettato la richiesta della Banca, ritenendo che i clienti avessero contestato la validità delle fotocopie. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della Banca. Il principio stabilito chiarisce che il disconoscimento copie fotostatiche non può essere generico o basarsi su una semplice opposizione formale. Per togliere valore probatorio alle copie, serve una contestazione chiara, specifica e tempestiva. Di conseguenza, la sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Notifica del ricorso in Cassazione: stop dei giudici sui garanti
Una società finanziaria ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una società utilizzatrice e i suoi garanti per il mancato pagamento dei canoni di un contratto di leasing. Alcuni garanti hanno proposto ricorso, ma la Corte di Cassazione ha rilevato la mancanza delle prove di ricezione della notifica nei confronti di altri soggetti interessati. Con questa ordinanza interlocutoria, la Corte ha concesso sessanta giorni di tempo per perfezionare la notifica del ricorso in Cassazione o depositare le ricevute mancanti, rinviando la decisione sul merito.
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Caparra confirmatoria: il dubbio sui vecchi debiti compensati
Un acquirente firma un contratto preliminare per un terreno agricolo, indicando come caparra confirmatoria una somma già versata in precedenza per estinguere un debito della venditrice. Scoperti gravi gravami ipotecari sul bene, l'acquirente recede e chiede il doppio della caparra, garantito anche dal marito della venditrice. La Corte d'Appello condanna i coniugi alla restituzione. La venditrice propone ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, con ordinanza interlocutoria, rileva la mancata notifica del ricorso al coniuge garante e ordina l'integrazione del contraddittorio. Inoltre, ritenendo la questione della validità della caparra confirmatoria per somme già versate ad altro titolo priva di precedenti specifici, rinvia la causa alla pubblica udienza.
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Contratto di factoring: il garante perde se contesta in modo generico
Un garante si oppone al decreto ingiuntivo richiesto da una banca per il recupero di un credito derivante da un contratto di factoring stipulato con una cooperativa. Il garante contesta l'esistenza del debito, lamentando la mancata contabilizzazione di un saldo attivo e la genericità dei registri contabili prodotti dall'istituto di credito. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del garante. I giudici chiariscono che, una volta dimostrata l'esistenza del contratto di factoring, spetta al debitore o al garante contestare in modo specifico i conteggi, non potendosi limitare a contestazioni generiche. Inoltre, la presenza di una doppia decisione conforme nei precedenti gradi di giudizio impedisce il riesame dei fatti in sede di legittimità. Vince la società cessionaria del credito.
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Mutuo fondiario: promesse verbali contro contratto scritto
Una società e i suoi fideiussori si sono opposti a un decreto ingiuntivo ottenuto da una banca per il pagamento di oltre un milione di euro, relativo al saldo di un conto corrente e alle rate insolute di un mutuo fondiario. La società lamentava la violazione della buona fede da parte della banca, sostenendo che quest'ultima avesse promesso verbalmente di convertire il finanziamento in un contratto di leasing con una società del gruppo. La Cassazione ha rigettato il ricorso dei debitori, confermando che la chiamata in causa della società di leasing non era obbligatoria e che le prove testimoniali su presunti accordi verbali contrari al contratto scritto di mutuo fondiario sono inammissibili. La banca vince definitivamente la causa.
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Cessione di azienda: patti di esonero inutili contro i creditori
Una società acquistava un'attività commerciale tramite un contratto di cessione di azienda. L'accordo conteneva una clausola che esonerava l'acquirente dai debiti bancari del venditore. Tuttavia, un debito verso una banca era regolarmente iscritto nei libri contabili obbligatori. Un socio del venditore, che aveva garantito personalmente il debito come fideiussore, pagava la banca e chiedeva il rimborso all'acquirente. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione di azienda, l'acquirente risponde sempre dei debiti iscritti nei libri contabili. L'accordo privato di esonero ha effetto solo tra le parti e non è opponibile ai terzi creditori o a chi si surroga nei loro diritti, a meno che questi non abbiano espresso un consenso esplicito alla liberazione. Di conseguenza, l'acquirente è stato condannato a pagare il debito.
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Vizio di ultrapetizione: la banca vince contro i garanti
Un istituto di credito ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro i garanti di una società fallita per debiti di conto corrente e anticipazioni su fatture. I garanti si sono opposti. La Corte d'Appello ha revocato il decreto e ha condannato la banca a pagare ai garanti un saldo positivo emerso dalla perizia. La Cassazione ha accolto il ricorso della banca, rilevando un evidente vizio di ultrapetizione: i garanti avevano chiesto solo l'accertamento negativo del debito, non la condanna al pagamento del saldo attivo. Inoltre, i giudici d'appello hanno omesso di pronunciarsi sul credito della banca relativo alle anticipazioni su fatture. La causa torna in appello.
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Giroconto non autorizzato: la banca perde in Cassazione
Il caso nasce dall'opposizione di un correntista e del suo fideiussore contro una banca per l'addebito di somme derivanti da un mutuo e da conti correnti. In particolare, i clienti contestavano l'esecuzione di operazioni di giroconto non autorizzato per oltre duecento milioni di lire, effettuate dall'istituto senza alcuna firma o disposizione scritta. La Corte d'Appello aveva dato ragione alla banca basandosi solo su una consulenza tecnica d'ufficio, ritenendo i trasferimenti come un utilizzo del finanziamento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei clienti, stabilendo che la motivazione dei giudici di secondo grado era solo apparente. La sentenza è stata cassata con rinvio: la banca deve dimostrare l'effettiva autorizzazione scritta del cliente per i trasferimenti di denaro effettuati.
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Ricognizione di debito: la firma che incastra i garanti
I garanti di una società hanno impugnato un decreto ingiuntivo da oltre 580.000 euro emesso a favore di una banca. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei fideiussori, confermando la decisione dei giudici di merito. Al centro della vicenda vi è una ricognizione di debito firmata dai garanti, atto che comporta l'inversione dell'onere della prova. Spettava quindi ai fideiussori dimostrare l'inesistenza del debito, cosa che non hanno fatto. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che la mancata concessione dei termini per le memorie istruttorie non era stata validamente contestata e che la scelta di disporre una consulenza tecnica d'ufficio rientra nel potere discrezionale del giudice, non sindacabile in sede di legittimità.
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Riparto fallimentare: se manca un creditore il piano si annulla
Un istituto di credito, ammesso al passivo di una società fallita, ha contestato il riparto fallimentare parziale. Il curatore aveva ridotto il suo credito della somma già recuperata tramite un pignoramento contro il fideiussore della società. Il Tribunale ha respinto il reclamo del creditore, ritenendo legittima la decurtazione. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha rilevato un vizio preliminare e fondamentale: la mancata partecipazione al giudizio degli altri creditori concorrenti. Trattandosi di una contestazione sul piano di riparto fallimentare, la decisione influisce inevitabilmente sulle quote di tutti i partecipanti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, ordinando che il processo venga celebrato nuovamente coinvolgendo tutti i creditori interessati per garantire il rispetto del contraddittorio.
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Clausola di reviviscenza: tra condanna e rinuncia finale
Un istituto di credito ha chiamato in causa i garanti di una società fallita per essere manlevato a seguito di un'azione di revocatoria fallimentare. I giudici di merito hanno condannato i garanti in virtù della clausola di reviviscenza presente nei contratti di garanzia, escludendone la natura vessatoria. I garanti hanno proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno depositato un atto congiunto di rinuncia al ricorso e al controricorso a seguito della chiusura del fallimento. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio.
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Compensazione delle spese di lite: ingiusta se il garante è morto
Una banca ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una società e due fideiussori, uno dei quali era già deceduto prima dell'inizio della causa. L'erede del defunto ha impugnato il provvedimento, ottenendone l'annullamento per inesistenza. Tuttavia, nei successivi gradi di giudizio, la Corte d'Appello ha disposto la compensazione delle spese di lite per tutte le parti, giustificando la scelta con i dubbi giurisprudenziali sulla qualità di consumatore del fideiussore. L'erede ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che tale motivazione fosse del tutto estranea alla sua situazione di estraneità alla lite per morte del dante causa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la compensazione delle spese di lite non può essere giustificata con motivazioni apparenti o riferite ad altri soggetti della causa.
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Eccezione d’inadempimento: la banca perde contro il fallimento
Un istituto di credito ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento di una società garante per un debito di conto corrente. Il curatore si è opposto sollevando un'eccezione d'inadempimento, poiché la banca aveva consentito a un dipendente infedele della debitrice principale di compiere operazioni non autorizzate. La delega presentata dalla banca era priva di data certa e quindi inopponibile al fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, stabilendo che l'approvazione tacita degli estratti conto non impedisce di contestare la validità delle singole operazioni e non è opponibile al curatore, che agisce come terzo. Spetta alla banca dimostrare il corretto adempimento del contratto.
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Simulazione dell’atto costitutivo: debiti veri e finte società
I Debitori, dopo aver ricevuto una richiesta di pagamento da parte della Compagnia di Assicurazioni (creditrice in regresso), hanno costituito due società e trasferito a queste i propri beni immobili per sottrarli al pignoramento. La Compagnia di Assicurazioni e una Banca creditrice hanno impugnato queste operazioni. La Corte di Cassazione ha confermato che la simulazione dell'atto costitutivo di una società di capitali iscritta al registro delle imprese non è configurabile, poiché l'ente ormai esiste per i terzi. Inoltre, l'intento di sottrarre beni ai creditori non dimostra una simulazione assoluta delle vendite né rende illecita la loro causa, ma legittima unicamente l'azione revocatoria. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Debitori, confermando l'inefficacia dei trasferimenti immobiliari nei confronti dei creditori.
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Decreto ingiuntivo non opposto: il garante perde la causa
Il Fideiussore di una società ha contestato la validità di alcune clausole di contratti bancari per interessi usurari e capitalizzazione trimestrale. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo la questione coperta da giudicato a causa di un precedente decreto ingiuntivo non opposto. Il Fideiussore ha fatto ricorso in Cassazione, invocando la tutela europea del consumatore contro le clausole abusive, che consente di superare il giudicato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Pur confermando che il decreto ingiuntivo non opposto può essere riesaminato se viola i diritti dei consumatori, la ricorrente non ha dimostrato la sua qualità di consumatore né ha riprodotto le clausole contestate. Di conseguenza, il Fideiussore perde la causa.
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Azione revocatoria ordinaria: inefficace l’acquisto della casa
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace la vendita di un immobile effettuata da un fideiussore in favore di un terzo acquirente. Il fideiussore si era privato dell'unico bene a garanzia del debito. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo sussistenti il danno per il creditore e la consapevolezza del terzo acquirente. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e il prezzo di vendita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso difettava di autosufficienza e che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la decisione precedente si fonda su indizi plurimi e concordanti. Di conseguenza, la vendita rimane inefficace nei confronti del creditore.
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Incapacità a testimoniare: scontro tra garante e usucapione
Il Rivendicatore ha chiesto il riconoscimento della proprietà di un immobile per usucapione, basandosi su una scrittura privata del 1981 e sul possesso continuo del bene. I giudici di merito hanno respinto la domanda, ritenendo nullo l'accordo e attendibile un testimone chiave. Il Rivendicatore ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo l'incapacità a testimoniare del teste, in quanto garante finanziario di una delle parti e quindi portatore di un interesse economico indiretto nella causa. La Suprema Corte, rilevando la complessità della questione e l'assenza di una soluzione evidente, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. Con questa decisione, i giudici non hanno ancora stabilito un vincitore, ma hanno rimesso il processo alla pubblica udienza per un esame più approfondito dei fatti e delle regole di testimonianza.
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Clausola penale nel leasing: la Cassazione frena i garanti
Un garante si oppone al decreto ingiuntivo emesso a favore di una società di locazione finanziaria per canoni scaduti e danni da risoluzione contrattuale. Il ricorrente contesta la validità della clausola penale nel leasing, ritenendola contraria al divieto di arricchimento ingiustificato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che la clausola penale nel leasing, la quale prevede la richiesta dei canoni futuri ma impone di sottrarre quanto ricavato dalla vendita del bene recuperato, è pienamente valida e compatibile con l'articolo 1526 del codice civile. Questa struttura contrattuale evita un indebito arricchimento del concedente, garantendo un corretto equilibrio tra le parti. Il garante perde la causa e deve pagare le somme dovute.
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Cessione d’azienda e debiti: l’acquirente paga il garante
Un fideiussore ha pagato un debito derivante da uno scoperto di conto corrente bancario contratto da una società. Successivamente, questa società ha ceduto la propria attività a un'altra impresa. Poiché il debito risultava regolarmente iscritto nelle scritture contabili dell'azienda ceduta, il fideiussore ha agito contro la società acquirente per ottenere il rimborso di quanto versato. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità dell'acquirente. I giudici hanno stabilito che, in caso di cessione d'azienda e debiti, il fideiussore che paga il creditore originario si surroga nei diritti di quest'ultimo. Di conseguenza, egli può legittimamente richiedere il pagamento sia alla società venditrice sia alla società acquirente, purché il debito risulti dai libri contabili obbligatori. Il ricorso dell'acquirente è stato quindi rigettato.
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