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Estorsione

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1112 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Estorsione del datore di lavoro: firme false e condanna reale
Due datori di lavoro sono stati condannati per il reato di estorsione del datore di lavoro ai danni dei propri dipendenti. Gli imputati costringevano i lavoratori, sotto minaccia di licenziamento, a firmare buste paga con importi superiori rispetto a quanto realmente versato in contanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei datori di lavoro, confermando la loro responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che il reato non è prescritto, poiché il termine di prescrizione inizia a decorrere solo al momento della cessazione del rapporto di lavoro, momento in cui cessa la condotta estorsiva continuativa. Di conseguenza, i datori di lavoro perdono la causa e devono pagare le spese processuali e i risarcimenti.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione. L'indagato, agendo come intermediario, convinceva la vittima (gestore di attività portuali) a pagare il pizzo alla cosca locale per evitare ritorsioni. La difesa sosteneva che l'uomo avesse agito solo nell'interesse del proprio datore di lavoro e contestava l'attualità del pericolo cautelare. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il concorso esterno in associazione mafiosa si configura quando un soggetto esterno fornisce un contributo concreto, consapevole e causale volto a rafforzare il sodalizio criminoso. Il decorso del tempo, inoltre, non basta a superare la presunzione di pericolosità sociale.
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Concorso nel reato di estorsione: il silenzio che condanna
Un uomo ha impugnato l'ordinanza di custodia in carcere per tentata estorsione aggravata, sostenendo che la sua presenza silenziosa sul luogo del delitto non bastasse a incriminarlo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che si configura il concorso nel reato di estorsione anche con la sola presenza fisica non casuale, se questa serve a rafforzare l'azione del complice, intimorire la vittima e dimostrare adesione al piano criminoso. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere per il cuoco estorsore
Un lavoratore dipendente, assunto come cuoco, ha preteso con gravi minacce e violenze la somma di cinquemila euro dal datore di lavoro e dai suoi familiari, simulando un'attività di mediazione mai avvenuta. Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere per estorsione, ritenendo inadeguati gli arresti domiciliari a causa della pericolosità del soggetto e dei suoi contatti criminali. La Corte di Cassazione ha confermato la misura, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il divieto di concessione degli arresti domiciliari per chi ha una precedente condanna per evasione nei cinque anni precedenti si calcola a partire dalla data della condanna definitiva e non dal momento in cui è stato commesso il fatto.
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Estorsione e giustizia privata: la Cassazione punisce il fai-da-te
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la misura cautelare degli arresti domiciliari. L'Indagato era accusato del reato di estorsione per aver utilizzato minacce e violenze, avvalendosi anche di soggetti legati alla criminalità locale, per risolvere una controversia immobiliare con La Persona Offesa. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e contestava l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ribadendo che la gravità delle minacce e il coinvolgimento di terzi escludono la giustizia fai-da-te e configurano il più grave reato di estorsione. Di conseguenza, L'Indagato resta agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali.
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Reato di estorsione: finta solidarietà e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione a carico di due soggetti che avevano finto di agire come amichevoli intermediari per recuperare la refurtiva di un furto in gioielleria. In realtà, i giudici hanno accertato che gli imputati hanno sfruttato la forza intimidatrice derivante dall'appartenenza di uno di essi a un'associazione mafiosa locale per costringere alla restituzione dei beni, configurando una vera e propria condotta estorsiva. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi della difesa, che lamentavano vizi procedurali legati alla mancata celebrazione dell'udienza preliminare e contestavano la ricostruzione dei fatti. La Cassazione ha chiarito che il rito speciale del giudizio immediato esclude l'udienza preliminare e che la doppia decisione conforme di condanna preclude una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità.
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Estorsione: no alla particolare tenuità del fatto se c’è gravità
Il Soggetto Condannato è stato ritenuto responsabile del reato di estorsione in concorso. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove già esaminate nei gradi precedenti. Inoltre, l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto è stata legittimamente negata a causa della gravità della condotta estorsiva e della presenza di più reati della stessa indole commessi dal ricorrente. Di conseguenza, il Soggetto Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Estorsione: negata l’attenuante del danno di speciale tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di estorsione in concorso. Il ricorrente contestava la mancata concessione dell'attenuante del danno di speciale tenuità, lamentando una violazione di legge. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e si limitavano a riprodurre le medesime censure già esaminate e respinte dalla Corte d'appello, senza muovere una critica puntuale alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato aveva avanzato una rinuncia al ricorso, risultata priva di idonea procura speciale. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati di stampo mafioso può essere superata solo provando la rescissione dei legami con l'associazione criminale. Nel caso di specie, i risalenti e consolidati legami con la criminalità organizzata e i gravi precedenti penali escludono l'applicazione di misure meno afflittive, rendendo irrilevanti anche le esigenze familiari prospettate dalla difesa.
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Truffa contrattuale o debito: la Cassazione traccia il confine
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto condannato per molteplici reati, tra cui estorsione, spendita di banconote false e truffa contrattuale. L'imputato raggirava le vittime fingendosi solvibile, pagando con assegni scoperti o minacciandole con armi per costringerle ad accettare pagamenti insoluti. La Cassazione ha confermato la responsabilità per i reati di estorsione e truffa contrattuale, evidenziando che la condotta andava ben oltre il semplice inadempimento civile grazie a una precisa pianificazione fraudolenta. Tuttavia, la Corte ha annullato la condanna per ricettazione, poiché non vi era prova che l'assegno utilizzato fosse di provenienza furtiva, ma solo privo di fondi. Il caso è stato quindi rinviato alla Corte d'Appello di Salerno limitatamente a questa accusa, confermando il resto della condanna.
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Estorsione aggravata: firma del TFR o perdita del lavoro
Un professionista e i datori di lavoro hanno costretto una dipendente a firmare false ricevute di pagamento del TFR, mai realmente corrisposto, minacciandola di non assumerla nella nuova società del gruppo. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale del professionista per il reato di estorsione aggravata, avendo egli ideato il piano e predisposto i documenti. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente all'aggravante delle più persone riunite, poiché il professionista non era fisicamente presente al momento della minaccia. La sentenza è stata annullata con rinvio solo per la rideterminazione della pena.
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Dolo eventuale nella ricettazione: il garage smentisce l’imputato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per ricettazione, estorsione e furto aggravato. L'imputato custodiva nel garage di famiglia veicoli rubati e privi di documenti, sostenendo di averli ricevuti dal padre e di non conoscerne la provenienza. I giudici hanno confermato la responsabilità penale evidenziando il dolo eventuale nella ricettazione: l'uomo ha accettato il rischio della provenienza illecita dei mezzi, trattenendoli volontariamente per ricavarne pezzi di ricambio. Inoltre, è stata confermata l'estorsione per aver costretto la vittima, sotto minaccia, a firmare un contratto preliminare svantaggioso. Il reato di estorsione si consuma infatti al momento della firma del preliminare, a nulla rilevando la successiva stipula del contratto definitivo. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: debito o estorsione?
La Corte di Cassazione ha ridefinito i confini tra estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Nel caso in esame, due intermediari erano accusati di tentata estorsione per aver preteso con minacce il pagamento di un debito reale per conto di un creditore. La Suprema Corte ha stabilito che, se i terzi agiscono esclusivamente nell'interesse del creditore senza un proprio profitto, la condotta integra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Di conseguenza, mancando la querela della persona offesa, la condanna per questo episodio è stata annullata senza rinvio. Inoltre, la Corte ha annullato con rinvio la condanna di uno degli imputati per un altro capo d'accusa, poiché il giudice d'appello aveva ribaltato l'assoluzione di primo grado senza fornire una motivazione rafforzata.
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Estorsione di lieve entità: quando il ricorso è inammissibile
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'appello che lo condannava per il reato di estorsione, contestando il mancato riconoscimento dell'attenuante dell'estorsione di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto spetta esclusivamente al giudice di merito. Nel caso specifico, la Corte d'appello ha motivato in modo logico e corretto il diniego dell'attenuante, basandosi sulla complessità della dinamica delittuosa e sul valore economico del bene sottratto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni pur con metodo mafioso
Il caso riguarda un tentativo di recupero crediti in cui un terzo intermediario, su richiesta del creditore, ha esercitato forti pressioni sui debitori utilizzando metodi intimidatori. Il Tribunale aveva qualificato il fatto come tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. La Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che l'uso del metodo mafioso non trasforma automaticamente il reato in estorsione. Se l'intermediario agisce al solo scopo di recuperare il credito altrui, senza perseguire un profitto autonomo, la condotta può rientrare nell'esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte ha quindi disposto un nuovo esame del provvedimento cautelare.
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Concorso nel reato di estorsione: l’amico che diventa complice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un soggetto accusato di concorso nel reato di estorsione. L'imputato si era recato, insieme a un complice, presso l'abitazione dei genitori della vittima per esigere il pagamento di un debito illecito. Mentre il complice minacciava la madre della vittima, l'imputato sfruttava il proprio rapporto di amicizia con il giovane per indurre la donna a pagare, prospettando il rischio di gravi conseguenze fisiche per il figlio (già precedentemente pestato dai coautori). I giudici hanno chiarito che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto, idonea a rafforzare la determinazione del complice e a intimidire la vittima, configura pienamente la responsabilità penale a titolo di concorso. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna a un anno e sei mesi di reclusione.
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Sostituzione della pena detentiva: il passato blocca il riscatto
Il Condannato, in seguito a una condanna definitiva per tentata estorsione, ha richiesto la sostituzione della pena detentiva con i lavori di pubblica utilità o altre misure alternative. La Corte d'appello ha rigettato l'istanza evidenziando i numerosi precedenti penali del soggetto e il fallimento di precedenti misure alternative, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i giudici non avessero considerato il suo percorso di reinserimento, caratterizzato da un lavoro stabile e dalla creazione di una famiglia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la grave storia criminale rende legittimo il diniego. Di conseguenza, la richiesta di sostituzione della pena detentiva è stata definitivamente respinta e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Quasi flagranza di reato: arresto valido anche senza inseguimento
Due soggetti sottraggono un cellulare alla vittima e pretendono denaro per la restituzione. Mentre la vittima si reca al bancomat per prelevare la somma richiesta, la polizia interviene e arresta i malviventi, trovandoli in possesso del telefono rubato e del cellulare usato per la richiesta estorsiva. Il Tribunale non convalida l'arresto escludendo la quasi flagranza di reato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Pubblico Ministero e annulla senza rinvio l'ordinanza del Tribunale. La Suprema Corte stabilisce che sussiste la quasi flagranza di reato se vi è una stretta contiguità temporale tra l'azione illecita e l'intervento della polizia, unita al rinvenimento di cose o tracce (come la refurtiva e il telefono delle chiamate) che collegano in modo inequivocabile gli indiziati al reato appena commesso.
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Estorsione aggravata: il martello non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di estorsione aggravata. L'imputato aveva minacciato la vittima brandendo un martello, ottenendone la totale sopraffazione psicologica per farsi consegnare del denaro. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'aggravante dell'uso di armi e hanno negato l'esclusione della recidiva e la concessione delle attenuanti generiche prevalenti, evidenziando la gravità e la reiterazione delle condotte. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di estorsione: ricorso respinto e multa in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di estorsione. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti e l'attendibilità della vittima, riproponendo le stesse difese già respinte in appello. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso per cassazione non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione delle prove o dei fatti, compito che spetta esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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