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Estorsione Del Datore Di Lavoro

9 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Estorsione del datore di lavoro: lecito prima, reato dopo
Due datori di lavoro sono stati condannati per il reato di estorsione del datore di lavoro per aver costretto, sotto minaccia di licenziamento, diversi dipendenti a restituire in contanti parte dello stipendio indicato in busta paga. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dei datori di lavoro, distinguendo tra le minacce avvenute durante il rapporto di lavoro e gli accordi presi prima dell'assunzione. La Corte ha stabilito che la restituzione dello stipendio concordata prima dell'assunzione non costituisce reato, mentre la pretesa avanzata a rapporto già avviato integra il delitto di estorsione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per uno dei lavoratori (accordo preventivo) riducendo la pena, confermando invece la responsabilità per gli altri dipendenti minacciati successivamente.
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Estorsione del datore di lavoro: no al reato se manca l’assunzione
Un imprenditore ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa ed estorsione. L'accusa di estorsione derivava dall'aver proposto a candidate lavoratrici condizioni sottopagate sotto la minaccia di non assumerle. La Corte di Cassazione ha stabilito che non si configura l'estorsione del datore di lavoro nella fase precedente all'assunzione. Poiché l'aspirante lavoratore non ha un diritto soggettivo all'assunzione, la prospettiva di un mancato impiego non costituisce una minaccia idonea a provocare un danno ingiusto rispetto allo stato di disoccupazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la misura cautelare per questo reato, ordinando l'immediata liberazione dell'indagato.
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Estorsione del datore di lavoro: firme false e condanna reale
Due datori di lavoro sono stati condannati per il reato di estorsione del datore di lavoro ai danni dei propri dipendenti. Gli imputati costringevano i lavoratori, sotto minaccia di licenziamento, a firmare buste paga con importi superiori rispetto a quanto realmente versato in contanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei datori di lavoro, confermando la loro responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che il reato non è prescritto, poiché il termine di prescrizione inizia a decorrere solo al momento della cessazione del rapporto di lavoro, momento in cui cessa la condotta estorsiva continuativa. Di conseguenza, i datori di lavoro perdono la causa e devono pagare le spese processuali e i risarcimenti.
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Busta paga alta, stipendio basso: è estorsione del datore di lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per estorsione del datore di lavoro che, durante il rapporto di lavoro, ha minacciato di licenziamento due dipendenti per costringerle a rinunciare a parte dello stipendio. Sebbene le lavoratrici avessero scoperto solo dopo l'assunzione la discrepanza tra la busta paga e il salario reale, la minaccia è intervenuta in un secondo momento per obbligarle a rinunciare a somme già maturate. Questo comportamento, secondo i giudici, integra il reato perché la minaccia del licenziamento, usata per ottenere un profitto ingiusto (risparmio salariale) con danno per le vittime (perdita di retribuzione), non è avvenuta in fase di assunzione ma durante l'esecuzione del contratto, configurando una vera e propria coazione.
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Estorsione del datore di lavoro: minaccia sul TFR e condanna
Un datore di lavoro è stato condannato per estorsione del datore di lavoro ai danni di un suo dipendente. L'imputato aveva minacciato di non versare lo stipendio e il TFR se il lavoratore non gli avesse restituito mille euro, somma necessaria a coprire i costi dei contributi per la disoccupazione derivanti dal licenziamento. La difesa sosteneva si trattasse di un accordo tra le parti o di un esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ma la Cassazione ha confermato la condanna. La Corte ha stabilito che la minaccia di trattenere somme spettanti per legge configura il reato, poiché finalizzata a ottenere un profitto ingiusto con la piena consapevolezza dell'illiceità della pretesa. La decisione chiarisce che il reato è consumato anche se la consegna del denaro avviene sotto il controllo delle forze dell'ordine.
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Estorsione del datore di lavoro: la minaccia basta
La Corte di Cassazione conferma la condanna per estorsione del datore di lavoro che, minacciando implicitamente il licenziamento e poi esplicitamente con violenza, costringeva un dipendente ad accettare condizioni lavorative e retributive peggiorative rispetto a quelle pattuite. Secondo la Corte, approfittare della situazione di debolezza del lavoratore e coartarne la volontà con minacce per ottenere un ingiusto profitto configura pienamente il reato, rendendo irrilevante la presunta 'libera accettazione' da parte della vittima.
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Estorsione del datore di lavoro: la minaccia di licenziamento
La Corte di Cassazione conferma la condanna per estorsione del datore di lavoro che, durante il rapporto lavorativo, minaccia il licenziamento per costringere il dipendente ad accettare condizioni peggiorative. La sentenza chiarisce la differenza con la fase di assunzione e rigetta i motivi procedurali sollevati dall'imputato, dichiarando il ricorso inammissibile. Viene ribadito che lo sfruttamento dello stato di bisogno del lavoratore durante un contratto in essere configura il reato.
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Estorsione del datore di lavoro: la firma della busta paga
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per estorsione del datore di lavoro che costringeva le dipendenti a firmare buste paga attestanti retribuzioni superiori a quelle effettivamente percepite. Secondo la Corte, la minaccia di non pagare lo stipendio o di licenziare integra il reato di estorsione, creando un danno per la lavoratrice e un ingiusto profitto per l'imprenditore, a prescindere da eventuali accordi iniziali per una paga inferiore.
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Estorsione del datore di lavoro: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un datore di lavoro condannato per estorsione continuata. La condotta, consistente nel costringere i dipendenti a restituire parte dello stipendio in contanti sotto la minaccia di licenziamento, è stata confermata come reato di estorsione. La Corte ha ribadito che il suo ruolo non è rivalutare i fatti, ma controllare la correttezza giuridica della decisione impugnata, respingendo le censure sulla motivazione e sulla valutazione delle prove. È stata inoltre negata la liquidazione delle spese alle parti civili per mancata partecipazione attiva.
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