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Esimente

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644 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sanzione per omessa indicazione costi black list: il Fisco vince
L'Amministrazione Finanziaria ha sanzionato la Società Contribuente per l'omessa indicazione costi black list relativi ad acquisti da imprese malesi negli anni 2007 e 2008. Nonostante la deducibilità dei costi fosse stata riconosciuta, l'ufficio ha applicato la sanzione proporzionale del 10% prevista dalla legge per la mancata segnalazione separata in dichiarazione. I giudici di merito avevano annullato la sanzione ritenendola sproporzionata in assenza di evasione d'imposta. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la violazione dell'obbligo formale di dichiarazione separata comporta comunque l'applicazione della sanzione pecuniaria proporzionale, anche se i costi sono effettivamente deducibili e l'obbligo è stato successivamente abrogato per gli anni successivi. Di conseguenza, la sanzione a carico della società è legittima.
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Estorsione in famiglia: la parentela non cancella la violenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di estorsione continuata ai danni di alcuni parenti. L'imputato invocava l'applicazione dell'esimente per i reati contro il patrimonio commessi in ambito familiare. I giudici hanno chiarito che l'esimente per l'estorsione in famiglia non può essere applicata, poiché il reato di estorsione comporta l'uso di violenza o minaccia contro le persone, elemento che esclude espressamente la causa di non punibilità prevista dal codice penale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Sanzioni doganali: l’onere della prova spetta al contribuente
L'Agenzia delle Dogane ha sanzionato una società estera per l'importazione di carne salata. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato le sanzioni ritenendo che l'ufficio non avesse dimostrato la colpevolezza dell'importatore, applicando l'esimente della buona fede. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che in materia di sanzioni tributarie vige una presunzione di colpa. Pertanto, l'onere della prova spetta interamente al contribuente, il quale deve dimostrare l'assenza di colpa o negligenza per evitare la sanzione, e non all'amministrazione finanziaria dimostrare la colpevolezza. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Affidamento incolpevole: la lingua non scusa il contrabbando
Un conducente straniero è stato sanzionato dall'Agenzia delle Dogane per contrabbando, avendo introdotto in Italia un furgone con targa ucraina senza pagare i diritti doganali. Il giudice d'appello aveva annullato le sanzioni ritenendo sussistente l'affidamento incolpevole, poiché l'uomo aveva superato la dogana undici volte senza controlli e non conosceva la lingua italiana. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno chiarito che l'affidamento incolpevole richiede indicazioni errate e attive dell'ufficio, non la semplice omessa contestazione passata. Inoltre, la mancata conoscenza della lingua italiana non scusa la violazione della legge, poiché l'ignoranza inevitabile non coincide con una difficoltà linguistica o una percezione individuale errata.
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Danneggiamento con violenza alla persona: no alla non punibilità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di danneggiamento. L'imputato invocava l'applicazione della causa di non punibilità prevista per i reati patrimoniali commessi contro i familiari. Tuttavia, i giudici hanno confermato che l'esimente non si applica in caso di danneggiamento con violenza alla persona. Le prove raccolte, tra cui testimonianze e certificati medici, hanno dimostrato che gli atti di danneggiamento erano accompagnati da condotte violente. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Occupazione abusiva: il bisogno di casa non cancella il reato
L'Occupante è stata condannata per il reato di occupazione abusiva di un immobile. La donna ha proposto ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità non giustifica un'occupazione abusiva quando questa diventa una soluzione abitativa stabile e non temporanea. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è stata esclusa a causa della violenza sulle cose e della natura permanente del reato. L'Occupante perde definitivamente la causa e viene condannata a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Condono fiscale: il silenzio del Fisco non è un sì
Due contribuenti hanno impugnato le cartelle di pagamento per IRPEF e ILOR, sostenendo di aver diritto al condono fiscale per aver presentato la domanda e pagato un acconto nel 2003. Secondo i ricorrenti, la mancata risposta formale del Fisco equivaleva a un silenzio assenso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'Agenzia delle Entrate non ha l'obbligo di inviare un diniego esplicito. L'iscrizione a ruolo e la notifica della cartella di pagamento costituiscono un diniego implicito della sanatoria. Inoltre, la buona fede dei contribuenti non esclude le sanzioni, poiché non è stato dimostrato un errore inevitabile e scusabile. Di conseguenza, i contribuenti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese giudiziarie.
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Rinuncia al ricorso: la condanna diventa definitiva
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità, aveva proposto ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità per gravi motivi di salute e indigenza. Successivamente, ha presentato formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso a causa della rinuncia, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 500 euro a favore della Cassa delle Ammende. La rinuncia al ricorso comporta la fine del processo e l'irrevocabilità della condanna precedente.
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Reazione ad atti arbitrari: quando la violenza in caserma è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per condotta violenta contro le forze dell'ordine. L'imputato invocava l'esimente della reazione ad atti arbitrari (Art. 393-bis c.p.), sostenendo di essere stato provocato dai militari durante un controllo. I giudici hanno però accertato che i pubblici ufficiali avevano agito legittimamente, conducendo l'identificazione e la perquisizione in caserma per necessità operative. La Suprema Corte ha escluso sia la provocazione sia la particolare tenuità del fatto, confermando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Lite tra vicini: no alla legittima difesa in caso di rissa
Una lite per motivi di vicinato sfocia in uno scontro fisico in cui L'Imputato colpisce ripetutamente La Persona Offesa con un bastone di 110 centimetri. Entrambi i contendenti riportano lesioni fisiche. L'Imputato propone ricorso invocando la legittima difesa, sostenendo di aver agito solo per proteggersi. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la legittima difesa non può essere riconosciuta in caso di lesioni reciproche e scontro volontario tra due parti, poiché l'accettazione della sfida esclude lo stato di necessità. L'Imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della parte civile.
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Diritto di critica: assolto il giornalista contro il magistrato
Un giornalista è stato assolto dall'accusa di diffamazione aggravata nei confronti di un magistrato. Il giornalista aveva pubblicato un articolo criticando l'operato del magistrato, all'epoca presidente di un'associazione di categoria, e menzionando il suo coinvolgimento in polemiche per presunti insabbiamenti di indagini. Il magistrato ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'assoluzione. I giudici hanno stabilito che le affermazioni del giornalista rientrano nel legittimo esercizio del diritto di critica. Le opinioni espresse, anche se forti, si basavano su un nucleo di verità oggettiva, confermato da articoli di stampa e da un'interrogazione parlamentare. Pertanto, prevale la libertà di espressione.
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Diffamazione a mezzo email: 450 invii non salvano dalla condanna
L'Autore del Messaggio è stato condannato per il reato di diffamazione a mezzo email per aver inviato a ben 450 destinatari un messaggio di posta elettronica offensivo nei confronti della Persona Offesa. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del Tribunale di Palermo e invocando il diritto di critica. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la diffamazione a mezzo email si consuma nel luogo in cui i destinatari scaricano il messaggio sul proprio dispositivo. Nel caso specifico, la ricezione è avvenuta a Palermo da parte di almeno due destinatari, radicando lì la competenza del giudice. Inoltre, i giudici hanno escluso l'esimente del diritto di critica per la mancanza di veridicità dei fatti narrati e per il tono non continente.
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Concordato preventivo e sanzioni: la crisi non salva il Fisco
L'Agenzia delle Dogane ha sanzionato una società per il mancato versamento delle accise del 2015. La contribuente ha impugnato le sanzioni, sostenendo l'impossibilità di pagare a causa della presentazione di una domanda di concordato preventivo, che vieta il pagamento dei debiti pregressi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società. I giudici hanno stabilito che la pendenza del concordato preventivo non cancella la colpevolezza del mancato pagamento delle imposte già scadute. Pertanto, il binomio tra concordato preventivo e sanzioni non esclude l'applicazione delle sanzioni tributarie, poiché la violazione si è consumata prima dell'avvio della procedura concorsuale. La società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Responsabilità sanzioni tributarie: lo schermo societario non salva
Il Legale Rappresentante di una società ha impugnato l'atto di irrogazione sanzioni emesso dall'Agenzia delle Dogane per omesso versamento di accise sul gasolio e indebita compensazione di crediti d'imposta. Il ricorrente sosteneva che le sanzioni dovessero gravare solo sulla società dotata di personalità giuridica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la personale responsabilità sanzioni tributarie del legale rappresentante. I giudici hanno chiarito che lo schermo societario non protegge l'amministratore qualora la società sia utilizzata come mero strumento di frode a vantaggio personale dei soggetti fisici.
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Sanzioni doganali: la buona fede non salva l’importatore
Un'azienda importa granuli di plastica dichiarando una densità che consente l'esenzione dai dazi. Le analisi chimiche dell'ufficio doganale smentiscono il dato, portando al recupero dei tributi e all'irrogazione di sanzioni doganali. La Commissione tributaria regionale annulla le sanzioni valorizzando la buona fede dell'importatore, che aveva sollecitato il fornitore estero a rispettare i parametri. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, accogliendo il ricorso dell'amministrazione. I giudici chiariscono che la buona fede non è automatica: l'operatore professionale deve dimostrare un errore incolpevole e una diligenza qualificata. Nel caso specifico, l'azienda era consapevole dei rischi e avrebbe dovuto richiedere una classificazione ufficiale preventiva (ITV). La sentenza viene cassata con rinvio per ridiscutere le sanzioni.
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Diffamazione sui social network: l’insulto non è critica
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione a carico di un utente che aveva pubblicato su Facebook insulti gravi contro un noto medico. L'imputato sosteneva di aver agito per provocazione, reagendo a un post in cui il medico esprimeva soddisfazione per la radiazione di un collega contrario ai vaccini. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la soddisfazione per un provvedimento disciplinare legittimo non costituisce un fatto ingiusto. Di conseguenza, non si applica la causa di non punibilità della provocazione. Inoltre, l'uso di espressioni volgari e attacchi personali supera ampiamente il limite della continenza, configurando pienamente il reato di diffamazione sui social network. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Insolvenza fraudolenta: quando il debito diventa reato penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di insolvenza fraudolenta a carico di un soggetto che aveva contratto un debito nascondendo la propria incapacità di pagare. La difesa sosteneva si trattasse di un mero inadempimento contrattuale di natura civile o che vi fosse uno stato di necessità, ma i giudici hanno ritenuto attendibili le dichiarazioni della persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché riproponeva argomenti generici già respinti in appello, confermando la pena di due mesi di reclusione, il risarcimento del danno e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Dazi antidumping: la Cassazione frena le esenzioni facili
L'Amministrazione Doganale ha richiesto il pagamento di dazi antidumping a due società per l'importazione di celle fotovoltaiche dalla Malaysia e da Taiwan. L'operazione era avvenuta dopo l'avvio di un'indagine europea ma prima dell'adozione formale dei dazi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministrazione, stabilendo che i dazi antidumping possono essere applicati retroattivamente alle importazioni effettuate durante l'inchiesta. Inoltre, la Corte ha chiarito che per beneficiare dell'esenzione dai dazi non basta una generica fattura, ma occorre una dichiarazione firmata e dettagliata del produttore, come richiesto dalle norme europee. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Diffamazione sui social network: la critica non scusa l’insulto
Una cittadina ha pubblicato su Facebook commenti offensivi, definendo "coglionazzi" e "quattro stronzi" alcuni intervistati in un servizio televisivo locale. La Corte d'Appello l'aveva assolta ritenendo le espressioni espressione del diritto di critica. La Cassazione ha invece accolto il ricorso delle persone offese, stabilendo che l'uso di termini marcatamente dispregiativi supera il limite della continenza e configura il reato di diffamazione sui social network. Inoltre, l'assenza dei nomi non esclude il reato se i soggetti sono identificabili tramite foto. La sentenza è stata annullata con rinvio al giudice civile.
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Porto d’armi e particolare tenuità del fatto: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato dal Tribunale di Genova alla pena di 700 euro di ammenda per porto abusivo di oggetti atti ad offendere. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno chiarito che, sebbene l'offesa fosse di lieve entità, la condotta non poteva considerarsi occasionale. L'uomo, infatti, aveva già beneficiato per due volte della sospensione condizionale della pena per precedenti reati. Di conseguenza, la reiterazione dei comportamenti illeciti esclude l'applicazione del beneficio. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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