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Doppia Presunzione Cautelare

11 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una presunzione legale, prevista dall'art. 275 comma 3 c.p.p. per reati di particolare gravità, secondo cui esistono sia le esigenze cautelari sia l'adeguatezza della custodia in carcere, salvo prova contraria.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Dagli arresti domiciliari alla custodia cautelare in carcere
Un indagato per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti ottiene inizialmente gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Il Tribunale della Libertà accoglie l'appello del Pubblico Ministero e applica la custodia cautelare in carcere in virtù della presunzione di legge. L'indagato propone ricorso per cassazione lamentando la violazione del principio del minor sacrificio possibile della libertà e valorizzando la corretta condotta domiciliare. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che per i reati associativi di narcotraffico vige una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. La difesa non ha allegato elementi specifici capaci di vincere tale presunzione, mentre il breve rispetto degli arresti domiciliari non esclude il persistente pericolo di reiterazione. Il ricorrente resta pertanto in carcere e subisce la condanna al pagamento delle spese.
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Falso amico ed estorsione aggravata dal metodo mafioso: arresti
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per un soggetto accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato si spacciava per un amico mediatore della vittima, ma di fatto veicolava pesanti minacce evocando la caratura criminale di una cosca locale per scoraggiarla dal partecipare a un'asta giudiziaria. La difesa sosteneva la natura amichevole e solidale dell'intervento, lamentando l'assenza di minacce dirette. I giudici hanno chiarito che evocare la forza criminale di un clan mafioso basta a integrare il metodo mafioso, a prescindere dall'affiliazione formale. Inoltre, per i reati aggravati da contesto mafioso, la pericolosità si presume attuale fino a prova contraria. Il ricorso è stato rigettato.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: arresti
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato, un vicino di casa del promotore del gruppo, collaborava attivamente avvisando della presenza delle forze dell'ordine, fornendo schede telefoniche intestate a sé e spacciando in prima persona. La difesa chiedeva la riqualificazione dei fatti come di lieve entità, ma i giudici hanno respinto la richiesta. Nonostante le singole cessioni fossero modeste, il gruppo garantiva uno spaccio continuo, sfruttando persino minori di otto anni. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la gravità indiziaria e la pericolosità sociale dell'indagato.
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Doppia presunzione cautelare: il carcere resiste al tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due indagati contro la custodia cautelare in carcere confermata dal Tribunale del Riesame. I soggetti sono accusati di associazione mafiosa, usura e detenzione di armi. La Suprema Corte ha ribadito che per il reato di associazione mafiosa opera la doppia presunzione cautelare di pericolosità e adeguatezza del carcere. Spetta alla difesa dimostrare il venir meno delle esigenze cautelari, non essendo sufficiente il solo decorso del tempo o il decesso di un complice. Inoltre, è stata confermata l'usura in concreto per la sproporzione tra il prestito e gli interessi applicati a un imprenditore in difficoltà. I ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: il fornitore finisce in carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. L'indagato fungeva da stabile canale di approvvigionamento calabrese per un gruppo criminale messinese. La difesa contestava la stabilità del vincolo associativo, la durata limitata dei rapporti (due mesi) e l'uso del termine criptico 'erba' per indicare in realtà cocaina. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, rilevando che la brevità del rapporto dipendeva solo da un controllo di polizia e che i prezzi e i quantitativi intercettati dimostravano inequivocabilmente il traffico di cocaina. Viene ribadita la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per i reati associativi di droga.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che un altro tribunale aveva escluso l'esistenza del clan mafioso in un diverso procedimento e invocando il decorso del tempo ("tempo silente"). La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per il reato di associazione mafiosa può essere superata solo con prove concrete di recesso dall'organizzazione o di scioglimento della stessa. Il semplice decorso del tempo o l'esito parziale di un altro giudizio non bastano a escludere la custodia cautelare in carcere.
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Tesoriera del clan in carcere: la doppia presunzione cautelare vince
Un'indagata, accusata di essere la custode della cassa di un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ha fatto ricorso contro la sua detenzione in carcere. Sosteneva che il tempo trascorso dai fatti e la sua incensuratezza giustificassero una misura meno afflittiva. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la validità della cosiddetta 'doppia presunzione cautelare'. Per reati di tale gravità, il carcere è considerato la misura adeguata e il solo decorso del tempo non basta a superare questa presunzione. La Corte ha ritenuto corretta la valutazione del Tribunale, che ha considerato il grande volume d'affari del gruppo criminale e la disponibilità di armi come elementi che mantengono attuale il pericolo.
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Accusa il Clan ma nega affiliazione: ok al superamento presunzione
Un'indagata per associazione di stampo mafioso, in custodia cautelare, inizia a collaborare accusando altri membri del clan, pur negando la propria formale appartenenza. I giudici respingono la sua richiesta di arresti domiciliari, ritenendo la collaborazione non sufficiente per il superamento della doppia presunzione cautelare. La Corte di Cassazione annulla questa decisione. Secondo la Suprema Corte, accusare pubblicamente gli ex sodali costituisce una rottura definitiva con l'ambiente criminale. Il ragionamento dei giudici precedenti è stato giudicato illogico e carente, imponendo una nuova valutazione del caso.
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Doppia presunzione cautelare: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato contro un'ordinanza di custodia cautelare per autoriciclaggio e associazione a delinquere con aggravante mafiosa. La sentenza ribadisce la validità della cosiddetta 'doppia presunzione cautelare', che impone la detenzione in carcere per tali reati salvo prova contraria specifica, e conferma l'utilizzabilità delle dichiarazioni tardive dei collaboratori di giustizia nella fase cautelare.
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Ricorso inammissibile per genericità e ripetitività
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato che chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Il ricorso è stato giudicato inammissibile in quanto generico e mera riproduzione dei motivi già respinti dal tribunale del riesame, senza una critica specifica al provvedimento impugnato. La Corte ha sottolineato che non basta ripetere le stesse argomentazioni, ma è necessario contestare puntualmente le ragioni della decisione precedente, specialmente quando queste si basano su elementi concreti come i legami dell'indagato con la criminalità organizzata.
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Associazione a delinquere: la presunzione cautelare
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un individuo accusato di partecipazione a un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, sottolineando che la presunzione di pericolosità prevista dalla legge per reati così gravi non può essere superata dal solo decorso del tempo. La decisione si basa su solidi indizi derivanti da intercettazioni, che provavano il ruolo attivo dell'indagato nell'organizzazione, inclusa la gestione di una piantagione e la ricezione di ingenti quantitativi di droga.
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