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Detenzione Domiciliare

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1293 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Misure alternative alla detenzione negate: ricorso inammissibile
Una persona condannata ha avanzato richiesta per ottenere misure alternative alla detenzione, nello specifico l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto le istanze a causa della totale irreperibilità dell'interessata sul territorio. La condannata ha quindi proposto ricorso per Cassazione contestando il provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile, evidenziando che i motivi presentati erano generici, basati su elementi di fatto e privi di concrete ragioni giuridiche. La ricorrente perde definitivamente la possibilità di accedere ai benefici penitenziari richiesti e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Arresto in quasi flagranza: furto ed evasione dai domiciliari
Un uomo sottoposto a detenzione domiciliare si allontana dalla propria abitazione e ruba lo smartphone a un conoscente. La vittima riconosce il ladro e allerta le forze dell'ordine. Gli agenti rintracciano l'indagato presso la sua abitazione circa trenta minuti dopo il fatto, trovandolo in possesso del telefono rubato. Il Tribunale nega la convalida della misura precautelare, escludendo l'urgenza e la flagranza. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Pubblico Ministero e dichiara pienamente legittimo l'arresto in quasi flagranza. I giudici chiariscono che il possesso immediato della refurtiva dimostra sia il furto appena commesso sia l'avvenuta evasione.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: atto non certo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, concedendo la sola detenzione domiciliare per l'assenza di un percorso risocializzante documentato. Il difensore ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo di aver depositato una dichiarazione parrocchiale per lo svolgimento di attività di volontariato. La Suprema Corte ha respinto il ricorso. I giudici di legittimità hanno accertato che il verbale di udienza non conteneva alcun riferimento al deposito di quel documento. Inoltre, la difesa non aveva tempestivamente segnalato la mancanza a verbale e l'atto non recava una data certa di avvenuto deposito.
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Misure alternative alla detenzione: diniego errato annullato
Un condannato ha richiesto le misure alternative alla detenzione, nello specifico l'affidamento in prova al servizio sociale o la detenzione domiciliare per il residuo di pena. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza basandosi su elementi errati: ha calcolato una pena residua superiore a quella effettiva, ha considerato pendente un processo concluso con assoluzione e ha ignorato i documenti lavorativi e la buona condotta pregressa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato. I giudici di legittimità hanno accertato un vizio evidente nella motivazione causato da presupposti di fatto errati. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato gli atti per un nuovo e corretto esame della pericolosità sociale e del reinserimento.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a chi evade
Un uomo condannato per reati in materia di stupefacenti ha richiesto la misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale per scontare la pena residua. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza e ha concesso d'ufficio la più restrittiva detenzione domiciliare. I giudici hanno considerato la misura all'aperto prematura a causa di precedenti violazioni, tra cui una passata evasione dagli arresti domiciliari, nonostante la regolare condotta carceraria recente. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo la piena legittimità della valutazione complessiva sulla pericolosità del soggetto.
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Affidamento terapeutico: i fallimenti passati non bloccano la cura
Un condannato con problemi di dipendenza richiede la concessione della misura alternativa dell'affidamento terapeutico al fine di scontare la pena residua seguendo un programma riabilitativo presso il servizio pubblico. Il Tribunale di Sorveglianza rigetta la domanda basandosi esclusivamente sui fallimenti di precedenti percorsi e su una revoca risalente a diversi anni prima, omettendo inoltre di valutare le richieste subordinate di detenzione domiciliare e semilibertà. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e annulla l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità stabiliscono che il magistrato non può limitarsi al passato, ma deve compiere una valutazione attuale sulla personalità del condannato, sull'idoneità del trattamento a favorire il reinserimento sociale e motivare espressamente su tutte le istanze presentate.
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Revoca della detenzione domiciliare: nulla se decisa dopo rinvio
Un condannato beneficiava della misura alternativa della detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha avviato il procedimento per la revoca del beneficio. Durante l'udienza, i giudici hanno disposto il rinvio della trattazione a una data successiva per acquisire ulteriori accertamenti di polizia. Nonostante il rinvio ufficiale, il collegio ha emesso immediatamente l'ordinanza di revoca della detenzione domiciliare. La difesa ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione denunciando la lesione del diritto di difesa e la violazione del rito camerale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato il provvedimento viziato con rinvio per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: i limiti del ricorso
Un soggetto condannato ha richiesto la concessione della misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale per scontare la propria pena detentiva. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda a causa della gravità del reato commesso e dei tratti negativi della personalità dell'istante, concedendo unicamente la detenzione domiciliare per residua pericolosità sociale. Il condannato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di motivi specifici in punto di diritto e finalizzato a una mera rivalutazione delle prove di fatto. Di conseguenza, il condannato deve mantenere la detenzione domiciliare e versare le spese del procedimento insieme a una sanzione di tremila euro.
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Detenzione domiciliare per motivi di salute: no al rinvio
Un detenuto ha presentato istanza al Tribunale di Sorveglianza per ottenere il rinvio dell'esecuzione della pena o la detenzione domiciliare per motivi di salute. Il Tribunale ha respinto la richiesta basandosi sulla relazione medica, la quale attestava che le patologie risultavano pienamente compatibili con il regime carcerario ordinario e gestibili dalle strutture penitenziarie. Il condannato ha quindi presentato ricorso per Cassazione, lamentando un presunto difetto di motivazione e una violazione di legge. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi addotti riproponevano argomenti già esaminati e risolti in modo corretto dai giudici di merito, confermando la permanenza del soggetto in carcere e disponendo la sua condanna al pagamento delle sole spese processuali.
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Revoca detenzione domiciliare: violazioni confermate, ricorso inammissibile
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca detenzione domiciliare per un condannato, a causa di molteplici violazioni delle prescrizioni imposte, come essere fuori orario o in luoghi non autorizzati. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione del provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La difesa aveva tentato di rimettere in discussione i fatti, ma la Cassazione ha ribadito che il suo ruolo è limitato alla verifica della logicità della motivazione, non alla rivalutazione delle prove. Le violazioni sono state confermate dalla documentazione stessa.
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Detenzione domiciliare per ultrasettantenni oltre la salute
Un condannato anziano ha richiesto di scontare la pena residua a casa invocando la specifica misura per chi ha superato la soglia anagrafica prevista dalla legge. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda perché le condizioni cliniche dell'interessato non apparivano sufficientemente gravi da impedire la permanenza in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'uomo, stabilendo un netto principio giuridico: la detenzione domiciliare per ultrasettantenni non presuppone affatto una grave patologia sanitaria. Tale rigido requisito clinico riguarda infatti una diversa ipotesi di rinvio della pena. Per i soggetti con più di settant'anni, il giudice deve limitarsi a verificare l'assenza di divieti di legge e l'utilità della misura per il reinserimento sociale. La Suprema Corte ha pertanto annullato l'ordinanza, rinviando gli atti al tribunale per una nuova valutazione.
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Revoca affidamento in prova al servizio sociale e pena residua
Un condannato fruiva della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale. Durante la misura, le forze dell'ordine hanno arrestato l'uomo per resistenza a pubblico ufficiale e possesso di armi e stupefacenti. Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della misura con effetto retroattivo. Il giudice ha inoltre negato la detenzione domiciliare, ritenendo per errore che la pena residua superasse i due anni. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca per incompatibilità della condotta con il percorso rieducativo. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno annullato con rinvio l'ordinanza nella parte relativa al diniego della detenzione domiciliare, poiché la pena residua effettiva risultava inferiore a due anni.
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Detenzione domiciliare e fine pena: ricorso inammissibile
Un Detenuto ha richiesto l'accesso alla detenzione domiciliare per scontare l'ultima parte della condanna. Il Magistrato e il Tribunale di sorveglianza hanno rigettato l'istanza ritenendo ostativo un decreto di espulsione. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione, evidenziando che l'espulsione era sospesa a causa di un'opposizione pendente. Durante il giudizio di legittimità, il condannato ha beneficiato della liberazione anticipata ed è stato scarcerato per completata espiazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché il rilascio definitivo rende inutile qualsiasi pronuncia sulla misura alternativa, senza applicare sanzioni pecuniarie.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: reati e lavoro
Un condannato ha chiesto la concessione della misura alternativa nota come affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta. I giudici hanno invece applicato la detenzione domiciliare senza autorizzazione al lavoro. La decisione ha evidenziato che l'uomo aveva detenuto sostanze stupefacenti proprio nel negozio di telefonia dichiarato come attivita lavorativa lecita, traendone peraltro guadagni modesti. Il difensore ha impugnato l'ordinanza lamentando contraddittorieta nella valutazione del percorso rieducativo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato. I giudici di legittimita hanno confermato che i precedenti recenti e l'uso strumentale dell'attivita lavorativa dimostrano una pericolosita sociale persistente. Tale condizione preclude l'accesso alla misura piu ampia dell'affidamento in prova.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato dopo la calunnia
Un condannato, precedentemente sottoposto al programma di protezione per collaboratori di giustizia, ha richiesto la concessione della detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto le istanze a causa delle gravi condotte tenute dal soggetto durante il periodo protetto. L'uomo aveva infatti formulato false accuse di corruzione verso un funzionario di polizia, subendo condanne per calunnia e falso e la conseguente revoca del piano di tutela. Inoltre, non risultavano risarciti i danni né avviati percorsi lavorativi o risocializzanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno confermato che l'affidamento in prova al servizio sociale richiede una concreta evoluzione positiva della personalità e l'assenza di rischio di recidiva, elementi del tutto incompatibili con la commissione di nuovi reati e la totale inerzia riparatoria.
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Detenzione domiciliare: nullo il no del giudice senza motivazione
Un condannato in regime di detenzione domiciliare ha richiesto al Magistrato di Sorveglianza un ampliamento degli orari di allontanamento dalla propria abitazione. Il giudice ha respinto la richiesta con la semplice dicitura standard 'visto, allo stato si rigetta', omettendo qualsiasi spiegazione. La difesa ha impugnato il provvedimento lamentando la totale assenza di ragioni a supporto del diniego. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che ogni decisione incidente sulla libertà personale e sulle modalità della misura espiativa deve contenere una motivazione adeguata. I giudici supremi hanno annullato l'ordinanza impugnata e disposto il riesame dell'istanza.
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Scissione del cumulo e reati ostativi: carcere o domiciliari?
Un condannato richiede la detenzione domiciliare sostenendo di avere già espiato la quota di pena relativa ai reati ostativi presenti nel suo provvedimento complessivo di condanna. Il Tribunale di Sorveglianza rigetta la domanda perché l'uomo deve ancora finire di scontare la sanzione per i delitti più gravi. La Corte di Cassazione conferma la decisione e rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che l'operazione di scissione del cumulo serve per evitare che il carcere sconti delitti non ancora commessi. Il periodo di detenzione precedente alla commissione di un reato non può essere conteggiato per estinguere quel reato. Il condannato resta in carcere fino alla totale espiazione dei reati ostativi e deve pagare le spese processuali.
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Revoca della detenzione domiciliare tra minacce e carcere
Un condannato fruiva della misura alternativa per gravi motivi di salute. Durante il periodo di sconto della pena a casa, il soggetto ha inviato messaggi minatori tramite un'applicazione di messaggistica verso il sindaco del Comune di residenza. I sanitari penitenziari hanno inoltre riscontrato un netto miglioramento delle sue condizioni di salute, escludendo incompatibilità con la reclusione. Il Tribunale di Sorveglianza ha quindi disposto la revoca della detenzione domiciliare a causa della condotta illecita e del venir meno dei requisiti clinici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'interessato, confermando la piena legittimità del rientro in carcere. I giudici hanno stabilito che l'invio di minacce palesa una persistente pericolosità sociale e segna il fallimento del programma rieducativo, a prescindere dall'esito di eventuali indagini penali parallele.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: resta ai domiciliari
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un condannato, concedendo invece la detenzione domiciliare. Il giudice ha ritenuto non idonea l'attività lavorativa proposta presso un bar ai fini del reale reinserimento sociale. Il condannato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un vizio di motivazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile: il ricorrente pretendeva una nuova valutazione dei fatti preclusa alla Suprema Corte. La Corte ha confermato la detenzione domiciliare e ha condannato il soggetto alle spese e a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione domiciliare respinta: vietata la domanda fotocopia
Un condannato ha presentato una nuova richiesta per ottenere la detenzione domiciliare davanti al Tribunale di Sorveglianza. Il Tribunale ha dichiarato il non luogo a provvedere, richiamando una precedente ordinanza che aveva già respinto la medesima domanda. Il condannato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando un presunto difetto di motivazione nel provvedimento dei giudici di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il Tribunale non poteva esprimersi nuovamente su una richiesta identica già esaminata in precedenza, in assenza di fatti nuovi. Di conseguenza, la Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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