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Delitto-Fine

5 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un reato specifico che viene commesso per realizzare gli scopi di un'associazione criminale. È il 'fine' per cui l'associazione opera in un determinato contesto.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Finanziatore associazione stupefacenti: carcere confermato
Un indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del riesame che confermava la misura della custodia cautelare in carcere. L'accusa individua il soggetto quale finanziatore associazione stupefacenti, con il compito di mettere a disposizione ingenti risorse economiche per sostenere l'acquisto della droga e l'operatività del gruppo criminale. La difesa contestava la presenza dei gravi indizi di colpevolezza e l'attualità del pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, affermando che chi fornisce capitali continui risponde del reato associativo. La disponibilità di mezzi finanziari e i precedenti penali giustificano il mantenimento della misura cautelare in carcere.
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Adesione a clan non unifica reati: no alla continuazione
Un uomo, condannato per associazione mafiosa a partire dal 2009 e per illecita concorrenza commessa tra il 2005 e il 2006, ha chiesto di unificare le pene tramite la **continuazione tra reati**. Sosteneva che entrambi i crimini derivassero da un unico piano legato alla sua appartenenza al clan. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta. I giudici hanno stabilito che l'adesione successiva a un clan non è sufficiente a dimostrare che i reati precedenti fossero già programmati. Manca la prova di un disegno criminoso unitario concepito prima di commettere il primo reato. Di conseguenza, le pene restano separate e non possono essere ridotte.
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Associazione mafiosa: quando scatta la condanna?
La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione di un imputato accusato di partecipazione a un'associazione mafiosa. Nonostante il coinvolgimento in alcuni reati specifici, come tentata estorsione e attentati incendiari, i giudici hanno ritenuto che tali episodi non dimostrassero un inserimento stabile e organico nel sodalizio criminale. La mancanza di prove su una messa a disposizione duratura e l'assenza di riferimenti da parte dei collaboratori di giustizia hanno portato a escludere la responsabilità penale per il reato associativo, qualificando le condotte come collaborazioni sporadiche e occasionali.
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Presenza silente e concorso in estorsione mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un soggetto accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva che l'indagato fosse rimasto passivo durante l'aggressione alla vittima, ma i giudici hanno stabilito che la sua presenza silente ha costituito un rafforzamento del proposito criminoso altrui. Tale condotta, unita alla partecipazione a conversazioni su dinamiche criminali, integra i gravi indizi di colpevolezza necessari per la custodia cautelare, dimostrando un inserimento attivo nel sodalizio mafioso.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per un individuo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e tentata estorsione. La Corte ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza, basati principalmente su intercettazioni telefoniche, e ha respinto le argomentazioni della difesa sulla non punibilità del tentativo e sulla mancanza di prove dell'appartenenza al sodalizio. La sentenza chiarisce i criteri per la valutazione delle prove in fase cautelare e la portata della presunzione di pericolosità per i reati associativi.
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