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Delegazione Di Pagamento

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72 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

TFR fondo pensione: a chi spetta il credito?
Un lavoratore si è visto negare il diritto a recuperare le quote di TFR destinate a un fondo pensione ma non versate dal datore di lavoro fallito. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio chiave: la scelta di destinare il TFR a un fondo pensione è, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione del credito. Ciò significa che il lavoratore mantiene la titolarità del diritto e può agire in prima persona per recuperare le somme in caso di fallimento, a meno che non sia provata una specifica volontà di cedere il credito al fondo.
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Legittimazione attiva lavoratore: TFR non versato
Un lavoratore si è visto negare il diritto a richiedere le quote di TFR trattenute ma non versate al fondo pensione dall'azienda poi fallita. Il tribunale aveva ritenuto che solo il fondo potesse agire. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il "conferimento" del TFR è, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione di credito. Pertanto, in caso di fallimento, la legittimazione attiva del lavoratore a insinuarsi nel passivo per recuperare le somme sussiste, a meno che non sia provata una specifica cessione del credito al fondo.
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TFR fondo pensione: a chi spetta il credito?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28982/2024, ha stabilito che, in caso di fallimento del datore di lavoro, il lavoratore ha il diritto di richiedere l'ammissione al passivo per le quote di TFR fondo pensione trattenute ma non versate. La Corte ha chiarito che il conferimento del TFR al fondo pensione configura, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione del credito, lasciando la titolarità del diritto in capo al lavoratore, a meno che non sia provata una diversa volontà delle parti.
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TFR non versato: chi può chiederlo in caso di fallimento?
In caso di TFR non versato al fondo pensione da un datore di lavoro poi fallito, la Corte di Cassazione ha stabilito che la legittimazione a richiederne l'ammissione al passivo spetta, di regola, al lavoratore. L'atto di destinazione del TFR è infatti una 'delegazione di pagamento' e non una 'cessione del credito', salvo prova contraria. Il lavoratore mantiene quindi la titolarità del diritto e può agire direttamente per recuperare le somme.
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Revocatoria fallimentare: il pagamento del terzo
Una società in amministrazione straordinaria ha ottenuto la revocatoria fallimentare di pagamenti effettuati in suo favore da due società controllate, destinati a una società di factoring. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, qualificando la delegazione di pagamento come mezzo anomalo e lesivo della par condicio creditorum. L'ammissione al passivo del credito residuo non preclude l'azione revocatoria per gli acconti già ricevuti.
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Delegazione di pagamento: i requisiti secondo la Cassazione
In una controversia relativa a un appalto per la gestione dei rifiuti, la Corte di Cassazione ha esaminato la natura della delegazione di pagamento. Una società di raccolta rifiuti, appaltatrice di un comune, è stata citata in giudizio dall'operatore dell'impianto di smaltimento per il mancato pagamento di alcune fatture. La Corte d'Appello aveva ritenuto la società appaltatrice solidalmente responsabile con il comune, qualificando il rapporto come delegazione di pagamento accettata tacitamente. La Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la semplice ricezione di fatture senza contestazione immediata non è sufficiente a dimostrare l'assunzione di un'obbligazione diretta, in assenza di un chiaro incarico delegatorio da parte del debitore originario (il comune).
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Revocatoria fallimentare: anomalo il pagamento terzo
Una società creditrice riceve il pagamento da un terzo, su delega del debitore poi fallito. La Cassazione conferma la revocatoria fallimentare di tale pagamento, qualificandolo come 'mezzo anomalo'. Questo sistema viola la par condicio creditorum e inverte l'onere della prova sul creditore, che deve dimostrare di non essere a conoscenza dello stato di insolvenza del debitore per evitare la restituzione delle somme.
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Revocatoria fallimentare del pagamento via delegazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30252/2024, ha confermato la revocatoria fallimentare di un pagamento eseguito da un terzo su delega del debitore, poi fallito. Tale modalità è stata qualificata come 'mezzo anormale di pagamento', facendo scattare la presunzione di conoscenza dello stato di insolvenza (scientia decoctionis) in capo al creditore. Poiché il creditore non è riuscito a fornire prova contraria, l'appello è stato dichiarato inammissibile e la revoca del pagamento confermata.
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Corrispettivo integrale: tutto il prezzo è ricavo
Una società costruttrice ha venduto un immobile per 400.000 euro, registrando come ricavo solo 254.000 euro perché la restante parte è stata pagata dall'acquirente a un terzo per lavori di adeguamento. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'intero corrispettivo integrale di 400.000 euro costituisce ricavo imponibile per il venditore. La modalità di pagamento a un terzo è irrilevante e va considerata una semplice delegazione di pagamento, mentre i costi per i lavori andavano registrati separatamente come componente negativa del reddito.
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Delegazione di pagamento: quando non esclude il credito
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società, rigettando la tesi difensiva basata su una presunta delegazione di pagamento. Un'altra società fallita aveva chiesto il fallimento della prima sulla base di un credito di 145.000 euro, usati per estinguere un leasing immobiliare. La ricorrente sosteneva che i fondi, sebbene prelevati dal conto dell'altra società, fossero stati da lei forniti e che l'operazione fosse una semplice delegazione di pagamento. La Corte ha stabilito che i fondi su un conto corrente si presumono di proprietà dell'intestatario e che la delegazione deve essere provata concretamente, cosa non avvenuta nel caso di specie. È stata inoltre confermata la competenza territoriale del tribunale e lo stato di insolvenza della società.
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Bonifico domiciliato: responsabilità per pagamento errato
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di pagamento di un bonifico domiciliato a un soggetto non legittimato che ha presentato un documento di identità falso. La società ordinante aveva citato in giudizio l'istituto pagatore per inadempimento. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la responsabilità dell'istituto pagatore è di natura contrattuale e va valutata secondo il criterio della diligenza professionale (art. 1176 c.c.). L'istituto non è responsabile se dimostra di aver agito con la dovuta diligenza nell'identificare il beneficiario, verificando la corrispondenza dei dati, il codice fiscale e la password, anche se il documento si è poi rivelato falso. Non è stato ritenuto necessario, in assenza di previsione contrattuale, richiedere un secondo documento di identità.
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Pagamento a soggetto non legittimato: la diligenza
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un pagamento a soggetto non legittimato, effettuato da un intermediario finanziario a un truffatore in possesso di un documento falso. La Corte ha rigettato il ricorso della società ordinante, stabilendo che l'intermediario ha agito con la dovuta diligenza professionale verificando un solo documento d'identità, il codice fiscale e la password, conformemente alle prassi e alle condizioni contrattuali. La mancata produzione della copia del documento in giudizio non costituisce, di per sé, prova di negligenza.
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Bonifico domiciliato: la diligenza dell’intermediario
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12801/2024, ha chiarito i limiti della responsabilità dell'intermediario in caso di pagamento di un bonifico domiciliato a un soggetto non legittimato che ha esibito un documento falso. La Corte ha stabilito che la responsabilità è di natura contrattuale e si valuta secondo il criterio della diligenza professionale. L'intermediario non è responsabile se dimostra di aver verificato con la dovuta cura il documento di identità presentato e gli altri elementi di sicurezza (come la password), non essendo tenuto, in assenza di specifiche previsioni normative o contrattuali, a richiedere un secondo documento o a conservarne una copia.
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Legittimazione TFR fallimento: spetta al lavoratore?
Il TFR di una lavoratrice non è stato versato dal datore di lavoro, poi fallito, al fondo pensione designato. La Corte di Cassazione ha stabilito che, di regola, la lavoratrice mantiene il diritto di reclamare tali somme nella procedura fallimentare (legittimazione TFR fallimento), a meno che non sia provata una specifica cessione del credito al fondo. La causa è stata rinviata al tribunale per accertare la natura dell'accordo.
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Legittimazione attiva lavoratore: TFR e fondi pensione
In caso di fallimento del datore di lavoro, la Corte di Cassazione stabilisce che la regola generale riconosce la legittimazione attiva lavoratore per richiedere l'insinuazione al passivo delle quote di TFR non versate al fondo di previdenza complementare. Il trasferimento del TFR si configura di norma come una delegazione di pagamento, che si scioglie con il fallimento, restituendo la titolarità del credito al lavoratore. Sarà onere del curatore fallimentare dimostrare che le parti abbiano invece pattuito una vera e propria cessione del credito a favore del fondo pensione.
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Legittimazione attiva TFR: il diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6048/2024, ha stabilito un principio fondamentale sulla legittimazione attiva TFR. In caso di fallimento del datore di lavoro, il lavoratore ha il diritto di agire direttamente per recuperare le quote di TFR destinate a un fondo di previdenza complementare ma non versate. La Corte ha chiarito che il "conferimento" del TFR al fondo va interpretato come una delegazione di pagamento, non come una cessione del credito. Di conseguenza, la titolarità del diritto resta in capo al lavoratore, salvo prova contraria di una specifica cessione del credito.
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TFR fondo pensione: a chi spetta il credito?
Un lavoratore si oppone al rigetto della sua richiesta di ammissione al passivo fallimentare per le quote di TFR non versate al fondo pensione dal datore di lavoro. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6047/2024, accoglie il ricorso. Viene stabilito che il conferimento del TFR al fondo pensione costituisce, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione del credito. Di conseguenza, in caso di fallimento del datore di lavoro, la legittimazione a richiedere le somme non versate spetta al lavoratore, non al fondo.
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Delegazione di pagamento: la Cassazione chiarisce i limiti
L'Agenzia Fiscale aveva applicato un'imposta di registro proporzionale a un atto notarile, qualificandolo come una delegazione di pagamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che non si trattava di una delegazione di pagamento perché l'operazione non si limitava a un cambio di debitore, ma modificava l'oggetto stesso dell'obbligazione originaria (da pecuniaria a obblighi di fare e trasferire immobili) e mancava l'incarico gestorio tipico (jussum delegatorio).
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Ricorso improcedibile: l’errore che costa il caso
Una società immobiliare ha impugnato in Cassazione una sentenza relativa a una complessa operazione di compravendita con delegazione di pagamento. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso improcedibile. La decisione non è entrata nel merito della questione, ma si è basata su una mancanza procedurale: la parte ricorrente non ha depositato, nei termini di legge, la copia autentica della sentenza impugnata con la relativa notificazione. Questo adempimento è essenziale per consentire alla Corte di verificare la tempestività del ricorso, e la sua omissione ne determina l'improcedibilità, chiudendo di fatto la disputa legale.
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Truffa contrattuale: annullata l’assoluzione
La Corte di Cassazione annulla la sentenza di assoluzione per due imputati accusati di truffa contrattuale. La Corte ha stabilito che l'utilizzo di documenti falsi per deviare un pagamento costituisce reato, anche se il pagamento era originariamente dovuto a terzi. Il danno per la vittima sussiste, poiché il versamento fraudolento non estingue il debito verso i creditori legittimi. Il caso viene rinviato al giudice civile per le opportune valutazioni.
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