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De Plano

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4124 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Ricusazione del giudice: quando il sospetto diventa un boomerang
Tre indagati hanno presentato una richiesta di ricusazione del giudice per le indagini preliminari, sostenendo che avesse già espresso un giudizio sulla loro colpevolezza in altri provvedimenti. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la domanda senza convocare le parti. Gli indagati hanno fatto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del diritto al contraddittorio e una errata valutazione della parzialità del magistrato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la ricusazione del giudice per manifesta infondatezza può essere decisa direttamente (de plano). Inoltre, ha chiarito che le decisioni provvisorie prese dal magistrato in compiti d'ufficio non costituiscono una anticipazione indebita del giudizio finale. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Conversione del ricorso: salvo il diritto sui beni confiscati
Il Condannato, dopo una sentenza definitiva per reati tributari con confisca di beni per oltre 41 milioni di euro, ha chiesto al Giudice dell'esecuzione la restituzione dei beni invenduti. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta senza udienza (de plano). Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo del profitto. La Suprema Corte ha rilevato che contro i provvedimenti de plano non si può ricorrere direttamente in Cassazione, ma occorre proporre opposizione davanti allo stesso giudice. Tuttavia, applicando il principio di conservazione degli atti, la Corte ha disposto la conversione del ricorso nell'appropriato mezzo di opposizione, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello per la decisione nel merito.
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Impugnazione del patteggiamento: l’accordo che blocca il ricorso
Gli Imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza del Giudice dell'Udienza Preliminare che aveva applicato la pena su loro richiesta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Con la riforma Orlando del 2017, l'impugnazione del patteggiamento è limitata a casi tassativi, escludendo contestazioni sul merito o sulla mancata pronuncia di proscioglimento immediato. Il patteggiamento si basa infatti su un accordo negoziale tra le parti, che esclude una ricostruzione dei fatti da parte del giudice oltre ogni ragionevole dubbio. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Restituzione di cose sequestrate: no al rigetto senza udienza
Un cittadino, assolto in via definitiva, ha richiesto la restituzione di cose sequestrate, nello specifico somme di denaro. Il Giudice dell'esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta senza convocare l'udienza (de plano), ritenendo non provato il diritto di proprietà. L'interessato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che l'impugnazione non deve essere rigettata per motivi formali, ma va riqualificata come opposizione. Di conseguenza, ha ordinato la trasmissione degli atti al Tribunale di merito affinché decida garantendo il pieno contraddittorio tra le parti in un'apposita udienza camerale.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: no a ripensamenti
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero l'applicazione di una pena di due mesi di reclusione e cento euro di multa. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata valutazione da parte del giudice delle cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi e non può riguardare la mancata verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento in appello: l’accordo non si può impugnare
L'Imputato, accusato di tentato furto, ha concordato la pena in secondo grado con la Procura Generale. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena e la motivazione dei giudici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il patteggiamento in appello costituisce un accordo liberamente stipulato tra le parti. Una volta che il giudice ratifica questo accordo, la pena concordata non può essere modificata unilateralmente, a meno che non sia palesemente illegale. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso in Cassazione tardivo: quando un ritardo conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due soggetti condannati nei gradi precedenti, a causa del mancato rispetto dei termini di legge. La sentenza della Corte d'Appello era stata depositata nei termini previsti. Tuttavia, i ricorrenti hanno depositato il ricorso oltre la scadenza dei quarantacinque giorni, calcolati tenendo conto del periodo di sospensione feriale estiva. La Suprema Corte ha ribadito che il termine per impugnare decorre dalla fine della sospensione feriale se il deposito avviene in quel periodo. Di conseguenza, il ricorso in Cassazione tardivo è stato rigettato, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione personale: la difesa autonoma costa cara
Il Condannato ha presentato un ricorso per cassazione personale contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge di riforma del 2017 ha infatti eliminato la possibilità per l'imputato o il condannato di firmare e depositare autonomamente il ricorso davanti alla Suprema Corte. Questo atto deve essere obbligatoriamente sottoscritto da un difensore abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorso presentato direttamente dalla parte è nullo e non può essere esaminato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione personale: il fai da te costa 3000 euro
Il Condannato ha proposto personalmente un ricorso per cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché, a seguito della riforma introdotta dalla Legge n. 103 del 2017, non è più consentito il ricorso per cassazione personale da parte dell'imputato o del condannato. L'atto deve essere necessariamente sottoscritto da un difensore abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori (cassazionista). Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione personale: la difesa fai-da-te costa caro
Il Condannato ha presentato personalmente un ricorso alla Corte di Cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché la legge vieta il ricorso per cassazione personale. Dal 2017, infatti, solo un avvocato abilitato (cassazionista) può firmare e depositare questo tipo di atto. Di conseguenza, il cittadino che agisce da solo perde il diritto all'esame del proprio caso e viene condannato a pagare le spese del procedimento, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa tremila euro
Un cittadino condannato ha proposto personalmente un ricorso per cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché, a seguito della riforma del 2017, non è più consentito il ricorso personale in Cassazione. L'atto deve essere obbligatoriamente sottoscritto da un difensore abilitato (cassazionista). Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione personale: la firma fai-da-te costa cara
Il Condannato ha presentato personalmente un ricorso contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché, a seguito della riforma del 2017, non è più consentito il ricorso per cassazione personale. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un avvocato abilitato al patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori (cassazionista). Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Fai da te contro legge: stop al ricorso per cassazione personale
Il Condannato ha proposto personalmente un ricorso per cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché, a seguito della riforma introdotta dalla legge n. 103 del 2017, non è più consentito presentare un ricorso per cassazione personale. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un difensore abilitato e iscritto nell'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto la richiesta e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Conversione della pena pecuniaria: ricorso errato ma salvo
Il Magistrato di Sorveglianza disponeva la conversione della pena pecuniaria di novemila euro inflitta a un condannato nella misura della libertà controllata per trentasei giorni. Il condannato proponeva ricorso per cassazione contro tale provvedimento. La Corte di Cassazione ha stabilito che, a seguito delle riforme legislative, la conversione avviene con procedura semplificata senza udienza preventiva. Pertanto, il rimedio corretto non è il ricorso diretto in Cassazione, ma l'opposizione davanti allo stesso Magistrato di Sorveglianza. In applicazione del principio di conservazione degli atti, la Suprema Corte ha riqualificato il ricorso in opposizione, trasmettendo gli atti al giudice competente per consentire al condannato di far valere le proprie ragioni.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si può contestare
Due imputati, condannati in primo grado per reati di droga a seguito di un accordo sulla pena, hanno proposto ricorso per Cassazione. I ricorrenti lamentavano una carenza di motivazione del giudice in merito alla mancanza di cause di proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, chiarendo i limiti del ricorso contro patteggiamento. Secondo i giudici, il patteggiamento comporta una rinuncia a contestare l'accusa e la motivazione della sentenza è sufficiente se descrive brevemente il fatto e verifica la congruità della pena. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione personale: la difesa fai-da-te costa cara
Un cittadino, condannato per ricettazione dalla Corte di Appello, ha presentato autonomamente un ricorso alla Suprema Corte. Ha contestato la mancata prevalenza di una circostanza attenuante sulla recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge stabilisce infatti che il ricorso per cassazione personale non è più consentito. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso tardivo in Cassazione: la fretta mancata costa caro
L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza della Corte di Appello di Roma. Tuttavia, il deposito dell'atto è avvenuto il 14 ottobre 2022, ben oltre il termine di quarantacinque giorni previsto dalla legge a partire dalla scadenza per il deposito della sentenza impugnata. La Corte di Cassazione ha rilevato la tardività del deposito e ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende. Questo caso evidenzia la gravità di un ricorso tardivo in Cassazione, che preclude qualsiasi esame dei motivi di merito.
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Concordato sulla pena in appello: l’accordo non si tocca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva recepito l'accordo sulla pena. La Suprema Corte ha ribadito che, in caso di concordato sulla pena in appello, il controllo del giudice di secondo grado si limita esclusivamente alla verifica della legalità della sanzione concordata tra le parti. Il giudice non può modificare l'accordo né valutarne la congruità, potendo solo accogliere o rigettare la richiesta in blocco. Poiché la pena applicata corrispondeva esattamente a quella pattuita ed era conforme alla legge, il ricorso dell'imputato è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: l’accordo non si tocca
Il caso riguarda un imputato condannato dal Tribunale di Bologna per reati di spaccio di lieve entità, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. La condanna era scaturita da un accordo sulla pena tra le parti. L'imputato ha successivamente proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando la pena concordata. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso con procedura semplificata. I giudici hanno chiarito che il tema del trattamento punitivo concordato non può essere contestato in sede di legittimità se non vi sono illegalità nella pena. Di conseguenza, è stato riaffermato il principio per cui il patteggiamento e ricorso per cassazione sono incompatibili se si contesta il merito dell'accordo. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso tardivo in Cassazione: il ritardo costa tremila euro
L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza della Corte d'Appello. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato che il deposito dell'atto è avvenuto oltre il termine di quindici giorni previsto dalla legge. Trattandosi di un evidente caso di ricorso tardivo in Cassazione, i giudici hanno dichiarato l'impugnazione del tutto inammissibile senza entrare nel merito della vicenda. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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