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D.P.R. 309/1990

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34 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Coltivazione di cannabis illecita: condanna per THC fuori legge
Un uomo viene condannato per coltivazione di cannabis illecita. Si difende sostenendo che la sua attività rientrasse nei limiti della legge sulla canapa industriale (L. 242/2016). Tuttavia, le analisi di laboratorio dimostrano che il principio attivo (THC) nelle piante superava la soglia legale consentita. Inoltre, la maggior parte delle piante era marijuana e non canapa sativa, con solo due etichette a supporto della tesi difensiva. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, ritenendo che la coltivazione non rispettasse i requisiti di legge. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti è diventata definitiva.
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Spaccio lieve ma organizzato: no alla particolare tenuità del fatto
Un soggetto condannato per spaccio di lieve entità ha chiesto di non essere punito invocando la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che, nonostante la quantità di droga fosse modesta, l'attività era organizzata con un locale dedicato e un sistema di videosorveglianza per eludere i controlli. Questa organizzazione dimostra una gravità superiore alla soglia della tenuità, rendendo impossibile applicare la causa di non punibilità. La condanna è stata quindi confermata in via definitiva.
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Spaccio e fatto di lieve entità: no allo sconto se è professionale
La Corte di Cassazione ha stabilito che lo spaccio di droga non può essere considerato un 'fatto di lieve entità' quando le circostanze indicano un'attività organizzata e non occasionale. Nel caso specifico, un uomo è stato trovato con cocaina sufficiente per 109 dosi, due bilancini, materiale per il confezionamento e oltre 1.100 euro in contanti. L'attività si svolgeva in una nota 'piazza di spaccio' collegata alla criminalità organizzata. La Corte ha ritenuto che questi elementi, valutati nel loro insieme, dimostrassero una professionalità e una pericolosità tali da escludere l'applicazione della pena più mite prevista per i casi di minore gravità, confermando la condanna.
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Detenzione per spaccio: bilancino e contanti valgono la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per detenzione per spaccio di sostanze stupefacenti. La decisione si basa non solo sulla quantità della droga, ma su un insieme di prove, tra cui il ritrovamento di un bilancino di precisione, un trita-marijuana e banconote di piccolo taglio. Secondo i giudici, questi elementi dimostrano in modo logico che la sostanza non era destinata all'uso personale. L'appello dell'imputato è stato dichiarato inammissibile perché si limitava a ripetere le stesse argomentazioni già respinte in precedenza, senza contestare efficacemente la motivazione della sentenza. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Detenzione di stupefacenti: ricorso generico, condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. L'uomo sosteneva di essere un semplice consumatore e che il fatto fosse di lieve entità, ma i suoi motivi di ricorso sono stati giudicati troppo generici. I giudici hanno stabilito che la Corte d'Appello aveva correttamente valutato non solo la notevole quantità di droga, ma anche le circostanze del ritrovamento e la recidiva dell'imputato. Questi elementi, nel loro insieme, dimostravano in modo univoco che la sostanza era destinata alla vendita e non all'uso personale, escludendo la possibilità di qualificare il reato come minore.
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Droga: ricorso inammissibile e condanna definitiva per motivi generici
Una persona, già condannata per reati legati agli stupefacenti (art. 73 D.P.R. 309/1990), ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. I giudici hanno però dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. La ragione è che i motivi presentati erano troppo generici e manifestamente infondati, non criticando in modo specifico e logico la sentenza precedente. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Ricorso generico per droga: Cassazione dichiara l’inammissibilità
Un soggetto, condannato per spaccio di lieve entità, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione lamentando errori di legge e di motivazione. La Corte ha però dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, giudicando le critiche sollevate come generiche e manifestamente infondate. Secondo i giudici, la sentenza precedente era logica e coerente. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di 3.000 euro.
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Spaccio: 521 dosi di cocaina non sono un fatto di lieve entità
Un uomo, condannato per spaccio, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta dovesse essere considerata un fatto di lieve entità. In casa sua erano state trovate 521 dosi di cocaina, sostanza da taglio, un bilancino di precisione e un quaderno con la contabilità. La Corte ha respinto il ricorso, affermando che il numero elevato di dosi (centinaia, non decine) e gli strumenti rinvenuti provavano un'attività di spaccio sistematica e su larga scala. Tale attività è incompatibile con l'ipotesi del fatto di lieve entità. La condanna per spaccio è stata quindi confermata in via definitiva.
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Spaccio di lieve entità: quando il ricorso è nullo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di lieve entità a carico di un imputato sorpreso con nove dosi di marijuana e denaro contante non giustificato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché basato su contestazioni puramente fattuali e generiche riguardanti la visibilità notturna degli agenti operanti. La Corte ha ritenuto pienamente attendibili le testimonianze delle forze dell'ordine, valorizzando il possesso della sostanza e la mancanza di redditi leciti documentati.
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Particolare tenuità del fatto: ricorso generico e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per reati inerenti agli stupefacenti e al porto di armi. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che il motivo di ricorso era del tutto generico, non avendo la difesa fornito elementi concreti a supporto della richiesta. Di conseguenza, oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, sottolineando l'importanza della specificità dei motivi nell'impugnazione dinanzi alla Suprema Corte.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: il costo del silenzio
Un imputato, precedentemente condannato per reati legati al traffico di stupefacenti ex art. 73 d.P.R. 309/1990, ha presentato ricorso alla Suprema Corte. La Settima Sezione Penale ha riscontrato l'assoluta mancanza di argomentazioni valide, dichiarando l'inammissibilità del ricorso per cassazione. Il ricorrente non ha infatti dedotto alcun motivo specifico di censura contro la sentenza della Corte d'Appello. Di conseguenza, oltre al rigetto dell'impugnazione, la Corte ha condannato l'uomo al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende. La decisione conferma il rigore del filtro di ammissibilità in Cassazione, dove la mera riproposizione di doglianze generiche o l'assenza di motivi articolati preclude l'accesso al vaglio di legittimità.
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Cassazione: inammissibile il ricorso con motivi generici sulla pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due imputati coinvolti in un procedimento legato al traffico di sostanze stupefacenti. I ricorrenti avevano impugnato la decisione della Corte d'Appello contestando esclusivamente la determinazione della pena. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché le doglianze erano meramente riproduttive di quanto già esposto nei gradi precedenti. Inoltre, i motivi sono stati giudicati eccessivamente generici, mancando un confronto diretto e critico con le motivazioni della sentenza impugnata. Oltre al rigetto del ricorso, la Suprema Corte ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per motivi generici
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da un soggetto condannato per spaccio di lieve entità e resistenza a pubblico ufficiale. I giudici hanno rilevato che i motivi di impugnazione erano generici e si limitavano a riproporre le medesime questioni già affrontate e risolte nel grado di appello. La decisione sottolinea che l'inammissibilità del ricorso scatta automaticamente quando la difesa non si confronta criticamente con le motivazioni della sentenza impugnata, limitandosi a una mera ripetizione di argomenti già rigettati.
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Circostanze attenuanti generiche e precedenti penali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti, il quale lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, sottolineando che il diniego era correttamente motivato dai precedenti penali dell'imputato, dalla gravità del reato e dalla sua condotta processuale. Il ricorso è stato inoltre ritenuto una mera ripetizione di argomenti già esaminati.
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