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Custodia Cautelare In Carcere

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2181 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Perde l’alloggio e torna in carcere: no alla misura cautelare
Un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere aveva ottenuto gli arresti domiciliari presso l'abitazione di una terza persona. Successivamente, la proprietaria dell'immobile ha revocato la propria disponibilità a ospitarlo. In assenza di un domicilio alternativo idoneo, il giudice ha disposto il ripristino della misura detentiva in carcere. La difesa ha impugnato il provvedimento chiedendo la sostituzione della misura cautelare con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, sostenendo che il tempo trascorso in cella avesse ridotto la pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che grava sull'indagato l'onere di fornire un domicilio idoneo e che il semplice decorso del tempo in carcere non costituisce un fatto nuovo idoneo ad affievolire le esigenze cautelari.
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Violazione degli arresti domiciliari: carcere dopo un minuto
Un indagato agli arresti domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione per un solo minuto in orario notturno. Il Giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere per la violazione degli arresti domiciliari. L'indagato ha presentato ricorso, sostenendo che l'uscita brevissima e il rientro spontaneo costituissero un fatto di lieve entità. I giudici hanno invece valorizzato l'orario notturno, le giustificazioni contrastanti e un precedente episodio analogo già perdonato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. L'indagato resta in carcere e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere tra recidiva e dissidi interni
L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione per il traffico di stupefacenti con ruolo organizzativo, ha chiesto la revoca o attenuazione della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il tempo trascorso, lo smantellamento del gruppo criminale e la costituzione spontanea attenuassero il pericolo di recidiva. Il Tribunale del riesame ha respinto l'istanza, evidenziando i precedenti specifici e l'assenza di un lavoro lecito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato: le doglianze riproponevano argomenti già motivatamente respinti, senza superare la presunzione di pericolosità. L'Indagato resta quindi in carcere con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Tentato omicidio o lesioni: spari alla gamba e carcere
L'Indagato scopre un messaggio inviato dalla Persona Offesa alla propria compagna e pianifica una spedizione punitiva notturna. L'uomo carica una pistola illegale ed esplode quattro colpi a breve distanza: un proiettile ferisce la vittima alla coscia, vicino all'arteria femorale, mentre altri tre colpiscono l'edificio ad altezza d'uomo. La difesa sostiene l'ipotesi di semplici lesioni personali, affermando l'assenza della volontà di uccidere e chiedendo i domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione conferma l'accusa di tentato omicidio e la permanenza in carcere. I giudici evidenziano la micidialità dell'arma, la reiterazione dei colpi ad altezza d'uomo e l'inadeguatezza del braccialetto elettronico di fronte a una marcata incapacità di autocontrollo.
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Custodia cautelare in carcere: no a vizi formali se c’è fuga
Un indagato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per furto in abitazione, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. La difesa ha lamentato la mancata traduzione del provvedimento in russo, la nullità del decreto di latitanza e l'insussistenza delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso infondato e inammissibile. I giudici hanno rilevato contraddizioni sul reale idioma conosciuto dall'interessato, la presenza di arnesi da scasso, un riconoscimento fotografico e la pianificazione del reato con veicoli noleggiati tramite prestanome. L'indagato resta detenuto.
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Carcere confermato: no a domiciliari con parenti complici
Un indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha chiesto la sostituzione della misura cautelare dal carcere agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La difesa ha invocato il tempo trascorso, la condotta collaborativa e la disponibilità di un alloggio. I giudici hanno respinto l'istanza evidenziando il ruolo di vertice dell'indagato e i legami criminali con i familiari residenti nella stessa abitazione proposta. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto e dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese e a una sanzione.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari con droga
Un uomo è stato arrestato mentre trasportava mezzo chilo di cocaina occultata nella propria vettura. Il Tribunale del riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere per fermare il pericolo di reiterazione del reato. La difesa ha impugnato il provvedimento in Cassazione, chiedendo la concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico presso l'abitazione paterna. Il difensore ha evidenziato lo stato di incensuratezza dell'indagato, la giovane età e la confessione resa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha confermato la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno stabilito che l'ingente quantità di droga e i collegamenti con trafficanti rendono inidoneo il controllo a distanza, non potendo il braccialetto elettronico impedire l'attività di custodia domestica di sostanze illecite.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari con braccialetto
L'indagato ha contestato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per reati legati alla coltivazione organizzata di marijuana. La difesa ha sostenuto l'assenza di gravi indizi, l'insussistenza di pericoli di recidiva e l'adeguatezza degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendo la custodia cautelare in carcere l'unica misura proporzionata. I giudici hanno accertato la presenza di gravi indizi desunti da pedinamenti, intercettazioni e il ruolo attivo di vedetta svolto dall'indagato. Inoltre, il braccialetto elettronico impedisce l'allontanamento dall'abitazione ma non neutralizza i contatti con la rete criminale, il rischio di inquinamento delle prove e la prosecuzione a distanza dei traffici illeciti.
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Lieve entità e custodia cautelare in carcere: la Cassazione
Un indagato ha presentato ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per detenzione di cocaina e crack, sebbene il fatto fosse stato riqualificato come reato di lieve entità. La difesa ha sostenuto che gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico fossero sufficienti a contenere il pericolo di recidiva, richiamando anche lo stato di tossicodipendenza del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha ritenuto congrua la motivazione dei giudici di merito. L'abitazione dell'indagato fungeva da laboratorio per confezionare la droga. Inoltre, i precedenti penali, le continue violazioni di precedenti obblighi di firma e l'interruzione volontaria del percorso riabilitativo giustificano la misura carceraria.
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Lite condominiale e reato di tentato omicidio: regole
Due uomini hanno aggredito un vicino di casa e suo padre durante una lite condominiale, colpendoli con coltelli all'addome e al torace. Il Tribunale del Riesame ha riqualificato il fatto in reato di tentato omicidio, ordinando il carcere per entrambi. I due imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la volontà omicida e l'adeguatezza della misura cautelare. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza dei gravi indizi del reato di tentato omicidio, valorizzando l'arma usata, i colpi reiterati e le parti vitali colpite. Tuttavia, i giudici hanno annullato l'ordinanza con rinvio per uno dei due indagati limitatamente alle sole esigenze cautelari, poiché il Tribunale aveva illegittimamente esteso a quest'ultimo i precedenti penali appartenenti soltanto al complice.
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Custodia cautelare in carcere e termini: validità confermata
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere nei confronti di un imputato per associazione mafiosa ed estorsione aggravata. La difesa sosteneva la perdita di efficacia della misura per il superamento del termine di dieci giorni previsto a seguito di annullamento con rinvio. I giudici supremi hanno chiarito che tale termine ha natura meramente ordinatoria quando la misura nasce dall'accoglimento di un appello del Pubblico Ministero. L'efficacia non decade poiché l'esecuzione dell'ordinanza resta sospesa per legge fino alla decisione definitiva. La Cassazione ha inoltre ribadito la piena attualità del pericolo criminale, convalidando il provvedimento restrittivo.
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Custodia cautelare in carcere: annullata per omessa prova lavoro
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di traffico di stupefacenti. La difesa aveva depositato la documentazione attestante un lavoro stabile a tempo indeterminato e la disponibilità di un alloggio per i domiciliari. I giudici del riesame hanno omesso di esaminare tali prove, trascurando il lungo tempo trascorso dai fatti e l'eventuale idoneità degli arresti domiciliari con controllo elettronico. La Suprema Corte ha imposto una nuova valutazione sulla concreta attualità delle esigenze cautelari.
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Custodia cautelare in carcere confermata per i reati mafiosi
Un imputato, condannato per associazione mafiosa ed estorsioni aggravate, ha richiesto la revoca della misura restrittiva o la concessione degli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti e la scadenza dei termini per il reato associativo rendessero ingiustificata la detenzione. Il Tribunale e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. I giudici hanno confermato che la custodia cautelare in carcere resta pienamente valida ed efficace per i singoli episodi di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il ruolo di vertice dell'imputato e la totale assenza di dissociazione dal gruppo criminale mantengono intatta la presunzione di pericolosità sociale.
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Custodia cautelare e tempo silente: la mafia impone il carcere
La Corte di Cassazione ha esaminato la correlazione tra custodia cautelare e tempo silente nel caso di un indagato per associazione di tipo mafioso e reati connessi alle armi. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, sostenendo che il decorso del tempo e la presunta interruzione dei rapporti con il clan escludessero l'attualità del pericolo sociale. I giudici hanno respinto il ricorso. La Suprema Corte ha ribadito che l'accusa di mafia attiva una presunzione legale di pericolosità sociale e di idoneità esclusiva del carcere. Il semplice tempo trascorso dai fatti non è sufficiente, da solo, a dimostrare l'interruzione del vincolo associativo, soprattutto in assenza di un recesso formale o di elementi oggettivi di dissociazione. L'indagato resta in custodia carceraria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: confermato il carcere
L'indagato ha aggredito con violenza gli agenti delle forze dell'ordine durante lo sgombero di rifiuti e veicoli abbandonati davanti alla propria abitazione. L'uomo ha scagliato una pesante batteria per auto, ha sferrato pugni e si è barricato all'interno dell'immobile. La difesa sosteneva che l'attività d'ufficio fosse già conclusa e invocava gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la custodia in carcere per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate. L'intervento pubblico era pienamente in corso durante l'aggressione e la gravità della condotta, unita ai precedenti penali, esclude misure cautelari meno severe. Il ricorrente deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Un imputato condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha chiesto la revoca o la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto l'attenuazione delle esigenze cautelari a causa del lungo tempo trascorso dai fatti contestati e ha eccepito l'incompatibilità del giudice. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la mancata ricusazione formale rende inammissibile l'eccezione di incompatibilità. Inoltre, per i reati associativi opera la presunzione di adeguatezza del carcere, che il semplice decorso del tempo non basta a superare, specie a fronte di una pesante condanna sopravvenuta e del concreto pericolo di fuga non arginabile con il braccialetto elettronico.
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Custodia cautelare in carcere: resta ferma per il narcotraffico
L'Indagato, accusato di aver promosso una vasta associazione dedita al narcotraffico e di aver commesso numerosi reati di spaccio, contestava la conferma della misura restrittiva. La difesa lamentava disparità di trattamento rispetto a un coindagato posto ai domiciliari, il trascorso di un consistente arco temporale dai fatti e la spontanea consegna alla polizia giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle esigenze cautelari resta rigorosamente autonoma e individuale per ogni indagato. Il mero decorso del tempo non attenua la pericolosità quando sussistono reti criminali ramificate e stabili contatti internazionali. La custodia cautelare in carcere rimane dunque pienamente confermata a carico del presunto organizzatore.
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Spaccio di lieve entità e carcere: la droga minima non basta
I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo sorpreso a cedere una modica dose di cocaina, pari a 0,80 grammi. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto nella sua abitazione oltre 8.600 euro in contanti, privi di giustificazione reddituale. La difesa ha invocato lo spaccio di lieve entità basandosi esclusivamente sul ridotto peso della dose ceduta, richiedendo in subordine gli arresti domiciliari anche presso terzi. La Suprema Corte ha respinto la tesi: la valutazione della lieve entità richiede un esame complessivo dei fatti e non un mero calcolo quantitativo. Il possesso dell'ingente somma ingiustificata e l'uso dell'abitazione come base logistica provano un'attività strutturata e continuativa. I giudici hanno escluso i domiciliari per l'alto rischio di reiterazione, confermando la massima misura carceraria.
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Omicidio di mafia: resta la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per un uomo indagato di concorso in omicidio aggravato dal metodo mafioso. Il delitto risale a molti anni prima. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e lamentava l'assenza di esigenze cautelari attuali a causa del tempo trascorso. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze difensive. Le testimonianze dei collaboratori risultano reciprocamente concordanti e supportate da precisi riscontri oggettivi, tra cui intercettazioni telefoniche e il ritrovamento della moto utilizzata per il crimine. Per i reati aggravati da contesto mafioso vige la presunzione di pericolosità sociale. Il semplice decorso del tempo non basta ad annullare la misura cautelare.
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Connivenza non punibile o concorso: carcere confermato
I Carabinieri hanno arrestato tre individui dopo un inseguimento in auto e la perquisizione di un alloggio. I militari hanno rinvenuto ingenti quantità di cocaina, hashish e denaro contante sia a bordo del veicolo sia dentro l'immobile. Il Tribunale del Riesame ha confermato per tutti la custodia cautelare in carcere. I difensori hanno fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'ipotesi di connivenza non punibile per via dell'ospitalità temporanea degli imputati e del fatto che la droga fosse celata. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno valorizzato la fuga violenta del conducente, la presenza di droga in vista sui ripiani della casa e il possesso di bilancini di precisione, escludendo ogni presenza inconsapevole. Gli indagati restano in carcere e devono versare tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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