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Consorteria Mafiosa

16 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Termine giuridico utilizzato per indicare un'associazione per delinquere di tipo mafioso, caratterizzata da una struttura organizzata e dall'uso della violenza e dell'intimidazione per raggiungere i propri scopi illeciti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Proroga 41-bis: legittimo il rinnovo con la sola probabilità
Un detenuto affiliato a un'organizzazione mafiosa ha contestato il decreto ministeriale che disponeva la proroga 41-bis per ulteriori due anni. La difesa ha sostenuto l'assenza di motivazioni adeguate riguardo al rischio concreto di ripristinare i contatti con il clan. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo, evidenziando il ruolo di rilievo rivestito dal soggetto, la persistente vitalità del sodalizio e il fatto che il recluso avesse percepito somme di denaro di matrice criminale durante la carcerazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che per rinnovare la misura restrittiva non serve la certezza assoluta dei contatti, ma basta la loro ragionevole probabilità. Il ricorrente è stato condannato al versamento delle spese e di una somma pecuniaria.
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Proroga del regime di 41-bis: il ruolo marginale non salva il boss
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un Detenuto contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Roma, che confermava la proroga del regime di 41-bis. La difesa sosteneva che il ruolo marginale del soggetto all'interno del clan salentino escludesse la sua pericolosità. I giudici hanno invece chiarito che, per disporre la proroga del regime di 41-bis, occorre verificare la persistente operatività del sodalizio criminale e l'assenza di elementi che provino il distacco del detenuto dal gruppo. Poiché il clan salentino risulta ancora attivo sul territorio e non vi sono prove di una rottura dei legami da parte del ricorrente, la misura di rigore carcerario è stata legittimamente confermata.
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Proroga del regime 41-bis: buona condotta contro legami mafiosi
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento con cui è stata disposta la proroga del regime 41-bis nei confronti di un detenuto, esponente di spicco di un mandamento mafioso. Il ricorrente contestava la decisione sostenendo che la lunghissima detenzione e la buona condotta avessero reciso i legami con l'esterno. I giudici hanno invece ritenuto legittima la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La proroga del regime 41-bis si fonda sul concreto pericolo di ripristino dei collegamenti con la criminalità organizzata, accertato tramite recenti indagini di polizia e dichiarazioni di collaboratori di giustizia che confermano l'operatività del clan di riferimento. L'appello è stato quindi rigettato.
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Reato continuato e omicidi di mafia: negato lo sconto di pena
Il Condannato, già condannato per tre diversi omicidi commessi nell'ambito di una faida mafiosa, ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per unificare le pene. Il Tribunale di Bergamo ha rigettato la richiesta, escludendo un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice appartenenza a un clan mafioso o la partecipazione a una guerra di camorra non bastano a dimostrare un preventivo e unitario disegno criminoso per i singoli omicidi. Ogni delitto è stato deliberato in modo autonomo e per ragioni specifiche, impedendo l'applicazione del trattamento sanzionatorio di favore previsto per il reato continuato. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese.
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Pericolosità sociale: il carcere non cancella la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per ulteriori due anni a carico di un cittadino. I giudici di merito avevano accertato la persistente pericolosità sociale del soggetto, legata alla sua continua appartenenza a un'associazione mafiosa, attiva anche dopo una lunga carcerazione. Il ricorrente ha impugnato la decisione contestando la valutazione sulla sua condotta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproponeva argomenti generici già respinti in appello, senza contestare in modo specifico le motivazioni dei giudici. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: legittima anche senza reato associativo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato riscuoteva somme di denaro, mascherate da servizi di guardiania, per destinarle ai detenuti di un clan locale. La difesa sosteneva l'assenza del pericolo di recidiva, evidenziando che l'accusa di associazione mafiosa era stata precedentemente annullata per mancanza di prove sufficienti. I giudici hanno invece stabilito che la ripetizione sistematica delle estorsioni per conto del clan, anche senza una formale affiliazione, dimostra un concreto rischio di reiterazione del reato. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane la misura idonea a prevenire nuovi illeciti.
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Proroga del regime 41-bis: basta la probabilità del legame mafioso
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto ritenuto di spicco all'interno di un'associazione mafiosa. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto il reclamo del detenuto contro il decreto ministeriale di rinnovo biennale del carcere duro. La difesa sosteneva che il clan di appartenenza non fosse più attivo sul territorio, escludendo così il pericolo di collegamenti esterni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che per disporre la proroga del regime 41-bis non serve la certezza assoluta del collegamento con la criminalità organizzata, ma basta una ragionevole probabilità basata sugli elementi raccolti. Il detenuto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Proroga 41-bis: il ruolo di vertice nel clan giustifica il carcere duro
Un detenuto con un ruolo di vertice in un'associazione mafiosa ha contestato la decisione di estendere per altri due anni il suo regime di detenzione speciale. La sua difesa sosteneva la mancanza di prove attuali sulla sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la proroga regime 41-bis. Secondo i giudici, il ruolo apicale ricoperto e la biografia criminale del soggetto sono sufficienti a dimostrare un pericolo concreto e persistente di collegamenti con il clan, anche in assenza di nuovi specifici episodi. La motivazione del Tribunale è stata ritenuta logica e ben fondata sulle informative disponibili.
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Regime 41-bis: il passato da boss giustifica la proroga
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della proroga regime 41-bis per un detenuto con un passato ruolo di vertice in un'organizzazione mafiosa. Il soggetto contestava la decisione sostenendo la mancanza di prove attuali sulla sua pericolosità. I giudici hanno stabilito che il pericolo di mantenere contatti con l'esterno può essere desunto dalla biografia criminale e dalla posizione apicale ricoperta, elementi che dimostrano una capacità di collegamento ancora intatta. Non sono quindi necessari nuovi e specifici episodi per giustificare il mantenimento del carcere duro. Il ricorso del detenuto è stato dichiarato inammissibile.
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Proroga regime 41-bis: boss perde il ricorso, resta al carcere duro
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della proroga regime 41-bis per un detenuto con un ruolo di vertice in un'organizzazione mafiosa. Nonostante il tempo trascorso, i giudici hanno ritenuto ancora attuale e concreto il pericolo che l'uomo potesse mantenere contatti con la sua organizzazione criminale. La decisione si fonda sulla sua pericolosità sociale, sul suo passato criminale e sulle recenti informative delle autorità. Il ricorso del detenuto è stato dichiarato inammissibile, rendendo definitiva la misura del 'carcere duro' per altri due anni e condannandolo al pagamento di una sanzione.
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Proroga Regime 41 bis: Clan attivo, carcere duro confermato
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della proroga regime 41 bis per un detenuto considerato elemento di vertice di una pericolosa organizzazione criminale. Il ricorso del detenuto è stato respinto perché, secondo la Corte, per giustificare il 'carcere duro' non è necessaria la prova certa dei contatti con l'esterno. È sufficiente che tale collegamento sia 'ragionevolmente probabile'. La decisione si è basata sull'elevato spessore criminale del soggetto e sulla provata e attuale operatività del suo clan, confermata da recenti operazioni di polizia. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Regime 41-bis: ricorso inammissibile e motivazioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la proroga del regime 41-bis per una persona condannata, ritenuta ancora in possesso di un ruolo apicale all'interno di un'associazione mafiosa. La Corte ha stabilito che le censure, basate su una mera confutazione dei fatti e non su vizi di legittimità, non possono superare il vaglio di ammissibilità, confermando la valutazione del Tribunale di Sorveglianza sulla persistente pericolosità sociale e sulla capacità di mantenere collegamenti con la criminalità organizzata.
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Presunzione esigenze cautelari: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per associazione mafiosa, confermando la custodia cautelare in carcere. La Corte ha ribadito la forza della presunzione esigenze cautelari per i reati di questo tipo, specificando che il solo trascorrere del tempo o la riabilitazione di un parente non sono sufficienti a dimostrare il recesso dall'associazione criminale, specialmente in presenza di altri indizi di pericolosità attuale.
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Regime 41-bis: legittima la proroga per pericolosità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato all'ergastolo contro la proroga del regime 41-bis. La decisione si fonda sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta dal suo elevato spessore criminale, dalla capacità di mantenere contatti con la consorteria mafiosa di appartenenza e dalla continua operatività del clan, come dimostrato da recenti indagini su suoi familiari. Per la proroga, è sufficiente una ragionevole probabilità, e non la certezza, dei collegamenti.
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Aggravante mafiosa: il metodo intimidatorio è decisivo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un individuo in custodia cautelare per un grave atto intimidatorio ai danni di un poliziotto, consistente nel posizionare una testa di maiale mozzata davanti alla sua abitazione. La Corte ha confermato la sussistenza dell'aggravante mafiosa, stabilendo che l'utilizzo di un simile gesto, per la sua portata simbolica, costituisce di per sé un'espressione del tipico metodo mafioso, a prescindere dalla conoscenza diretta dei mandanti da parte dell'esecutore materiale.
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Reato continuato: no a mafia e droga senza piano unico
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato tra la partecipazione a un'associazione mafiosa e a un successivo sodalizio dedito al narcotraffico. La Corte ha stabilito che, per configurare un unico disegno criminoso, è necessaria una programmazione iniziale che abbracci tutti i reati. Nel caso di specie, le due associazioni sono state ritenute distinte per composizione, finalità e cronologia, escludendo quindi l'applicazione dell'istituto.
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