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Confisca Di Prevenzione — Anno 2022

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203 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Confisca Di Prevenzione

Provvedimenti

Revocazione della confisca: una diversa sentenza non è prova nuova
Il Proprietario e i suoi familiari hanno richiesto la revocazione della confisca definitiva dei loro beni. I richiedenti invocavano una sentenza penale irrevocabile che aveva escluso la sproporzione economica tra entrate e uscite. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della domanda. I Supremi Giudici hanno chiarito che una diversa decisione o valutazione giudiziaria non costituisce una prova nuova ai sensi di legge. La prova riguarda infatti i fatti storici e non le valutazioni dei magistrati. Inoltre il tribunale della prevenzione aveva già esaminato le divergenze contabili tramite apposita perizia. Di conseguenza la domanda di revocazione della confisca è stata respinta con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Confisca di prevenzione valida anche senza reato unico
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della pubblica accusa contro il decreto che revocava il blocco patrimoniale su immobili e conti di un soggetto condannato per gravi reati. La Corte di merito aveva restituito i beni perché mancava la prova diretta della loro origine dal singolo delitto contestato nel processo ordinario. I giudici supremi hanno chiarito che la confisca di prevenzione scatta legittimamente anche per la sola sproporzione tra i beni accumulati e i redditi leciti dichiarati. Il dissequestro penale non impedisce il vincolo preventivo se il proprietario non giustifica la provenienza economica delle risorse.
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Confisca di prevenzione: immobile allo Stato e ricorso respinto
Due coniugi hanno chiesto la revoca della misura patrimoniale che ha colpito un loro immobile. I ricorrenti hanno fondato l'istanza su una sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato una categoria di pericolosità generica. I giudici di merito hanno respinto la richiesta rilevando che la confisca di prevenzione si reggeva in modo autonomo sulla diversa ipotesi dei proventi da attività delittuose abituali. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. Il provvedimento ablativo definitivo resta pienamente valido ed efficace quando la motivazione poggia su un titolo autonomo e autosufficiente non colpito da incostituzionalità.
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Confisca di prevenzione: annullato il no alla revoca
La Corte d'Appello ha respinto la richiesta di revocazione della confisca di prevenzione gravante su beni mobili e immobili intestati a un privato e a una società immobiliare. I ricorrenti hanno contestato l'assenza di una base legale valida per la misura. La difesa ha evidenziato che le condotte contestate risalivano a un periodo antecedente all'introduzione delle norme applicate e non integravano un vincolo associativo. I giudici territoriali hanno tuttavia rigettato l'istanza con argomentazioni generiche. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando una motivazione meramente apparente. I giudici di merito hanno omesso di verificare la tipologia di pericolosità e i presupposti legali della misura ablatoria. La Suprema Corte ha pertanto annullato l'ordinanza e ha disposto il rinvio degli atti per un nuovo esame.
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Confisca di prevenzione: i beni delle società restano allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di beni immobili e conti correnti intestati a un soggetto socialmente pericoloso e a due società a lui riconducibili. Il proposto, condannato per reati tributari legati a false fatturazioni, contestava la pericolosità sociale e la sproporzione dei beni rispetto ai redditi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che il procedimento di prevenzione è del tutto autonomo da quello penale. Inoltre, le società terze non possono contestare i presupposti della misura applicata al proposto, ma solo dimostrare l'effettiva e legittima proprietà dei beni. Di conseguenza, la confisca è definitiva e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Buona fede del creditore: la banca negligente perde il credito
Una banca ha chiesto di recuperare due crediti concessi a una società edile, i cui beni sono stati confiscati dallo Stato perché riconducibili a un soggetto vicino alla criminalità organizzata. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che i finanziamenti avevano agevolato il riciclaggio di denaro e che la banca aveva agito con grave negligenza. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la buona fede del creditore non sussiste se l'istituto di credito ignora i segnali di allarme durante l'istruttoria. La banca, avendo omesso i controlli minimi di diligenza su bilanci palesemente negativi e anomalie societarie, perde il diritto di rivalersi sui beni confiscati e deve pagare le spese processuali.
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Buona fede del terzo creditore: banca perde i beni confiscati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un istituto di credito che chiedeva il riconoscimento di tre crediti ipotecari su beni confiscati alla criminalità organizzata. Per salvaguardare il proprio credito, la banca avrebbe dovuto dimostrare la buona fede del terzo creditore, ossia l'inconsapevolezza del nesso di strumentalità tra il finanziamento e l'attività illecita del debitore. Tuttavia, l'istituto non ha presentato la documentazione relativa all'istruttoria del mutuo, impedendo di verificare il rispetto degli obblighi di diligenza e delle norme antiriciclaggio. Di conseguenza, la banca perde il diritto di rivalersi sui beni confiscati e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: lo Stato vince, gli eredi perdono tutto
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di beni immobili, quote societarie e conti correnti disposta nei confronti degli eredi di un soggetto indiziato di appartenenza mafiosa, deceduto durante il procedimento. I giudici hanno chiarito che la morte del proposto non interrompe l'azione di prevenzione se la proposta è stata avanzata quando questi era in vita. Inoltre, la Corte ha stabilito che la costruzione abusiva con fondi illeciti su un terreno lecito comporta la confisca dell'intero immobile, valutato unitariamente. Infine, il ricorso di un socio terzo è stato dichiarato inammissibile per mancanza di procura speciale al difensore. Tutti i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese.
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Confisca di prevenzione: lo scudo fiscale non salva i beni
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni di un imprenditore, ritenuto socialmente pericoloso poiché dedito a sistematiche evasioni fiscali e reati fallimentari tra il 2004 e il 2015. I giudici hanno chiarito che lo "scudo fiscale" non protegge i capitali rimpatriati dall'estero se non si dimostra la loro origine lecita, né cancella la sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto legittima la confisca delle quote societarie di un'azienda, anche se acquistate prima del periodo di pericolosità, poiché la società è stata successivamente utilizzata come "salvadanaio" per riciclare oltre otto milioni di euro di provenienza illecita. Di conseguenza, i ricorsi del proposto e della società terza sono stati dichiarati inammissibili, confermando definitivamente il sequestro dei beni a favore dello Stato.
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Confisca di prevenzione: tra patrimonio illecito e beni salvati
Un professionista e alcuni terzi intestatari hanno proposto ricorso contro la confisca di prevenzione disposta su diversi immobili. I beni erano stati sequestrati perché ritenuti frutto di truffe assicurative realizzate dal proposto tra il 2010 e il 2012. La difesa ha sostenuto l'assenza di sproporzione reddito-patrimonio, chiedendo di valutare i redditi emersi da un condono fiscale, e la mancanza di correlazione temporale per alcuni beni. La Corte di Cassazione ha confermato la misura per la maggior parte del patrimonio. Ha stabilito che i redditi emersi da sanatorie fiscali non giustificano gli acquisti se manca la prova della loro origine lecita. Tuttavia, i giudici hanno annullato la confisca di prevenzione per un complesso immobiliare acquistato prima del periodo di pericolosità, rinviando la decisione alla Corte di Appello per una nuova valutazione.
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Confisca di prevenzione: redditi irrisori e mutuo sproporzionato
I coniugi hanno proposto ricorso in Cassazione contro il decreto che confermava la confisca di prevenzione di un immobile intestato alla moglie. La casa era stata acquistata tramite mutuo ipotecario e la quota del marito era stata poi trasferita alla moglie con una vendita simulata. I giudici hanno riscontrato un'evidente sperequazione tra i redditi familiari, del tutto irrisori, e il pagamento delle rate del mutuo. I coniugi hanno sostenuto la sufficienza delle proprie entrate, lamentando un errore nella valutazione dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarificando che contro le misure patrimoniali è ammesso solo il ricorso per violazione di legge e non per riconsiderare i fatti. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca di prevenzione e pericolosità attuale: ricorsi respinti
La Corte di Cassazione ha confermato la sorveglianza speciale e la confisca di immobili, aziende e conti correnti a carico di due soggetti e dei loro familiari. I ricorsi contestavano la sussistenza della pericolosità sociale e la sproporzione patrimoniale, evidenziando precedenti assoluzioni penali e percorsi rieducativi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno chiarito che il procedimento di prevenzione è autonomo rispetto al processo penale. L'assoluzione penale non impedisce di valutare i fatti storici per dimostrare la confisca di prevenzione e pericolosità attuale. I beni rimangono definitivamente acquisiti dallo Stato.
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Confisca di prevenzione su conti esteri: confermato il blocco
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della confisca di prevenzione su un saldo attivo di oltre 250.000 euro giacente in un conto svizzero. Il bene risultava intestato alla figlia di un soggetto ritenuto pericoloso. I giudici hanno accertato che i fondi derivavano da stratificate attività illecite e da operazioni di riciclaggio avviate fin dal 1994. La difesa sosteneva che i capitali appartenessero a un parente deceduto e contestava la sussistenza della pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Nel sistema della confisca di prevenzione il controllo di legittimità è ristretto alle sole violazioni di legge. L'occultamento continuato nel tempo dei proventi illeciti dimostra un'adesione stabile alle logiche criminali, rendendo del tutto irrilevante l'intestazione formale a terzi o l'identità del contributore iniziale.
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Confisca di prevenzione: l’impero mafioso crolla in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un imprenditore e dai suoi familiari contro il decreto della Corte di Appello di Palermo. I giudici di merito avevano confermato la sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione dei beni aziendali e personali. L'imprenditore era ritenuto vicino a un'associazione mafiosa, avendo sfruttato capitali illeciti per espandersi sul mercato. La Suprema Corte ha ribadito che, in materia di misure di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso solo per violazione di legge, inclusa la motivazione inesistente o apparente. Nel caso specifico, i giudici d'appello hanno fornito una motivazione solida e dettagliata sull'attualità della pericolosità sociale del soggetto e sulla provenienza illecita dei beni, rendendo inammissibili le contestazioni di merito sollevate dalla difesa.
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Confisca di prevenzione: le nuove sentenze non la revocano
Il Sottoposto ha richiesto la revoca retroattiva di una confisca di prevenzione, sostenendo la presenza di elementi nuovi. In particolare, ha evidenziato un mutamento dell'orientamento dei giudici sulla nozione di appartenenza a organizzazioni criminali e il decesso di un presunto sodale avvenuto nel 1999. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che un nuovo indirizzo della giurisprudenza, anche se sancito dalle Sezioni Unite, non rappresenta un fatto nuovo idoneo a revocare la confisca di prevenzione già definitiva, poiché non modifica le norme di legge scritte. Inoltre, la morte del sodale è stata ritenuta irrilevante, in quanto la pericolosità sociale del soggetto si era già manifestata negli anni precedenti. Di conseguenza, la misura patrimoniale resta pienamente valida.
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Confisca di prevenzione: errore del giudice sulla revoca dei beni
Il Tribunale di Latina respingeva la richiesta di revoca di una confisca di prevenzione avanzata da un cittadino. Il richiedente invocava una sentenza della Corte Costituzionale che aveva dichiarato illegittima la misura per una specifica categoria di pericolosita sociale. Il cittadino proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che il provvedimento originario si basasse su presupposti ormai incostituzionali. La Suprema Corte ha chiarito che, per contestare la confisca di prevenzione dopo la pronuncia della Consulta, lo strumento corretto non e l'incidente di esecuzione davanti al Tribunale, bensi la richiesta di revocazione dinanzi alla Corte di Appello competente. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento impugnato e ha trasmesso gli atti alla Corte di Appello di Perugia per il giudizio di revocazione.
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Confisca di prevenzione: beni persi anche dopo i reati
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di diversi beni, tra cui case, terreni, auto e conti correnti, intestati a un nucleo familiare composto da Padre, Madre e Figlio. I familiari contestavano il provvedimento sostenendo che gli acquisti fossero avvenuti tra il 2015 e il 2018, ossia dopo la fine del periodo in cui era stata accertata la loro pericolosità sociale, terminata nel 2008 per il padre e nel 2014 per il figlio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la confisca è legittima anche per acquisti successivi se si dimostra che il denaro utilizzato deriva da risparmi accumulati durante l'attività illecita precedente o dalla vendita di beni acquistati con proventi criminali. I ricorrenti perdono definitivamente i beni e dovranno pagare le spese processuali.
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Confisca di prevenzione: l’impero dei prestanome torna allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione applicata a un consistente patrimonio accumulato da un imprenditore attraverso reati fiscali e fallimentari. I beni, tra cui società di ristorazione e immobili, erano stati fittiziamente intestati a familiari e collaboratori per eludere i controlli dello Stato. La difesa ha contestato la legittimità del termine di dieci giorni per impugnare il provvedimento e ha sostenuto l'autonomia economica dei terzi intestatari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi, stabilendo che il termine di impugnazione è pienamente costituzionale e che i giudici di merito hanno ampiamente dimostrato la fittizietà delle intestazioni e la sproporzione patrimoniale. Di conseguenza, la misura ablativa è stata confermata in via definitiva.
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Confisca di prevenzione: confermato il sequestro dei beni illeciti
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione applicata nei confronti di una donna ritenuta socialmente pericolosa. La ricorrente, priva di redditi leciti, gestiva un sistema societario dedito alla commissione di reati fiscali, previdenziali e bancarotta fraudolenta. I proventi illeciti venivano sistematicamente riciclati e reimpiegati nell'acquisto di immobili intestati a una società schermo, avvalendosi anche di prestanome. La difesa contestava la legittimità della misura e la sovrapposizione con i sequestri penali. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la confisca di prevenzione è autonoma rispetto al processo penale e legittima quando si dimostra che il patrimonio deriva da attività illecite continuative nel tempo.
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Confisca di prevenzione: mutuo lecito ma l’immobile è perso
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di un immobile formalmente intestato alla figlia di un soggetto socialmente pericoloso. La difesa sosteneva che l'acquisto e la ristrutturazione fossero avvenuti tramite un mutuo bancario lecito. Tuttavia, i giudici hanno rilevato una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dal nucleo familiare e le spese effettive, oltre a un prezzo di acquisto reale superiore a quello dichiarato nell'atto notarile. La Corte ha ritenuto fittizia l'intestazione del bene, acquistato in realtà con provviste derivanti da attività illecite del padre, che aveva anche gestito personalmente i costosi lavori di ristrutturazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti, confermando definitivamente la misura patrimoniale.
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