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Concorso Di Persone

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642 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Furto con strappo: condannati i complici anche senza esecutore
Tre imputati sono stati condannati per concorso in furto con strappo aggravato. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la mancata individuazione di chi avesse materialmente usato violenza contro la vittima avrebbe dovuto far applicare la disciplina del reato diverso da quello voluto (art. 116 c.p.) a favore degli altri partecipanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili perché generici e ripetitivi di questioni già risolte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dei ricorrenti, obbligandoli anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno.
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Omissione di soccorso: condannati anche passeggero e conducente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per omissione di soccorso. Il Conducente, alla guida senza patente e senza assicurazione, aveva causato un incidente fuggendo senza prestare assistenza, mentre il Passeggero lo aveva assecondato. Il Passeggero ha presentato un ricorso generico, privo di elementi concreti. Il Conducente ha richiesto le attenuanti generiche per aver risarcito parzialmente il danno, ma la Corte ha confermato il diniego a causa dei suoi precedenti penali e della gravità della condotta stradale. I giudici hanno ribadito che la ripetizione pedissequa dei motivi d'appello rende il ricorso inammissibile. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lesioni personali gravi: niente legittima difesa per la rissa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di lesioni personali gravi ai danni di una donna. Gli imputati contestavano la ricostruzione dei fatti, invocando la legittima difesa e lamentando una mancata valutazione delle prove testimoniali. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione del merito delle prove, già ampiamente analizzate nei gradi precedenti. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce la dichiarazione di prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende e alla rifusione delle spese di difesa della parte civile.
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Furto aggravato e particolare tenuità del fatto: no al beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per furto aggravato in concorso. Gli imputati lamentavano una mancanza di motivazione nella sentenza d'appello e il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha stabilito che il primo motivo era del tutto generico e privo di elementi specifici. Riguardo alla particolare tenuità del fatto, i giudici hanno confermato che il beneficio non poteva essere concesso a causa della reiterazione del comportamento e delle modalità della condotta, elementi già correttamente evidenziati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata se ci sono precedenti
L'Imputata è stata condannata per concorso in tentato furto. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, l'applicazione della recidiva e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i requisiti per la particolare tenuità del fatto sono cumulativi per l'applicazione del beneficio, ma alternativi per il suo diniego: basta la valutazione negativa di un solo elemento per escluderlo. Inoltre, la determinazione della pena e il bilanciamento delle circostanze rientrano nella discrezionalità del giudice di merito, purché adeguatamente motivati. L'Imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Tentato furto in abitazione: ricorso generico e condanna record
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per concorso in tentato furto in abitazione aggravato. L'imputato aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello lamentando una generica mancanza di motivazione sulla sua responsabilità e sulla pena inflitta. I giudici di legittimità hanno rilevato che il ricorso era totalmente privo di specificità, limitandosi ad affermazioni astratte senza contestare concretamente i passaggi logici della decisione precedente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto: inammissibilità del ricorso per cassazione
L'Imputato è stato condannato per concorso in tentato furto pluriaggravato. Ha proposto ricorso contestando la motivazione della sentenza d'appello che confermava la sua responsabilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché il motivo presentato era del tutto generico e assertivo. Il ricorrente non ha infatti indicato gli elementi specifici su cui basare le proprie critiche, rendendo impossibile per i giudici esercitare il controllo di legittimità. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: condanna definitiva
I ricorrenti sono stati condannati per il reato di concorso in esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose. La Corte di Appello ha dichiarato inammissibile il loro gravame poiché presentato oltre i termini stabiliti dalla legge. I soggetti hanno quindi proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, sollevando contestazioni generiche sulla costituzionalità delle norme emergenziali emanate durante la pandemia e contestando le spese legali liquidate in favore della parte civile. La Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, dichiarando i ricorsi del tutto inammissibili. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende, confermando la condanna definitiva per esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
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Rapina impropria in concorso: condannato anche chi guida l’auto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina impropria in concorso a carico di un soggetto che ha partecipato a un furto in un negozio. Mentre il complice minacciava la cassiera con un'arma per fuggire con la refurtiva, il ricorrente fungeva da palo, distraeva l'addetta alla cassa simulando un pagamento e garantiva la fuga guidando l'auto. La difesa sosteneva l'estraneità alla minaccia armata, invocando il reato minore di favoreggiamento. I giudici hanno invece ribadito che chi partecipa a un'azione criminosa prevedendo l'uso di armi accetta preventivamente il rischio del loro utilizzo da parte del complice. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio o consumo di gruppo di stupefacenti? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per spaccio di eroina e cocaina. Uno dei ricorrenti sosteneva che la cessione di droga configurasse un semplice consumo di gruppo di stupefacenti, escludendo la rilevanza penale. La Suprema Corte ha chiarito che tale fattispecie richiede requisiti rigidissimi, qui assenti, confermando l'attività di spaccio. Un secondo ricorrente contestava il concorso nel reato e il mancato riconoscimento della lieve entità, ma i giudici hanno confermato la gravità del fatto basandosi sull'uso dell'auto per nascondere la droga e sulla pluralità di sostanze. Infine, la richiesta di sospensione condizionale della pena avanzata dal terzo ricorrente è stata respinta perché non presentata nei precedenti gradi di giudizio. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di spaccio: la vedetta non si salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio insieme al compagno. La polizia aveva sorpreso la donna mentre controllava la strada dalla finestra e faceva segno a un acquirente di entrare nell'appartamento, dove sono stati poi rinvenuti oltre trenta grammi di cocaina ad alta purezza. La difesa sosteneva si trattasse di una semplice connivenza non punibile, dovuta alla convivenza. I giudici hanno invece stabilito che il comportamento attivo della donna (palo e coordinamento degli ingressi) configura un pieno concorso nel reato di spaccio. Inoltre, l'elevata purezza della droga e il numero di dosi ricavabili hanno escluso l'ipotesi del fatto di lieve entità, rendendo il ricorso inammissibile e condannando la ricorrente al pagamento delle spese.
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Arresto in quasi flagranza: valido anche senza prove addosso
Due uomini forzano il portone di un condominio per svaligiare un appartamento. I condomini allertano la polizia. All'arrivo degli agenti, il primo uomo viene bloccato sulle scale con arnesi da scasso, mentre il secondo uomo viene sorpreso fermo nel cortile davanti al portone forzato, ma senza addosso strumenti delittuosi. Il Tribunale convalida solo l'arresto del primo. La Cassazione, accogliendo il ricorso del Pubblico Ministero, stabilisce che anche per il secondo uomo è legittimo l'arresto in quasi flagranza. La sua presenza sul posto, unita alla segnalazione immediata e ai segni di scasso, costituisce una traccia inequivocabile del reato, rendendo irrilevante l'esito negativo della perquisizione personale.
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Specificità dei motivi di ricorso: no a censure generiche
Un uomo condannato per concorso in rapina aggravata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la propria responsabilità e la mancata concessione di un'attenuante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la specificità dei motivi di ricorso è un requisito essenziale a pena di inammissibilità. L'imputato si è limitato a riprodurre censure generiche già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza indicare con precisione i punti critici della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione in favore della Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione o giustizia privata: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due fratelli condannati per tentata estorsione e lesioni personali. I ricorrenti avevano aggredito la vittima pretendendo una prestazione non dovuta e priva di corrispettivo, utilizzando minacce e violenza fisica. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Suprema Corte ha confermato che non si può applicare tale reato meno grave se la pretesa non è legalmente tutelabile davanti a un giudice. Inoltre, è stato confermato il concorso di entrambi i soggetti, avendo uno spalleggiato l'altro nell'aggressione. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Porto di armi improprie in tribunale: condanna definitiva
Due donne sono state condannate per il reato di porto di armi improprie in concorso, poiché una di loro è stata trovata in possesso di un coltello a serramanico e di un manganello all'ingresso di un tribunale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando la condanna e negando l'accesso alla messa alla prova. La decisione ribadisce la gravità del porto di oggetti atti a offendere senza giustificato motivo in luoghi pubblici.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la testata in manette condanna
Durante una perquisizione antidroga, Il Genero si opponeva con violenza agli agenti, tentando di colpire un assistente con una testata nonostante fosse ammanettato. Successivamente, la polizia trovava altra droga addosso alla Suocera nella sua abitazione. La Corte d'Appello condannava entrambi: Il Genero per detenzione di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale, la Suocera per concorso nello spaccio. La Cassazione ha confermato le condanne. Per Il Genero, il tentativo di testata configura pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale, escludendo la tesi della resistenza passiva. Per la Suocera, il possesso personale della droga e di denaro ingiustificato escludono la semplice connivenza non punibile, provando il concorso attivo. Il ricorso del Genero è inammissibile, quello della Suocera è rigettato.
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Prescrizione del reato: perché la Cassazione blocca i ricorsi
L'Imputato, condannato per furto, truffa e associazione per delinquere, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando una carenza di motivazione sull'esistenza dell'associazione criminosa. La Corte d'Appello aveva già dichiarato la prescrizione del reato per l'associazione e le truffe, riducendo la pena per i furti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in presenza della prescrizione del reato, non è possibile lamentare vizi di motivazione in sede di legittimità. Un eventuale annullamento con rinvio contrasterebbe infatti con l'obbligo di immediata declaratoria di estinzione del reato. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione in auto rubata: condannato anche il passeggero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione. I due viaggiavano a bordo di un'auto rubata e, all'alt dei carabinieri, erano fuggiti opponendo violenza. Il passeggero sosteneva l'estraneità al reato, affermando che il conducente fosse l'unico autore del furto. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la condanna per entrambi. La condotta di fuga e la mancanza di spiegazioni attendibili sulla provenienza del veicolo dimostrano la piena consapevolezza dell'origine illecita del mezzo. La ricettazione si configura infatti anche per il passeggero quando vi è una pregressa disponibilità comune del bene e la coscienza della sua provenienza delittuosa, desumibile da elementi indiretti come il comportamento elusivo tenuto durante il controllo delle forze dell'ordine.
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Rapina in concorso: la Cassazione nega sconti e conferma condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per i reati di rapina in concorso, tentata estorsione e lesioni personali. I giudici di merito avevano accertato che i due imputati avevano sottratto con violenza il telefono cellulare alla vittima, causandole lesioni. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti, l'assenza di prove sulla violenza e chiedeva la concessione di attenuanti, tra cui la lieve entità del danno. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già respinti in appello. La ricostruzione della dinamica criminosa e dei ruoli dei colpevoli è risultata logica e insindacabile. Di conseguenza, i condannati dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Attenuante del danno di speciale tenuità: bottino minimo ma rapina grave
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per rapina e lesioni personali aggravate. La donna, insieme ad altri complici, aveva aggredito la vittima provocandole la frattura di una costola (con prognosi di trenta giorni) e sottraendole un borsello, un cellulare e centotrenta euro. La difesa invocava l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità, evidenziando il modesto valore economico dei beni sottratti. I giudici hanno chiarito che, nel reato di rapina, l'attenuante del danno di speciale tenuità non si misura solo sul valore del bottino, ma richiede una valutazione complessiva degli effetti dannosi, inclusa la lesione dell'integrità fisica e della libertà della persona offesa. Avendo la vittima subito lesioni guaribili in trenta giorni, l'attenuante è stata legittimamente negata.
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