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Concorrenza Sleale

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88 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Concorrenza sleale: quando l’imitazione è lecita?
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un complesso caso di concorrenza sleale tra due aziende produttrici di sistemi di sigillatura modulari. La Corte ha escluso l'imitazione servile quando la forma del prodotto è dettata da esigenze funzionali, respingendo le accuse di concorrenza parassitaria e appropriazione di pregi per mancanza di prove. Tuttavia, ha accolto il motivo relativo al mendacio concorrenziale, censurando l'uso della dicitura "halogen free" su prodotti pubblicizzati prima dell'entrata in vigore della normativa tecnica di riferimento, poiché potenzialmente ingannevole per i consumatori. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello per una nuova valutazione su questo specifico punto.
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Marchio debole: la tutela contro l’imitazione
Due licenziatarie di una nota associazione statunitense legata al mondo del polo hanno citato in giudizio un'azienda concorrente e un grande distributore per contraffazione di marchio e concorrenza sleale, a causa della vendita di portafogli con un logo raffigurante due cavalieri. Il Tribunale ha respinto il reclamo, classificando i marchi delle ricorrenti come 'marchio debole' a causa dell'affollamento del mercato con segni simili. La corte ha concluso che non sussisteva alcun rischio di confusione per il consumatore, date le significative differenze visive e concettuali tra i loghi, negando di conseguenza la richiesta di inibitoria.
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Concorrenza sleale marchio: quando c’è confusione?
Un'ordinanza del Tribunale di Venezia affronta un caso di concorrenza sleale marchio tra due aziende del settore fotovoltaico. Una società di nuova costituzione aveva adottato un nome quasi identico a quello di un'azienda storica, generando confusione. Il giudice ha emesso un'inibitoria urgente, bloccando l'uso del marchio e del nome a dominio simili, riconoscendo la volontà di sfruttare la notorietà altrui e di sviare la clientela.
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Sviamento clientela: risarcimento e prova in giudizio
Un'azienda di logistica cita in giudizio un suo ex dirigente e la società concorrente presso cui è stato assunto, accusandoli di concorrenza sleale per storno di dipendenti e sviamento di clientela. Il Tribunale accoglie parzialmente la domanda, escludendo lo storno ma riconoscendo lo sviamento clientela. I convenuti sono stati condannati in solido a un risarcimento di 550.000 euro, calcolato sulla base del margine di contribuzione perso dall'azienda a causa della clientela illecitamente sottratta.
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Concorrenza sleale: no se l’azienda è inattiva
Un'impresa di onoranze funebri in liquidazione ha citato in giudizio una nuova ditta concorrente, gestita dal figlio di un socio, per concorrenza sleale. Il Tribunale di Torino ha respinto la domanda, stabilendo che non può esserci concorrenza sleale se l'impresa attrice è inattiva da tempo e la sua ripresa è improbabile, anche se formalmente ancora esistente. Inoltre, le condotte del convenuto, come l'uso del proprio cognome e la scelta di sedi vicine, sono state ritenute legittime e non idonee a creare confusione.
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Concorrenza sleale: quando il danno non è provato
Un'impresa di ristorazione ha citato in giudizio un concorrente per concorrenza sleale, accusandolo di aver avviato un'attività simile in un locale non idoneo e senza le dovute autorizzazioni. La Corte d'Appello, pur confermando l'esistenza della concorrenza sleale, ha respinto la richiesta di risarcimento danni. La decisione sottolinea che l'attore non è riuscito a fornire prove sufficienti e coerenti del danno economico subito né a dimostrare un nesso di causalità diretto tra l'attività illecita del concorrente e la propria diminuzione di fatturato.
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Marchio forte: Tutela e inibitoria per imitazione
Un'ordinanza del Tribunale di Napoli affronta un caso di imitazione di un marchio storico nel settore della pasticceria. La decisione si concentra sul concetto di marchio forte, riconoscendo la piena tutela al titolare originale e inibendo l'uso del segno simile da parte del concorrente. Il giudice ha ritenuto che la riproduzione del patronimico, cuore del marchio anteriore, costituisse una violazione, ordinando la cessazione immediata dell'attività illecita e la rimozione di insegne e materiali promozionali.
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Keyword advertising: quando è concorrenza sleale?
Un'ordinanza del Tribunale specializzato in materia d'impresa analizza un caso di keyword advertising illecito. Una società alberghiera utilizzava il marchio di un concorrente come parola chiave per i propri annunci sponsorizzati su Google, una pratica ritenuta atto di concorrenza sleale. Il giudice ha accolto il ricorso d'urgenza, emettendo un'inibitoria per vietare la prosecuzione della condotta e fissando una penale per ogni futura violazione, affermando che tale pratica lede la funzione distintiva del marchio e crea confusione nel consumatore.
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