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Coabitazione

10 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il fatto di vivere insieme nella stessa abitazione in modo stabile e continuo. È un requisito fondamentale per l'applicazione di alcune norme, come quella sulla non punibilità tra parenti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Validità Notifica Atti Giudiziari: Anagrafica vs. Attestazione Ufficiale
Due soggetti erano stati condannati in appello per reati edilizi. Hanno presentato ricorso in Cassazione, contestando la **validità notifica atti giudiziari**. Sostenevano che gli avvisi di citazione in appello fossero nulli, perché notificati alla madre di uno di loro, ritenuta erroneamente convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che l'attestazione di convivenza dell'ufficiale giudiziario nella relata di notifica prevale sulle certificazioni anagrafiche, specialmente in presenza di stretti legami familiari. Chi contesta la convivenza deve provarla rigorosamente. La mera produzione di certificati anagrafici non è sufficiente. I ricorrenti devono pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Notifica al familiare convivente: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato, condannato per il reato di porto abusivo di armi od oggetti atti ad offendere, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la nullità del processo. La difesa sosteneva che la Notifica al familiare convivente dell'ordinanza di modifica dell'imputazione fosse invalida, in quanto la madre dell'imputato non avrebbe convissuto stabilmente con il figlio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che, ai fini della validità della consegna degli atti, per familiare convivente si intende anche chi si trova temporaneamente nella casa di abitazione del destinatario, creando un ragionevole affidamento nell'ufficiale giudiziario. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Permesso di soggiorno per convivenza: fatto o burocrazia?
Un cittadino straniero, fratello di un cittadino italiano, ha richiesto il rilascio del permesso di soggiorno per convivenza, invocando il divieto di espulsione previsto per chi convive con parenti stretti italiani. La Questura e la Corte d'Appello hanno negato il documento, ritenendo necessaria una convivenza qualificata, caratterizzata dalla disponibilità di un alloggio non abusivo. Il richiedente ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, con l'ordinanza numero 11778 del 2022, ha rilevato la complessità della questione giuridica. I giudici devono stabilire se basti la semplice coabitazione di fatto o se servano requisiti formali simili al ricongiungimento familiare. Per questo motivo, la Cassazione ha rinviato la causa alla pubblica udienza della Prima Sezione Civile per una decisione definitiva.
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Divieto di espulsione dello straniero: smascherato finto coniuge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento di allontanamento dal territorio italiano. Il ricorrente invocava il divieto di espulsione dello straniero coniugato con una cittadina italiana. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la convivenza coniugale era cessata ben prima dell'ingresso in carcere. Inoltre, l'uomo aveva intrapreso una relazione con un'altra donna, indicando l'abitazione di quest'ultima per i permessi premio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato l'espulsione, ritenendo la richiesta di ripresa della convivenza con la moglie un mero espediente strumentale per evitare il rimpatrio, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: la convivenza non basta per la condanna
Una donna era stata condannata per il reato di ricettazione in concorso con il fidanzato, poiché le forze dell'ordine avevano rinvenuto beni rubati all'interno dell'appartamento in cui i due convivevano. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che la semplice coabitazione e l'uso comune della casa non bastano a dimostrare la complicità nel possesso dei beni illeciti, soprattutto se questi si trovano in spazi esclusivi del partner. Di conseguenza, accertata l'ammissibilità del ricorso, i giudici di legittimità hanno dichiarato l'annullamento senza rinvio della sentenza di condanna poiché i reati contestati erano ormai estinti per prescrizione. La ricorrente ottiene così la cancellazione della condanna.
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Causa di non punibilità tra parenti: non vale senza coabitazione
Un uomo, già destinatario di un ordine di allontanamento dalla casa della sorella, viene condannato per estorsione e danneggiamento ai danni di quest'ultima. In sua difesa, invoca la causa di non punibilità tra parenti. La Corte di Cassazione conferma la condanna, stabilendo un principio chiaro: il beneficio non si applica se manca la coabitazione. Il provvedimento di allontanamento, in questo caso, era la prova decisiva dell'assenza di convivenza, rendendo impossibile applicare la norma speciale e giustificando pienamente la punizione per i reati commessi.
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Patrocinio a spese dello Stato: stop ai falsi redditi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un'imputata che aveva richiesto il Patrocinio a spese dello Stato dichiarando falsamente un reddito familiare pari a zero. La decisione si fonda sulla prova della convivenza con il figlio, il quale percepiva regolarmente redditi da lavoro. La Suprema Corte ha ritenuto che la pacifica coabitazione rendesse inverosimile l'ignoranza della donna circa le entrate economiche del figlio, configurando pienamente il dolo richiesto dalla norma penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Abuso relazioni domestiche: il cumulo di aggravanti
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 36011/2023, ha stabilito che l'aggravante comune per l'abuso di relazioni domestiche può concorrere con quella speciale prevista per la violenza sessuale commessa dal genitore. Il caso riguarda un padre che abusava della figlia minorenne nella casa della nonna paterna. La Corte ha chiarito che le due aggravanti hanno fondamenta diverse: la prima, di natura oggettiva, riguarda l'approfittamento di un contesto ambientale che facilita il reato; la seconda, soggettiva, punisce la violazione del legame parentale.
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Espulsione straniero: legami familiari senza coabitazione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 33421/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro un provvedimento di espulsione. Il ricorrente invocava la violazione del diritto alla vita familiare per la presenza di un fratello in Italia. La Corte ha stabilito che, ai fini di impedire l'espulsione straniero, il legame familiare deve essere supportato da una effettiva coabitazione, elemento mancante nel caso di specie. Il ricorso è stato giudicato generico per non aver contestato specificamente questo punto della decisione impugnata.
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Convivenza maltrattamenti: non basta abitare insieme
Un individuo è stato condannato per maltrattamenti a seguito di atti violenti commessi mentre viveva con la vittima. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, specificando il concetto di convivenza maltrattamenti. Ha stabilito che la semplice condivisione di un'abitazione ('coabitazione') non è sufficiente; è richiesta una relazione stabile basata su assistenza e affetto reciproci ('convivenza'). Dato che la coabitazione era stata imposta e non era desiderata dalla vittima, il reato di maltrattamenti è stato escluso, e il caso è stato rinviato per una nuova valutazione dei fatti come altri possibili reati.
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