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Capacità Di Intendere E Di Volere

61 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

In diritto, la definizione di capacità di intendere e di volere comprende due elementi: la capacità di intendere, vale a dire attitudine dell'individuo a comprendere il significato delle proprie azioni nel contesto in cui agisce, quindi rendersi conto del valore sociale dell'atto che si compie. I periti e gli psichiatri forensi tendono quasi sempre a riconoscere la capacità di intendere tranne che nei casi di delirio, allucinazioni e, in genere, fenomeni di assoluto scompenso rispetto alla realtà. la capacità di volere, intesa come potere di controllo dei propri stimoli e impulsi ad agire. Dal punto di vista della prova dell'imputabilità è un fattore molto difficile da dimostrare nel processo. Va precisato che il concetto di capacità di intendere e di volere va inteso come necessariamente comprensivo di entrambe le capacità. Il soggetto incapace di intendere e di volere non è imputabile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Vizio parziale di mente: quando il ricorso diventa inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata applicazione della diminuente per vizio parziale di mente. La difesa sosteneva che le condizioni psichiche dell'agente avessero ridotto la sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto. La Suprema Corte ha esaminato la documentazione e la perizia clinica presente negli atti. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'atto di ricorso non contestava specificamente le motivazioni della sentenza di secondo grado. La relazione medica aveva infatti escluso qualsiasi alterazione rilevante della capacità intellettiva o volitiva dell'imputato. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Vizio di mente e perizie: no alla revisione dei fatti
Un imputato propone ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello. Il ricorrente lamenta il mancato riconoscimento del vizio di mente, sostenendo che un'infermità avrebbe dovuto escludere la sua capacità di intendere e di volere. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che le doglianze riguardano aspetti di fatto già ampiamente esaminati nei precedenti gradi di giudizio. La Corte di Appello aveva infatti escluso il vizio di mente sulla base delle approfondite perizie mediche presenti agli atti. La Cassazione condanna l'imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata Rapina: Capacità di intendere e di volere sotto esame
Un imputato è stato condannato per tentata rapina. Ha presentato ricorso, sostenendo che la sua capacità di intendere e di volere era compromessa dall'uso combinato di farmaci e da un attacco epilettico avvenuto poco dopo il fatto. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, basandosi su una perizia medico-legale che aveva accertato la piena capacità dell'imputato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudice può aderire alle conclusioni del perito senza ulteriori motivazioni specifiche, anche se contrastanti con quelle del consulente di parte. L'imputato ha perso il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Reato di evasione: confermata la condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. La difesa contestava la sussistenza della capacità di intendere e di volere al momento del fatto, denunciando una violazione di legge e un vizio di motivazione della sentenza di secondo grado. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi proposti riproducevano acriticamente le censure già analizzate e respinte con logica impeccabile dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna definitiva e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità ricorso penale: Minaccia diventa Resistenza, Appello Respinto
Un uomo ha presentato un ricorso contro una condanna per resistenza a pubblico ufficiale, originariamente contestata come minaccia. La Corte d'Appello aveva riqualificato il fatto, ritenendo l'imputato capace di intendere e di volere. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha stabilito che i motivi presentati non erano validi e che la Corte d'Appello aveva correttamente inquadrato i fatti e valutato la capacità dell'imputato. Il ricorso è stato respinto, e l'uomo è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale ed evasione: no a scuse emotive
Un imputato, già condannato per evasione, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, ha impugnato la condanna davanti alla Corte di Cassazione. La difesa sosteneva che il forte stato di agitazione dell'uomo escludesse la volontarietà della violenza verso i militari intervenuti, riducendo l'accaduto a mera disobbedienza passiva. I giudici di merito hanno invece accertato un comportamento attivamente violento, confermando la piena capacità di intendere e di volere e la presenza del dolo, almeno eventuale, nelle lesioni inflitte. La Suprema Corte ha confermato la condanna, sancendo che lo stato di agitazione emotiva non giustifica la condotta né attenua la responsabilità penale.
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Aggravante delle più persone riunite: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione a carico di un imputato, dichiarando il ricorso inammissibile. La difesa lamentava il mancato svolgimento di una nuova perizia psichiatrica e contestava l'aggravante delle più persone riunite. I giudici supremi hanno chiarito che la rinnovazione delle prove in appello è superflua quando la piena capacità di intendere e di volere dell'imputato risulta già accertata con perizia esaustiva. Inoltre, i giudici hanno confermato la piena applicabilità della specifica aggravante: la presenza attiva della complice, che spalleggiava, incitava e rivolgeva ulteriori minacce alle vittime sul luogo del delitto, rafforza l'efficacia dell'azione violenta e giustifica l'aumento della sanzione penale.
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Rapina e Lesioni: Inammissibilità Ricorso Penale per Capacità Mentale
Un individuo è stato condannato per rapina e lesioni personali. Ha presentato ricorso in Cassazione contestando la mancata acquisizione di una perizia psichiatrica decisiva e l'illogicità della motivazione sulla sua capacità di intendere e di volere al momento dei fatti, nonché sul mancato riconoscimento di circostanze attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale. Ha confermato la correttezza della valutazione dei giudici precedenti, i quali avevano ritenuto sufficienti le indagini diagnostiche esistenti per stabilire la piena imputabilità dell'imputato, seppur con un vizio parziale di mente, e la congruità della pena inflitta per la gravità della condotta violenta.
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Ricorso Penale Inammissibile: Capacità e Attenuanti Negate
Un Lavoratore ha presentato ricorso contro una sentenza che lo condannava, contestando la sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha ritenuto che la precedente sentenza avesse correttamente valutato la perizia psichiatrica, escludendo che i disturbi di personalità influenzassero la capacità. Inoltre, la Corte ha giustificato il diniego delle attenuanti generiche basandosi sulla capacità a delinquere del Lavoratore e sui suoi precedenti penali, confermando la condanna e le spese processuali.
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Peculato e ludopatia: la dipendenza non evita la condanna
Una persona condannata per peculato ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata esclusione della propria capacità di intendere e di volere a causa del gioco d'azzardo patologico. I giudici di merito avevano accertato la dipendenza ma escluso qualsiasi legame diretto tra la patologia e le condotte di appropriazione del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché la difesa si è limitata a ripetere le argomentazioni precedenti senza contestare i motivi della sentenza impugnata. Sul tema di peculato e ludopatia, la Suprema Corte ha ribadito che il disturbo da gioco non giustifica automaticamente l'appropriazione illecita se manca un nesso di causa effettivo. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale e lesioni: condanna confermata
L'Imputato ricorre in Cassazione contestando la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, unitamente al possesso di stupefacenti. La difesa sostiene l'incapacità mentale al momento dei fatti, la lieve entità del reato di droga e l'assorbimento delle lesioni nella resistenza. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la piena capacità mentale dell'uomo sulla base della perizia svolta. La Corte chiarisce che la resistenza a pubblico ufficiale e lesioni non si fondono quando la violenza supera il minimo necessario e provoca lesioni fisiche agli agenti dopo la fermata dell'auto. Inoltre, la disponibilità di 316 dosi e di un bilancino esclude la lieve entità. L'Imputato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Capacità di intendere e di volere: droghe e condanna penale
L'Imputato riceve una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia e tentata rapina. La difesa propone ricorso in Cassazione sostenendo la mancanza della capacità di intendere e di volere al momento dei fatti a causa dell'abuso di sostanze stupefacenti e alcol. Inoltre, la difesa contesta i ritardi del perito depositante e la mancata sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che l'uso occasionale di droga non elimina la capacità di intendere e di volere, servendo un'intossicazione cronica con danni cerebrali permanenti. Inoltre, i ritardi burocratici del perito non invalidano la consulenza. La sospensione della pena resta esclusa perché l'uomo ha abbandonato la comunità terapeutica, dimostrando un concreto rischio di reiterare i reati.
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Capacità di intendere e di volere: raptus non evita condanna
L'Imputato ha soffocato la propria madre di prima mattina mentre la donna si trovava ancora a letto. Dopo un iniziale tentativo di depistaggio, l'uomo ha confessato il reato. La difesa ha richiesto una perizia psichiatrica per verificare la capacità di intendere e di volere dell'agente, sostenendo che l'omicidio fosse scaturito da una reazione a corto circuito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la condanna a ventitré anni di reclusione. I giudici hanno chiarito che un impulso emotivo o passionale transitorio non esclude la capacità di intendere e di volere in assenza di un'infermità mentale patologica clinicamente accertata. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'aggravante della minorata difesa, poiché l'aggressione è avvenuta all'alba a sorpresa.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: tentato omicidio e condanna
L'Imputato, condannato a sei anni di reclusione per il reato di tentato omicidio nei confronti della moglie, ha proposto impugnazione lamentando il mancato rinnovo della perizia sulla propria capacità di intendere e di volere. La difesa contestava inoltre la mancata nuova audizione della persona offesa per chiarire il clima familiare. Tuttavia, prima che i giudici potessero esprimersi sul merito dei motivi presentati, l'imputato ha formalmente depositato l'atto di rinuncia. La Suprema Corte di Cassazione ha quindi preso atto della Rinuncia al ricorso per cassazione, dichiarando l'impugnazione inammissibile. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione di cinquecento euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Estorsione ai danni dei genitori: la patologia non salva la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di maltrattamenti e estorsione ai danni dei genitori nei confronti di un uomo affetto da una patologia psichiatrica. La difesa richiedeva l'assoluzione per vizio totale di mente o la derubricazione nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, invocando il dovere di mantenimento. I giudici hanno stabilito che la capacità mentale dell'imputato era soltanto scemata e non abolita. Inoltre, le somme pretese con minacce non servivano per bisogni primari, ma per acquisti personali voluttuari, escludendo qualsiasi pretesa tutelabile davanti al giudice. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo sussistente anche l'aggravante del fatto commesso nella casa familiare.
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Circostanze attenuanti generiche negate: confermato l’ergastolo
L'Imputato ha ucciso la compagna convivente al culmine di una lunga serie di maltrattamenti in famiglia, generati da continui contrasti economici e dall'attivazione dell'amministrazione di sostegno. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo di aver agito sotto l'effetto di uno stato emotivo alterato e di tratti di personalità narcisistici e impulsivi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, rendendo definitiva la condanna all'ergastolo. I giudici hanno chiarito che i meri tratti caratteriali o gli stati di rabbia per la perdita di autonomia finanziaria non giustificano sconti di pena, in mancanza di una vera infermità mentale.
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Omicidio e fiamme: confermata l’aggravante della crudeltà
Un ospite di una comunità aggredisce brutalmente un religioso anziano e malato, si allontana per compiere furti e prelievi con carte sottratte, e poi ritorna per dare fuoco alla vittima inerme nel letto, causandone la morte. La Corte di Cassazione conferma la condanna a ventidue anni di reclusione per omicidio, ribadendo la piena sussistenza della circostanza aggravante della crudeltà. I giudici evidenziano che appiccare il fuoco a una persona già resa inoffensiva costituisce un'inutile inflizione di patimenti ulteriori rispetto all'azione letale. I Supremi Giudici annullano solo la condanna alle spese legali verso una parte civile totalmente soccombente.
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Circostanze attenuanti generiche: no a sconti per il minore
Un giovane detenuto ha partecipato attivamente a una violenta rivolta con incendio e devastazione all'interno di un istituto penale minorile. I giudici di primo grado hanno condannato il ragazzo a quattro anni e due mesi di reclusione, concedendo le circostanze attenuanti generiche sulla base della giovane età, del contesto familiare difficile e di una parziale ammissione dei fatti. Il Pubblico Ministero ha presentato ricorso denunciando la contraddittorietà della sentenza, la quale ha ignorato un precedente per tentato omicidio e le continue sanzioni disciplinari in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la minore età non giustifica sconti automatici di pena e che la concessione delle attenuanti richiede una valutazione rigorosa della gravità della condotta e dei precedenti penali.
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Reati ridotti e pena fissa: il divieto di reformatio in peius
Un imputato è stato condannato per violenza sessuale aggravata e continuata ai danni di due minori. La Corte d'Appello ha ridotto il periodo temporale delle condotte contestate, assolvendo l'uomo per i fatti successivi a determinate date, ma ha mantenuto inalterata la sanzione complessiva e gli aumenti per la continuazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul trattamento sanzionatorio. I giudici supremi hanno ribadito che vige il divieto di reformatio in peius: se si assolve l'imputato da una porzione di fatti uniti dal vincolo della continuazione, i giudici devono necessariamente ridurre la pena e ricalcolare gli aumenti a suo favore. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale e la piena capacità di intendere e volere dell'agente, rigettando tutti gli altri motivi di ricorso.
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Perizia psichiatrica ed estorsione: la Cassazione blocca il ricorso
L'Imputato, condannato per il reato di estorsione aggravata, ha proposto ricorso per cassazione contestando il mancato accoglimento della richiesta difensiva di rinnovazione della perizia psichiatrica volta ad accertare la sua capacità di intendere e di volere. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa ha riproposto le medesime censure già respinte in appello senza contestare in modo specifico gli argomenti della perizia iniziale, giudicata completa e pienamente logica. L'Imputato perde definitivamente il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese legali oltre a una sanzione di tremila euro.
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