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Biasimevole Motivo

7 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una ragione dell'agire che risulta riprovevole secondo la coscienza sociale e le norme etiche comuni. È un presupposto alternativo alla petulanza per il reato di molestie.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Molestie tra ex: offese reciproche escludono il reato
La vicenda nasce dal conflitto tra due ex partner dopo la fine di una turbolenta relazione sentimentale. La donna ha accusato l'uomo del reato di molestia o disturbo alle persone, lamentando messaggi offensivi, pedinamenti e appostamenti sotto casa e sul luogo di lavoro. Il giudice di appello ha assolto l'imputato evidenziando che le offese e i comportamenti aggressivi erano pienamente reciproci e frutto di continue liti e gelosie condivise. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione e rigettato il ricorso della donna. I giudici hanno stabilito che la reciprocità delle condotte esclude i requisiti della petulanza o del biasimevole motivo necessari per configurare il reato.
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Molestia o disturbo alle persone: avances stradali e condanna
Un uomo è stato condannato dal Tribunale per il reato di molestia o disturbo alle persone dopo aver seguito e infastidito ripetutamente un conoscente per quattordici mesi con insistenti ed sgradite richieste di natura sessuale lungo la pubblica via. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la credibilità della persona offesa e sostenendo che la condotta fosse priva di minacce. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che il reato si configura anche attraverso un corteggiamento ossessivo e petulante basato su un biasimevole motivo, senza che sia necessaria un'intimidazione esplicita. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Molestia o disturbo alle persone: difesa legittima o reato?
Un militare della Guardia di Finanza, accusato di concussione da due venditori ambulanti, li ha pedinati e fotografati sul lungomare mentre vendevano merce contraffatta. Il Tribunale lo ha condannato per il reato di molestia o disturbo alle persone. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver agito unicamente per raccogliere prove a propria difesa nel processo a suo carico, escludendo così la petulanza o il biasimevole motivo. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso ammissibile e non manifestamente infondato. Di conseguenza, ha annullato la condanna senza rinvio, dichiarando il reato estinto per intervenuta prescrizione, essendo decorsi più di cinque anni dai fatti.
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Molestia e danneggiamento: la guida legale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di molestia e danneggiamento aggravato nei confronti di un uomo che, per oltre due anni, ha perseguitato il titolare di un esercizio commerciale. La condotta, manifestatasi attraverso insulti, sputi e il danneggiamento di una porta a vetri, è stata qualificata come reato abituale di molestia. I giudici hanno stabilito che l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede sussiste anche se il proprietario è presente nel locale, qualora l'impegno lavorativo gli impedisca di esercitare una vigilanza costante e diretta sul bene esterno.
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Molestie in auto: basta un solo episodio di guida aggressiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di molestie nei confronti di un'automobilista che aveva tenuto una condotta di guida aggressiva e ostruzionistica. La sentenza stabilisce che anche un singolo episodio di 'road rage', caratterizzato da manovre spericolate come accelerazioni e frenate improvvise, è sufficiente a integrare il reato di cui all'art. 660 c.p., in quanto idoneo a turbare la tranquillità e la sicurezza della persona offesa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché le censure erano manifestamente infondate e miravano a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Molestia telefonica: quando scatta il reato?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32770/2025, ha confermato la condanna per il reato di molestia telefonica a carico di un uomo che tempestava di chiamate e messaggi la sua ex partner. La Corte ha stabilito che la condotta è penalmente rilevante per il suo carattere petulante e invasivo, a prescindere dalla possibilità per la vittima di bloccare il numero. È stata inoltre esclusa l'applicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto data la reiterazione dei comportamenti.
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Molestie telefoniche: quando le chiamate sono reato
La Corte di Cassazione conferma la condanna per il reato di molestie telefoniche nei confronti di un uomo che aveva effettuato numerose chiamate a un conoscente per motivi economici. La sentenza chiarisce che il reato si configura per la 'petulanza' e l'insistenza della condotta, a prescindere dal motivo, anche se apparentemente legittimo, che spinge a telefonare. Il numero elevato di chiamate e l'uso di utenze terze per ottenere risposta sono stati considerati prove sufficienti della volontà di disturbare.
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