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Atto Di Recupero

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48 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Responsabilità liquidatore: la Cassazione chiarisce
Un atto di recupero per compensazioni fiscali indebite viene notificato a una società estinta e alla sua ex amministratrice. I giudici di merito annullano l'atto. La Cassazione ribalta la decisione, affermando la personale responsabilità del liquidatore quale autore delle violazioni, a prescindere dall'estinzione della società, e rinvia il caso per un nuovo esame.
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Termine dilatorio: il verbale di accesso è decisivo
La Corte di Cassazione ha chiarito un punto cruciale sul termine dilatorio di 60 giorni che l'Agenzia delle Entrate deve rispettare prima di emettere un atto impositivo a seguito di un'ispezione. Con l'ordinanza in esame, ha stabilito che tale periodo decorre dal rilascio del verbale di accesso, anche se di tipo 'istantaneo' e finalizzato solo all'acquisizione di documenti. Non è necessaria la redazione di un ulteriore e specifico verbale di chiusura della verifica. Nel caso specifico, essendo trascorsi quasi sei mesi tra l'accesso e l'emissione degli atti di recupero IVA, la Corte ha ritenuto rispettata la garanzia del contraddittorio, cassando la sentenza di merito che aveva annullato gli atti.
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Riscossione credito d’imposta: quando è legittima?
Una società si opponeva alla riscossione di un credito d'imposta ritenuto indebito, sostenendo che l'atto non fosse definitivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della riscossione immediata, anche se non definitiva, in base a una norma speciale (art. 27, D.L. 185/2008). La Corte ha inoltre stabilito che un errore formale nella cartella, come l'indicazione di 'ruolo ordinario' anziché 'straordinario', non ne causa la nullità se le ragioni della pretesa sono comunque chiare.
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Credito d’imposta non spettante: la Cassazione decide
Una società ha utilizzato un credito d'imposta per compensare un acconto IVA che in realtà non era dovuto, essendo già a credito IVA. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, ritenendo il credito utilizzato 'inesistente'. La Corte di Cassazione, uniformandosi a un precedente delle Sezioni Unite, ha stabilito che il credito era 'non spettante' ma non 'inesistente', poiché i presupposti costitutivi del credito erano validi, sebbene fosse stato utilizzato in modo improprio. Di conseguenza, l'atto di recupero è stato annullato perché notificato oltre i termini di decadenza ordinari, non applicandosi il termine più lungo di otto anni previsto per i soli crediti inesistenti.
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Definizione agevolata: estinzione del processo
Una società impugnava un atto di recupero di un credito d'imposta. Dopo aver perso in appello per un vizio di notifica, ricorreva in Cassazione. Durante il giudizio, la società ha aderito alla definizione agevolata delle liti pendenti. La Corte Suprema, preso atto del perfezionamento della procedura, ha dichiarato l'estinzione del processo per cessata materia del contendere, senza esaminare il merito dei motivi di ricorso.
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Credito d’imposta: quando la delega di firma è valida
Una società ha perso un credito d'imposta per nuove assunzioni non avendo mantenuto i livelli occupazionali richiesti. L'Agenzia delle Entrate ha emesso atti di recupero, contestati dai contribuenti per vizi di forma e procedura. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che per il recupero di un credito d'imposta, la delega di firma al funzionario non necessita di formalità stringenti, la notifica via raccomandata è legittima senza relata, e per i tributi non armonizzati, il controllo 'a tavolino' non impone un contraddittorio preventivo.
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Onere della prova: chi dimostra il credito d’imposta?
Un'impresa si vede contestare un credito d'imposta per ricerca e sviluppo. La Corte di Cassazione, ribaltando la decisione d'appello, ha riaffermato un principio cardine: l'onere della prova per le agevolazioni fiscali spetta sempre al contribuente, che deve dimostrare di possedere tutti i requisiti di fatto e di diritto. La sentenza di secondo grado è stata annullata per illogicità e per aver erroneamente interpretato la ripartizione di tale onere.
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Amministratore di fatto: chi impugna l’avviso?
Un avviso di recupero per crediti d'imposta, emesso nei confronti di una società, viene notificato a un individuo ritenuto l'amministratore di fatto. Quest'ultimo impugna l'atto, ma la Corte di Cassazione dichiara il suo difetto di legittimazione processuale. La sentenza ribadisce un principio consolidato: l'amministratore di fatto non può rappresentare la società in giudizio e impugnare atti fiscali a essa diretti, se esiste ed è identificabile un amministratore di diritto. La rappresentanza di fatto rileva solo in via sussidiaria. Di conseguenza, l'originario ricorso era inammissibile.
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