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Assoluta Indigenza

21 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una condizione di estrema povertà in cui una persona non ha i mezzi necessari per soddisfare le esigenze primarie di vita, come cibo e alloggio. È un requisito fondamentale per ottenere l'autorizzazione al lavoro durante gli arresti domiciliari.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Detenzione domiciliare e lavoro: stop se mancano i controlli
Un condannato in regime di detenzione domiciliare ha richiesto l'autorizzazione ad allontanarsi dal domicilio per motivi lavorativi, allegando una condizione di grave indigenza economica familiare. Il Magistrato di sorveglianza ha respinto l'istanza a causa della notevole distanza geografica tra l'abitazione sulla terraferma e il luogo di lavoro situato su un'isola, elemento che avrebbe impedito i controlli continui delle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto e ha stabilito che, in materia di detenzione domiciliare e lavoro, la necessità di garantire un controllo immediato ed efficace della polizia prevale anche sulle difficoltà economiche rappresentate dal condannato.
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Arresti domiciliari e attività lavorativa: serve la prova del bisogno
Un indagato per rapina aggravata, sottoposto alla misura cautelare della custodia domestica, ha richiesto l'autorizzazione per svolgere un impiego aziendale. La difesa ha motivato l'istanza sostenendo lo stato di totale bisogno economico dell'indagato e la necessità di provvedere all'anziana madre malata convivente. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per la gravità dei precedenti penali del soggetto, l'assenza di controlli efficaci sul lavoro e la totale mancanza di documenti a supporto delle condizioni economiche. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che il binomio tra arresti domiciliari e attività lavorativa richiede una rigorosa prova documentale dello stato di indigenza. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Arresti domiciliari e attività lavorativa: no se il padre paga
Un uomo sottoposto alla misura degli arresti domiciliari ha chiesto l'autorizzazione a svolgere un'attività lavorativa per provvedere al proprio sostentamento. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che il genitore convivente, che lo ospitava a casa, possedeva un reddito sufficiente a mantenerlo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'autorizzazione per gli arresti domiciliari e attività lavorativa richiede uno stato di assoluta indigenza rigorosamente provato. L'ammissione al gratuito patrocinio non basta a dimostrare tale condizione. Inoltre, accogliendo il figlio in casa, il genitore assume implicitamente l'obbligo di mantenerlo. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Arresti domiciliari e assoluta indigenza: no al lavoro dal figlio
Il Tribunale di Napoli ha respinto la richiesta di un uomo, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, di poter lavorare presso l'azienda del figlio. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di trovarsi in uno stato di assoluta indigenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il presupposto dell'assoluta indigenza deve essere valutato con estremo rigore, considerando anche i redditi degli altri componenti del nucleo familiare. Nel caso specifico, il figlio del ricorrente è titolare di un'impresa solida e ha l'obbligo di sostenere il genitore. Di conseguenza, non sussistono i presupposti eccezionali per autorizzare l'attività lavorativa fuori dal domicilio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lavoro e assoluta indigenza arresti domiciliari: quando è negato
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un uomo sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari. L'imputato chiedeva il trasferimento del luogo di detenzione e l'autorizzazione a svolgere l'attività lavorativa di fabbro. I giudici hanno chiarito che la concessione del permesso di lavoro richiede la prova di uno stato di assoluta indigenza arresti domiciliari. Nella valutazione di tale stato, il giudice deve considerare anche le risorse economiche della convivente. Inoltre, nel caso specifico, l'attività lavorativa proposta nel comune originario risultava incompatibile con le esigenze cautelari. Nel territorio di destinazione risiedevano ancora i familiari delle vittime di rapina, configurando un concreto pericolo di reiterazione del reato o di minacce. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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No al lavoro per detenuti domiciliari se i figli possono aiutarli
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando il diniego del lavoro per detenuti domiciliari. L'uomo, agli arresti domiciliari presso l'ex moglie per associazione a delinquere, chiedeva di lavorare come manutentore a 26 km di distanza. I giudici hanno stabilito che non sussiste lo stato di assoluta indigenza, poiché i figli maggiorenni hanno l'obbligo legale di prestare gli alimenti al genitore in difficoltà. Inoltre, l'orario prolungato e la distanza sono stati ritenuti incompatibili con le esigenze cautelari e la pericolosità del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Autorizzazione al lavoro ai domiciliari: l’ISEE non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato, sottoposto agli arresti domiciliari, che chiedeva l'autorizzazione al lavoro per asserito stato di indigenza. Il ricorrente aveva allegato solo un'attestazione ISEE di circa diecimila euro, senza dimostrare lo stato di disoccupazione dei familiari conviventi (moglie e figlio) né specificare l'origine di tale reddito. I giudici hanno chiarito che l'autorizzazione al lavoro rappresenta una misura eccezionale. Pertanto, la sussistenza di un reale stato di povertà deve essere valutata con estremo rigore e supportata da prove documentali complete. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Autorizzazione al lavoro arresti domiciliari: negata se hai aiuti
Un uomo sottoposto alla misura degli arresti domiciliari ha richiesto l'autorizzazione al lavoro arresti domiciliari sostenendo di trovarsi in uno stato di assoluta indigenza. Il Tribunale ha respinto la richiesta poiché l'uomo riceveva un costante aiuto economico dalla madre e possedeva un patrimonio non interamente pignorato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del detenuto, confermando che l'aiuto familiare esclude lo stato di povertà estrema necessario per ottenere il permesso. Inoltre, l'attività lavorativa proposta non presentava orari e modalità compatibili con i controlli delle forze dell'ordine. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Assoluta indigenza e lavoro ai domiciliari
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo agli arresti domiciliari a cui era stata negata l'autorizzazione a lavorare come aiuto-cuoco. Il tribunale territoriale aveva respinto l'istanza ritenendo non provata la condizione di assoluta indigenza, poiché l'indagato riceveva aiuti dalla famiglia e da enti caritatevoli. La Suprema Corte ha annullato tale decisione, stabilendo che l'assoluta indigenza non coincide con la totale indigenza, ma con l'impossibilità di provvedere autonomamente alle necessità primarie. Gli aiuti occasionali di terzi non escludono tale stato, e l'autocertificazione può essere considerata prova sufficiente in assenza di elementi contrari.
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Arresti domiciliari e lavoro: quando è concesso?
Un uomo agli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti chiede di poter lavorare, sostenendo uno stato di 'assoluta indigenza'. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42865/2023, respinge il ricorso. La Corte chiarisce che la concessione del permesso di lavoro durante gli arresti domiciliari è eccezionale e richiede una valutazione rigorosa, che include non solo il reddito dell'imputato ma quello dell'intero nucleo familiare e la compatibilità con le esigenze cautelari, specie in presenza di un elevato profilo criminale.
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Arresti domiciliari lavoro: quando è negato il permesso?
Un individuo sotto la misura degli arresti domiciliari per traffico di stupefacenti si vede negare la possibilità di lavorare. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10752/2023, ha confermato la decisione, chiarendo che il permesso per gli arresti domiciliari lavoro non è un diritto automatico. La valutazione del giudice deve bilanciare le esigenze di vita dell'indagato con le esigenze cautelari. Nel caso specifico, la persistente pericolosità sociale del soggetto e l'assenza di una reale condizione di indigenza hanno reso il diniego legittimo.
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Misura cautelare: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un individuo coinvolto in una rissa tra tifoserie. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché le prove erano chiare e la valutazione del pericolo di recidiva era logica e ben motivata, rendendo la misura cautelare necessaria.
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Assoluta indigenza e lavoro: conta il reddito del coniuge
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto agli arresti domiciliari che chiedeva di poter lavorare. La Corte ha confermato che per valutare lo stato di assoluta indigenza, necessario per l'autorizzazione, si deve considerare anche il reddito del coniuge convivente, escludendo il permesso se il nucleo familiare ha mezzi sufficienti per una vita dignitosa.
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Lavoro agli arresti domiciliari: la prova decisiva
Una persona sotto arresti domiciliari per reati legati agli stupefacenti si è vista negare il permesso di lavorare. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, sottolineando che la richiesta di autorizzazione al lavoro agli arresti domiciliari deve essere supportata da prove documentali complete e adeguate. La mancanza di documentazione sullo stato di indigenza e sui dettagli dell'impiego ha reso impossibile per il giudice valutare la compatibilità con le esigenze cautelari.
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Autorizzazione al lavoro: quando è negata in appello
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un soggetto agli arresti domiciliari contro la revoca del permesso di lavoro. La decisione si basa sulla mancata prova dello stato di assoluta indigenza e sull'elevato rischio che l'attività lavorativa potesse eludere le esigenze cautelari, essendo il luogo di lavoro lo stesso utilizzato per attività illecite. La Corte ha ritenuto l'autorizzazione al lavoro un pericolo concreto.
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Arresti domiciliari e lavoro: quando è possibile?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto agli arresti domiciliari che chiedeva l'autorizzazione al lavoro. La sentenza chiarisce che per ottenere tale permesso non è sufficiente dimostrare la crisi economica della propria azienda, ma è necessario provare uno stato di 'assoluta indigenza' personale, ovvero l'impossibilità di provvedere alle esigenze di vita primarie. La decisione sottolinea il rigore con cui va valutata questa condizione per gli arresti domiciliari e lavoro.
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Assoluta indigenza: lavoro con arresti domiciliari
Un uomo agli arresti domiciliari si vede negare il permesso di lavorare perché la moglie percepisce un reddito di 1.500 euro. La Corte di Cassazione annulla la decisione, stabilendo che il concetto di 'assoluta indigenza' non significa totale assenza di mezzi. Il giudice deve valutare se il reddito familiare sia concretamente sufficiente a coprire tutte le esigenze primarie del nucleo, come istruzione e cure, non solo il sostentamento base.
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Autorizzazione lavorativa arresti domiciliari: no
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro il diniego di autorizzazione lavorativa arresti domiciliari. La decisione si fonda sulla genericità del ricorso e sulla non impugnabilità per vizi di motivazione in materia di consegna internazionale, ribadendo che il pericolo di fuga e la mancanza di prova di assoluta indigenza ostano alla concessione.
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Arresti domiciliari e lavoro: prova dell’indigenza
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un indagato agli arresti domiciliari che chiedeva di poter lavorare. La richiesta era basata su uno stato di indigenza, ma la Corte ha ritenuto la prova fornita (una semplice autodichiarazione) insufficiente a dimostrare la condizione di 'assoluta indigenza' richiesta dalla legge per concedere l'autorizzazione agli arresti domiciliari e lavoro.
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Lavoro arresti domiciliari: no se c’è rischio reato
La Corte di Cassazione conferma la decisione di negare l'autorizzazione al lavoro arresti domiciliari a un soggetto indagato per reati ambientali. Il permesso è stato rifiutato perché l'impiego proposto nel settore edile, lo stesso dei reati contestati, presentava un elevato rischio di reiterazione. La Corte ha ritenuto prevalente l'esigenza di prevenzione criminale rispetto allo stato di indigenza del ricorrente, peraltro non pienamente provato.
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