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Associazione Finalizzata Al Traffico Di Stupefacenti

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129 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: la svolta
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro l'ordinanza che aveva escluso il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti per un indagato, riducendo la custodia in carcere ad arresti domiciliari per spaccio semplice. I giudici di legittimità hanno stabilito che, per configurare l'associazione criminosa, non serve un'organizzazione complessa o grandi risorse economiche, ma basta una struttura minima e stabile, desumibile anche dai rapporti fiduciari e dalla ripetitività dei reati. La Cassazione ha evidenziato che il Tribunale del Riesame ha valutato le prove in modo frammentato e illogico, senza considerare il quadro d'insieme e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Di conseguenza, l'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame che valuti correttamente la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.
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Cade l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Un uomo, accusato di essere il fornitore stabile di una rete di spaccio, è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura sia per le singole cessioni di droga sia per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che i semplici rapporti commerciali con i vertici del gruppo non bastano a dimostrare l'effettiva appartenenza alla struttura criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente all'accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e alle esigenze cautelari, ordinando un nuovo esame del caso.
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Spaccio o associazione finalizzata al traffico di stupefacenti?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato a dodici anni di reclusione per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente contestava la sua partecipazione al sodalizio criminoso, sostenendo di aver compiuto solo pochi episodi occasionali per uso personale. Tuttavia, i giudici di merito hanno accertato che l'uomo svolgeva compiti stabili e continuativi, come fare da vedetta, consegnare la droga prelevata dai nascondigli e riscuotere il denaro, per un totale di ottantuno episodi di spaccio. La Cassazione ha confermato che la condotta di partecipazione si configura quando vi è un approvvigionamento costante e un vincolo durevole con il gruppo, respingendo le tesi difensive perché generiche. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia in carcere: confermato l’arresto per il custode
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto a custodia in carcere. L'indagato era accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, avendo custodito stabilmente circa 32 kg di marijuana nel proprio garage per conto di un gruppo criminale. La difesa sosteneva che tale attività, svolta in cambio di denaro, non dimostrasse l'inserimento organico nel sodalizio. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ritenendo la motivazione logica e coerente. I giudici hanno chiarito che il ruolo stabile di custode, unito ai frequenti contatti con i vertici del gruppo emersi dalle intercettazioni, costituisce un grave indizio di colpevolezza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Retrodatazione della custodia cautelare: negata per lo spaccio
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. La difesa ha richiesto la retrodatazione della custodia cautelare, sostenendo che le accuse derivassero da fatti già noti durante un precedente arresto per spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione non opera automaticamente tra il reato associativo e i singoli episodi di spaccio, specialmente se la complessità delle indagini e delle intercettazioni ha richiesto tempo per ricostruire l'intero organigramma criminale. Di conseguenza, Il Ricorrente resta in carcere senza alcuno sconto temporale sulla durata della misura cautelare.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere. L'uomo è accusato di far parte di un'organizzazione criminale attiva a Gioia Tauro. L'accusa principale riguarda il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava la gravità degli indizi, ritenendo le prove frammentarie. Tuttavia, i giudici hanno valorizzato una conversazione intercettata tra l'indagato e il capo del gruppo criminale. Nel colloquio si pianificava il trasporto di trenta chili di cannabis in Sicilia. Questo elemento dimostra un ruolo stabile e strategico all'interno del sodalizio. La Cassazione ha confermato la misura del carcere per l'elevato rischio di recidiva e l'inadeguatezza di misure meno severe.
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Traffico di stupefacenti: il legame con il clan nega la libertà
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per due fratelli, accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti collegata a una nota cosca locale. I giudici hanno ritenuto solidi gli indizi di colpevolezza, basati su appostamenti, sequestri di armi e droga nascoste presso l'abitazione della madre, e intercettazioni telefoniche che svelavano il sostegno economico del clan alle famiglie dei detenuti. La difesa contestava la partecipazione all'associazione e l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i reati minori. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: la conferma del reato associativo principale rende irrilevante contestare le aggravanti dei reati satellite ai fini della scarcerazione, operando la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e della cassa delle ammende.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Indagato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo di essere un semplice debitore dei capi del gruppo e non un membro attivo, contestando anche l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisto costante di droga per la rivendita integra la partecipazione all'associazione, poiché crea un affidamento stabile. Inoltre, per questo reato opera una presunzione di adeguatezza del carcere, superabile solo provando la rescissione totale dei legami con il gruppo criminale. Di conseguenza, L'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: il dubbio
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di singoli episodi di spaccio e di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l'aggravante mafiosa. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove circa la sua stabile partecipazione all'organizzazione criminale. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente all'accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno rilevato che le intercettazioni dimostrano la conoscenza dei fatti, ma non una collaborazione stabile e continuativa con il clan. Il caso torna al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione su questo punto, mentre resta confermata la misura cautelare per i singoli episodi di spaccio.
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Fornitore e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per i reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione. La difesa sosteneva l'assenza di un vincolo associativo stabile, descrivendo i rapporti come semplici compravendite isolate. La Suprema Corte ha invece chiarito che la fornitura costante e continua di droga a un gruppo criminale crea un affidamento stabile che supera il semplice rapporto commerciale, configurando la partecipazione all'associazione. Inoltre, i giudici hanno confermato la gravità degli indizi per l'estorsione, basati sull'interpretazione logica delle intercettazioni telefoniche. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: legami familiari o complicità?
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere un membro attivo del gruppo ma solo un parente a conoscenza dei fatti, e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni dimostrano un legame economico e gestionale che supera i semplici rapporti familiari, in quanto l'uomo gestiva la cassa del gruppo insieme alla moglie. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a impedire la reiterazione dei reati e a recidere i contatti con l'organizzazione criminale.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche con struttura minima
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di una struttura organizzata e di ruoli specifici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti basta una struttura minima e rudimentale, desumibile dalla ripetitività dei reati e dall'uso di un linguaggio criptico. Inoltre, sussiste una doppia presunzione relativa di adeguatezza del carcere, non superata dall'indagato, data la costante dedizione allo spaccio e la mancanza di segni di resipiscenza.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale di Salerno ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, escludendo però la gravità indiziaria per i singoli episodi di spaccio. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'assenza di prove sulle singole cessioni escludesse il reato associativo e che il tempo trascorso dai fatti (due anni) annullasse il pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti è autonomo rispetto ai singoli reati-fine e che la legge presume la necessità del carcere per questa fattispecie, salvo prova contraria non fornita dalla difesa. L'indagato rimane in carcere.
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Traffico di stupefacenti: ordini dal carcere e pene confermate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il principale ricorrente contestava l'attribuzione del ruolo di capo e promotore, basata su intercettazioni in carcere. La Suprema Corte ha chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e non può essere sindacata in sede di legittimità, salvo travisamento della prova. Gli altri ricorrenti lamentavano la mancata concessione del massimo sconto di pena per le attenuanti generiche e la carenza di motivazione sugli aumenti per la continuazione. La Cassazione ha confermato la legittimità delle decisioni dei giudici d'appello, ritenendo le pene congrue e proporzionate alla gravità dei fatti. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no alla lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio di marijuana. Gli imputati contestavano la qualificazione dei loro ruoli all'interno del gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato nell'ipotesi attenuata di lieve entità. La Suprema Corte ha confermato la sentenza d'appello, rilevando che l'attività del gruppo esorbitava dalla lieve entità per via dei rilevanti quantitativi di droga gestiti, dei canali stabili di approvvigionamento e dell'organizzazione strutturata con ruoli definiti. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il primo ricorrente contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante della collaborazione, negata poiché le sue dichiarazioni non avevano concretamente interrotto l'attività del gruppo, riportando fatti già noti. Il secondo ricorrente negava l'esistenza del vincolo associativo e chiedeva la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha respinto entrambi i ricorsi: l'attività del gruppo, che fruttava circa 12.000 euro al mese con canali di approvvigionamento stabili, esclude la lieve entità. Entrambi i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Associazione e traffico di stupefacenti: la parentela non salva
Un uomo, accusato di far parte di un'organizzazione criminale dedita allo spaccio di droga, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare confermata dal Tribunale del Riesame. La difesa sosteneva che i contatti con il capo dell'organizzazione fossero sporadici e dovuti solo a legami di parentela. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che, per configurare il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, è sufficiente una collaborazione continuativa e consapevole nella vendita o fornitura di droga, anche con ruoli esecutivi o contabili. La Cassazione non può rivalutare le prove di fatto, come le intercettazioni telefoniche, se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente.
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Traffico di stupefacenti: associazione o concorso occasionale?
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un presunto gruppo criminale dedito al contrabbando di cocaina dal Sud America. Due imputati erano stati condannati come capi di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, mentre un terzo soggetto, un broker doganale, era accusato di concorso nella tentata importazione di un carico di droga nascosto in una spedizione di parquet. La Suprema Corte ha annullato con rinvio la condanna per il reato associativo, evidenziando che i giudici di merito non avevano adeguatamente distinto tra una stabile organizzazione e un semplice concorso occasionale di persone, visti i lunghi intervalli temporali tra i carichi. Ha inoltre annullato la condanna del broker, poiché i giudici avevano ignorato un'intercettazione decisiva in cui l'organizzatore lo scagionava definendolo del tutto ignaro del traffico illecito.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava l'esistenza di una vera e propria organizzazione criminale e l'attualità del pericolo di recidiva, dato il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno chiarito che l'esistenza del sodalizio è dimostrata da una base logistica, clienti fidelizzati e fornitori stabili. Inoltre, la mancanza di prove sui singoli episodi di spaccio non esclude il reato associativo, che è autonomo. Infine, il pericolo di recidiva rimane attuale a causa del ruolo di vertice dell'indagato, dei suoi legami criminali e dell'assenza di un lavoro lecito. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Sospetti in cantina: esclusi i gravi indizi di colpevolezza
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di un indagato, accusato di far parte di un'associazione per il traffico di droga con il ruolo di custode. L'accusa si fondava sul ritrovamento nella sua cantina di sostanze da taglio e residui di marijuana. La Suprema Corte ha stabilito che tali elementi non costituiscono gravi indizi di colpevolezza per il reato associativo. Un occasionale deposito di sostanze o un'attività isolata non dimostrano l'inserimento stabile e consapevole nella struttura criminale. Di conseguenza, la Corte ha ordinato l'immediata liberazione dell'indagato.
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