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Associazione Di Tipo Mafioso

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223 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Associazione di tipo mafioso: condanne certe e spese da rifare
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per associazione di tipo mafioso e altri reati, tra cui estorsione ed esercizio abusivo del lotto. La Corte ha confermato la responsabilità penale della maggior parte degli imputati, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso di uno degli imputati, annullando con rinvio la condanna per un singolo episodio di estorsione: il reato non si era consumato poiché mancava la prova dell'effettivo pagamento della somma richiesta. Inoltre, la Suprema Corte ha accolto il ricorso delle associazioni antiracket costituite parti civili, annullando la liquidazione delle spese legali in loro favore perché determinata sotto i minimi tariffari di legge, disponendo un nuovo giudizio sul punto.
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Associazione di tipo mafioso: finto lavoro, confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di associazione di tipo mafioso e tentata estorsione. La difesa sosteneva che la richiesta di denaro a un imprenditore riguardasse un regolare lavoro di smaltimento rifiuti. Tuttavia, le intercettazioni hanno svelato una richiesta estorsiva, inizialmente di 3.500 euro e poi aumentata a 5.000 euro dal ricorrente, suscitando l'ira del capo clan per il rischio di arresti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la condotta del ricorrente, unita ad altri episodi come la consegna di biglietti minatori e la gestione di incontri riservati, dimostra la sua stabile inserzione nel sodalizio criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: intercettazioni come prove dirette
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di tipo mafioso. L'indagato era accusato di ricoprire un ruolo di vertice nella famiglia mafiosa locale. La difesa contestava la mancanza di motivazione e l'utilizzabilità delle intercettazioni tra coindagati. I giudici hanno chiarito che i dialoghi tra membri del sodalizio su questioni interne sono utilizzabili direttamente come prova e non come dichiarazioni indirette. La Cassazione ha confermato la solidità del quadro indiziario, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto per i boss
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per due soggetti accusati di associazione mafiosa e tentata estorsione. I ricorrenti contestavano la gravità degli indizi, basati su intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, e la sussistenza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, ritenendo logica e coerente la motivazione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni e i riscontri visivi dimostrano il ruolo di vertice degli indagati nella confederazione criminale. Inoltre, l'impugnazione delle sole circostanze aggravanti in sede cautelare è stata dichiarata inammissibile per carenza di interesse, non incidendo sulla legittimità della misura restrittiva applicata.
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Da condanna ad assoluzione: serve la motivazione rafforzata
Quattro imputati, condannati in primo grado per associazione mafiosa legata alla banda "Vikings", vengono assolti in appello. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione, lamentando che la Corte d'Appello ha ignorato prove decisive (dichiarazioni di collaboratori, intercettazioni e ruoli specifici) senza spiegare adeguatamente il ribaltamento della prima sentenza. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, ribadendo che il giudice d'appello che riforma una condanna deve offrire una motivazione rafforzata, confutando in modo puntuale e logico la decisione precedente. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza di assoluzione e rinvia il caso alla Corte d'Appello per un nuovo processo.
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Associazione di tipo mafioso: il silenzio non salva dal carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione di tipo mafioso, ritenuto esponente di spicco di una nota cosca. L'indagato aveva impugnato l'ordinanza del Tribunale del riesame, contestando la gravità degli indizi e l'attendibilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che gli elementi raccolti, valutati globalmente, dimostrano la sua stabile "messa a disposizione" del sodalizio criminale. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni tra terzi e le dichiarazioni convergenti dei collaboratori costituiscono prove solide se inserite in un quadro indiziario coerente. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: la cella non cancella le accuse
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. La difesa sosteneva l'insufficienza degli indizi, evidenziando che l'indagato si trovava in stato di detenzione durante alcuni degli episodi contestati e contestando l'attendibilità delle intercettazioni telefoniche e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, ritenendo logica e coerente la ricostruzione del Tribunale del Riesame. Le prove raccolte, comprese le conversazioni tra i sodali, dimostrano il ruolo di vertice dell'indagato nella gestione delle estorsioni legate alle attività agricole, anche durante i periodi di detenzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: un solo reato non prova l’affiliazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imprenditore sottoposto a custodia cautelare in carcere per tentata estorsione e partecipazione a un'associazione di tipo mafioso. Mentre i giudici hanno confermato la gravità degli indizi per il singolo episodio di estorsione, hanno accolto il ricorso sul reato associativo. La Suprema Corte ha stabilito che la semplice cooperazione in un singolo reato-fine non basta a dimostrare l'affiliazione stabile a un clan. Per configurare il reato di associazione di tipo mafioso occorre infatti una prova rigorosa della stabile messa a disposizione del soggetto a favore del sodalizio criminale. Di conseguenza, l'ordinanza cautelare è stata annullata limitatamente a questa accusa, con rinvio al Tribunale del riesame per una nuova valutazione.
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Associazione di tipo mafioso: ex politico resta in carcere
Un ex politico locale, accusato di associazione di tipo mafioso, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale del Riesame. Inizialmente la Cassazione aveva annullato con rinvio la misura per carenza di riscontri individualizzanti. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale ha confermato la misura cautelare valorizzando nuove intercettazioni in cui l'indagato ammetteva implicitamente il proprio coinvolgimento, definendolo una "scelta di vita", e riceveva soffiate riservate sulle rivelazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del politico, confermando che tali elementi dimostrano un inserimento stabile nel clan. Inoltre, per il reato di associazione di tipo mafioso opera la doppia presunzione di adeguatezza del carcere, superabile solo provando la rescissione del legame con la cosca.
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Associazione di tipo mafioso: il confine tra parentela e reato
Una giovane donna, indagata per associazione di tipo mafioso e concorso in estorsione, ha impugnato l'ordinanza che confermava i suoi arresti domiciliari. Secondo l'accusa, la donna fungeva da canale di comunicazione per lo zio, capo di una cosca e detenuto in carcere. Tra le sue attività vi erano la consegna di messaggi nascosti in sacchetti di patatine, il tentativo di procurare telefoni cellulari e la decifrazione di messaggi in codice. Inoltre, aveva sollecitato l'intervento del boss per risolvere una disputa personale, sfociata in un'estorsione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che tali condotte, anche se compiute in un contesto familiare, dimostrano un contributo consapevole e attivo all'operatività del sodalizio criminale.
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Associazione di tipo mafioso: quando il corriere è affiliato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione di tipo mafioso nei confronti di due soggetti che gestivano la trasmissione dei messaggi riservati (pizzini) per conto del capo latitante di un noto sodalizio criminale. Un terzo soggetto è stato condannato per favoreggiamento aggravato per aver facilitato gli incontri tra gli associati. La difesa sosteneva che il ruolo di corriere o di intermediario logistico non dimostrasse l'effettiva appartenenza all'organizzazione. La Suprema Corte ha invece stabilito che la gestione sistematica delle comunicazioni riservate dei vertici mafiosi costituisce una prova evidente di intraneità organica e non un semplice aiuto esterno. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi, rendendo definitive le condanne e obbligando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Associazione di tipo mafioso: quando i funerali incastrano il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di associazione di tipo mafioso. L'imputato sosteneva che la sua partecipazione fosse marginale e cessata nel 2001, chiedendo l'applicazione di una legge penale più favorevole precedente al 2008. I giudici hanno invece accertato la sua stabile appartenenza al clan almeno fino al 2009, dimostrata dal conferimento di un grado gerarchico elevato, dalla presenza a riunioni di riconciliazione e a funerali di esponenti di spicco, e dal possesso di verbali di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che nei reati permanenti la legge applicabile è quella in vigore al momento della cessazione della condotta. Il ricorso è stato rigettato, confermando la pena e la condanna al pagamento delle spese processuali e di risarcimento all'associazione antimafia costituita parte civile.
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Associazione di tipo mafioso: tra legami di sangue e carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti e detenzione illegale di armi. La difesa contestava la gravità indiziaria, sostenendo la natura lecita della canapa trattata e l'assenza di prove sulla partecipazione stabile alla cosca. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo logica e coerente la ricostruzione del Tribunale del Riesame. La partecipazione armata a un summit mafioso per difendere il territorio, la consapevolezza di gestire sostanze stupefacenti illegali con elevato THC e il costante supporto logistico fornito ai vertici del sodalizio dimostrano un inserimento stabile e consapevole nella struttura criminale. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: da lite privata a reato di mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di associazione di tipo mafioso, danneggiamento seguito da incendio e porto abusivo d'armi. La difesa sosteneva che l'incendio di un'auto fosse legato a motivi privati (una relazione extraconiugale) e che mancassero prove sulla consapevolezza del possesso dell'arma da parte dei complici. I giudici hanno invece stabilito che, sebbene la lite iniziale fosse privata, la spedizione punitiva con incendio e armi è stata gestita secondo le gerarchie e le dinamiche del clan mafioso per riaffermare il proprio potere sul territorio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura cautelare.
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Associazione di tipo mafioso: in carcere anche il mediatore
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione di tipo mafioso. La difesa sosteneva che l'indagato avesse solo mediato una lite familiare tra coniugi appartenenti a clan rivali, agendo come privato cittadino. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la mediazione di un conflitto potenzialmente distruttivo per gli equilibri dei clan mafiosi costituisce un contributo concreto all'associazione. Trattandosi di un reato permanente, il vincolo associativo persiste nel tempo senza necessità di commettere specifici reati-fine, a meno che non sia provato un recesso volontario e definitivo dal gruppo criminale. L'indagato rimane quindi in carcere.
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Associazione di tipo mafioso: quando i singoli reati non bastano
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto condannato per tentato omicidio, spaccio e partecipazione a un'associazione di tipo mafioso. I giudici hanno accolto parzialmente il ricorso. Hanno annullato con rinvio la condanna per il reato associativo, ritenendo che la Corte d'Appello non abbia motivato adeguatamente sulla reale e attiva partecipazione dell'imputato al clan, non bastando il compimento di singoli reati. Inoltre, la Corte ha annullato senza rinvio l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i reati di armi connessi a un tentato omicidio, poiché tale aggravante era già stata esclusa per il tentato omicidio stesso, nato da un litigio personale. Le altre condanne per tentato omicidio e spaccio sono state confermate in via definitiva.
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Ricusazione del giudice: no al cambio se ha giudicato il clan
L'Imputato, accusato di associazione mafiosa, ha proposto la ricusazione del giudice poiché quest'ultimo aveva già fatto parte del collegio in un precedente processo contro il fratello e altri presunti membri dello stesso clan. In quel contesto, il giudice aveva descritto il fratello come subordinato all'Imputato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la ricusazione del giudice non può fondarsi su meri riferimenti storici o incidentali contenuti in altre sentenze, a meno che non vi sia stata una reale valutazione di merito sulla colpevolezza del medesimo soggetto per lo stesso fatto. Poiché nel precedente processo la posizione dell'Imputato non era stata esaminata, non sussiste alcuna parzialità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: intercettazioni di terzi e arresto
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso per la sua presunta appartenenza a una nota cosca della 'ndrangheta. La difesa contestava l'utilizzabilità di vecchie dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e l'identificazione dell'indagato in alcune intercettazioni tra terzi. I giudici hanno chiarito che le vecchie dichiarazioni costituiscono la premessa storica della partecipazione del soggetto, mentre le intercettazioni ambientali, in cui l'indagato veniva espressamente chiamato con nome e cognome, ne confermano il ruolo attuale di garante nella spartizione dei proventi illeciti. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, ritenendo sussistenti i gravi indizi e le esigenze cautelari.
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Contestazioni a catena: no alla retrodatazione per reati di mafia
Il caso riguarda un indagato, già in carcere dal 2017 per tentata estorsione aggravata, colpito nel 2019 da una seconda misura cautelare per associazione mafiosa e omicidio. La difesa ha richiesto la retrodatazione dei termini di custodia cautelare, invocando il principio delle contestazioni a catena, sostenendo che gli inquirenti conoscessero già i fatti prima del primo arresto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione non opera automaticamente in presenza di reati diversi in procedimenti diversi, se non si dimostra che gli elementi di colpevolezza del secondo reato fossero già pienamente noti all'accusa all'epoca della prima misura. Inoltre, la semplice carcerazione non prova l'interruzione del vincolo associativo mafioso. L'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto per il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa. Il Tribunale del Riesame aveva applicato la misura basandosi sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, confermate da intercettazioni e altri riscontri concreti, come la disponibilità di armi e il pagamento di spese legali per i membri del clan. La difesa ha contestato l'attendibilità delle accuse e l'assenza di precedenti penali. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, spiegando che i giudici di merito hanno motivato la decisione in modo logico e coerente. La Suprema Corte non può rivalutare i fatti, ma solo verificare la correttezza giuridica del provvedimento. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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