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Arresti Domiciliari

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852 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Giudicato cautelare: negati i domiciliari alla madre in carcere
L'Indagata, accusata di tentato omicidio, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, evidenziando la sua condizione di madre di figli minori di sei anni e la fine delle indagini. Il Tribunale ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione. I giudici hanno stabilito che, in assenza di fatti nuovi o sopravvenuti, si applica il principio del giudicato cautelare. Questo principio impedisce di rivalutare elementi già esaminati e confermati in precedenza, rendendo legittimo il mantenimento della misura carceraria.
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Traduzione ordinanza cautelare: il falso domicilio costa il carcere
Il Tribunale di L'Aquila ha confermato la custodia in carcere per un indagato straniero, precedentemente agli arresti domiciliari per furto e resistenza. La misura era stata aggravata poiché l'uomo aveva fornito un indirizzo inesistente per eludere i controlli. La difesa ha contestato la mancata traduzione ordinanza cautelare in lingua georgiana, sostenendo che l'indagato non avesse compreso l'obbligo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: sebbene sussista il diritto alla traduzione, l'ordinanza era stata pronunciata in udienza con un interprete. Inoltre, la condotta del ricorrente (fornire un falso indirizzo) dimostra la piena consapevolezza della misura e la volontà di sottrarvisi. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese.
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Reato di evasione: condannato anche a due metri da casa
Il Detenuto, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, si allontana dalla propria abitazione e viene sorpreso sul marciapiede antistante, a soli due metri dal portone, mentre parla con uno sconosciuto. Accusato del reato di evasione, l'uomo si difende sostenendo la minima distanza dal domicilio e richiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che anche una distanza minima configura il reato di evasione se il soggetto esce dallo spazio privato. Inoltre, la presenza di precedenti penali specifici esclude la particolare tenuità del fatto. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di evasione: stop alla condanna tardiva
L'Imputata, sottoposta alla misura degli arresti domiciliari, si era allontanata dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. Condannata nei primi due gradi di giudizio per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione tramite il proprio difensore. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che il termine massimo di prescrizione del reato era già decorso prima della pronuncia della sentenza d'appello. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata, sancendo l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione del reato di evasione.
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Reato di evasione: pochi passi fuori casa costano tremila euro
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza d'appello che lo condannava per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per la configurazione del reato di evasione è sufficiente qualsiasi allontanamento non autorizzato dal domicilio, indipendentemente dalla durata dell'assenza, dalla distanza percorsa o dai motivi del gesto. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della reiterazione delle condotte e dei precedenti penali specifici del soggetto. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la fame non scusa la fuga
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari che si è allontanato dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. L'imputato ha giustificato l'allontanamento invocando uno stato di necessità legato al proprio sostentamento economico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che qualsiasi allontanamento non autorizzato, indipendentemente dalla durata, dalla distanza o dai motivi personali, configura il reato. Inoltre, lo stato di necessità è stato escluso poiché l'uomo non aveva preventivamente richiesto i necessari permessi di uscita per lavorare o provvedere alle proprie esigenze. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: uscire per bisogno non evita la condanna
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari si è allontanato da casa senza autorizzazione. Per giustificare la fuga, ha invocato lo stato di necessità, sostenendo di essersi recato dal sindaco per richiedere un sussidio economico indispensabile per il proprio sostentamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del destinatario della misura. I giudici hanno chiarito che integra il reato di evasione qualsiasi allontanamento non autorizzato dal luogo di detenzione domiciliare. Non hanno alcuna rilevanza la durata dell'assenza, la distanza percorsa o i motivi personali del soggetto. Lo stato di necessità è stato escluso poiché l'uomo non aveva preventivamente richiesto i necessari permessi di uscita per provvedere alle proprie esigenze primarie. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità del fatto: no a sconti per spaccio dai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di droga. L'imputato chiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità del fatto per una cessione di hashish. La Suprema Corte ha confermato il rifiuto dell'attenuante: l'uomo ha venduto la sostanza mentre si trovava agli arresti domiciliari, sapendo che la droga era destinata a un detenuto in carcere. Questi elementi escludono la minima offensività della condotta. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Arresti domiciliari all’estero: stop alle discriminazioni
Un cittadino straniero, sottoposto a custodia cautelare in carcere in Italia, ha chiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari da scontare in Slovenia, suo Paese di residenza. Il Tribunale di Trieste ha negato la richiesta, ritenendo che gli arresti domiciliari non rientrassero tra le misure applicabili all'estero secondo la normativa europea. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che gli arresti domiciliari all'estero sono pienamente ammissibili. Negare questa possibilità per il solo fatto di non avere un domicilio in Italia costituirebbe una discriminazione contraria ai principi dell'Unione Europea. La Cassazione ha quindi annullato la decisione, ordinando al Tribunale di valutare nuovamente la richiesta.
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Aggravamento della misura cautelare: dal dentista al carcere
L'Imputato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, riceveva l'autorizzazione a recarsi presso un dentista per cure urgenti. Tuttavia, le Forze dell'ordine lo fermavano nove ore dopo l'appuntamento mentre guidava ad alta velocità e zigzagava nel traffico. Il Tribunale disponeva quindi l'aggravamento della misura cautelare, sostituendo i domiciliari con la custodia in carcere. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di un orario preciso di rientro e il ritardo della visita medica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la grave violazione delle prescrizioni e la pericolosità sociale dimostrata giustificano pienamente l'aggravamento della misura cautelare in custodia in carcere.
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Reddito di cittadinanza: arresti in casa ma l’assegno resta
Una madre è stata assolta dall'accusa di aver ottenuto indebitamente il Reddito di cittadinanza per non aver comunicato che il figlio convivente si trovava agli arresti domiciliari. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'assoluzione, sostenendo che la misura cautelare equivalesse allo stato detentivo, riducendo l'importo del sussidio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'assoluzione. I giudici hanno chiarito che chi è agli arresti domiciliari non è a totale carico dello Stato, ma grava economicamente sulla famiglia. Di conseguenza, la sua presenza nel nucleo familiare non riduce la quota del beneficio, rendendo penalmente irrilevante la mancata comunicazione di tale circostanza, a meno che non si tratti di reati gravi specificamente previsti dalla legge.
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Reddito di cittadinanza: arresti non comunicati non sono reato
Il Beneficiario, percettore del Reddito di cittadinanza, veniva condannato nei gradi di merito per non aver comunicato tempestivamente all'INPS la sua sottoposizione alla misura cautelare degli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna, stabilendo che tale omissione non costituisce reato. Secondo i giudici, l'applicazione di una misura cautelare personale comporta la sospensione automatica del beneficio. Di conseguenza, la mancata comunicazione di questa circostanza da parte del beneficiario non integra la condotta penalmente rilevante di omessa comunicazione di informazioni dovute, poiché la sospensione opera di diritto. Il fatto, pertanto, non è previsto dalla legge come reato.
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Violazione degli arresti domiciliari: 38 minuti costano il carcere
L'Indagato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, si è allontanato da casa per circa 38 minuti a causa di una lite familiare, presentandosi poi spontaneamente dai Carabinieri. Il Tribunale del Riesame ha aggravato la misura disponendo la custodia in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che la violazione degli arresti domiciliari comporta automaticamente il trasferimento in carcere, a meno che il fatto non sia di lieve entità. Nel caso specifico, l'allontanamento ingiustificato non è stato ritenuto di lieve entità, confermando così la legittimità della custodia cautelare in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza del pericolo di reiterazione, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e il rispetto dei precedenti arresti domiciliari. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto inammissibile il ricorso, evidenziando la pericolosità del soggetto, già sottoposto a sorveglianza speciale e coinvolto in altri reati recenti. La Suprema Corte ha chiarito che, nei contesti di criminalità organizzata, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a impedire il mantenimento dei contatti con il gruppo criminale, poiché gli arresti domiciliari non offrono sufficienti garanzie di isolamento.
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Cane scappa nel cortile: è reato di evasione dai domiciliari
Un uomo agli arresti domiciliari si è allontanato dall'abitazione per raggiungere il cortile condominiale adiacente. Fermato dai Carabinieri, ha giustificato il gesto sostenendo di essere uscito d'urgenza per recuperare il proprio cane scappato in giardino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che il motivo della condotta non esclude il dolo, ossia la consapevolezza di violare il divieto di allontanamento. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché l'evasione è avvenuta solo due settimane dopo l'inizio della misura cautelare e l'imputato possiede numerosi precedenti penali che dimostrano una spiccata capacità a delinquere.
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Arresti domiciliari con autorizzazione ad uscire: revoca vietata
Il Tribunale della Libertà aveva revocato a un cittadino, sottoposto a misura cautelare, il permesso di uscire tre ore al giorno per cercare lavoro, ritenendolo inaffidabile. Ciò nonostante lo stesso Tribunale avesse accertato l'assenza di qualsiasi violazione delle regole, poiché non erano stati imposti divieti di comunicazione o di incontro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, evidenziando l'insanabile contraddizione logica del provvedimento. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in mancanza di violazioni o di fatti nuovi, non si può revocare un'agevolazione consolidata nel tempo. La Suprema Corte ha quindi annullato la revoca, stabilendo che gli arresti domiciliari con autorizzazione ad uscire non possono essere arbitrariamente limitati senza elementi concreti e sopravvenuti.
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Custodia cautelare in carcere: perché i domiciliari non bastano
Il Tribunale di Roma ha sostituito gli arresti domiciliari con la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per detenzione e spaccio di ingenti quantità di cocaina e cannabis. L'indagato era fuggito all'alt dei Carabinieri e aveva commesso il fatto a soli due mesi dalla fine di precedenti misure. La difesa ha fatto ricorso sostenendo che l'indagato avesse sempre rispettato gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che il regolare rispetto dei domiciliari non basta a dimostrare l'adeguatezza della misura, poiché i controlli sono saltuari e le moderne tecnologie facilitano i contatti con l'esterno, rendendo concreto il rischio di reiterazione.
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Sopravvenuta carenza di interesse: dal carcere ai domiciliari
L'Indagato, inizialmente sottoposto agli arresti domiciliari, subisce un aggravamento della misura con la custodia in carcere. Il suo difensore propone ricorso per Cassazione contestando la decisione. Tuttavia, prima dell'udienza in Cassazione, il Giudice per le indagini preliminari ripristina gli arresti domiciliari, accogliendo di fatto la richiesta del ricorrente. La Suprema Corte dichiara quindi il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché il venir meno dell'interesse non dipende da colpa del ricorrente, la Corte stabilisce che non si applica la condanna alle spese processuali o alla sanzione pecuniaria, in quanto non sussiste una reale soccombenza.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per la droga
L'Imputato, accusato di aver introdotto ripetutamente hashish all'interno di un istituto penitenziario, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, evidenziando la gravita della condotta e il ruolo di organizzatore del traffico illecito svolto dal soggetto. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimita della custodia cautelare in carcere. I giudici di legittimita hanno ribadito che non e possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di cassazione se la motivazione del giudice di merito e logica e coerente. L'Imputato e stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Legittimo impedimento a comparire: nullo il processo in assenza
Il caso riguarda un uomo accusato di evasione che non ha potuto partecipare al proprio processo perché sottoposto agli arresti domiciliari per un'altra causa. Il Tribunale ha celebrato il processo in sua assenza, ritenendo che spettasse a lui chiedere l'autorizzazione per presentarsi. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno invece stabilito che gli arresti domiciliari per altra causa, se comunicati al giudice, costituiscono sempre un legittimo impedimento a comparire. Di conseguenza, il giudice ha l'obbligo di rinviare l'udienza e disporre la traduzione dell'imputato. La Cassazione ha quindi annullato le sentenze di primo e secondo grado, ordinando la celebrazione di un nuovo processo.
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