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Tassazione dividendi fondi esteri: Fisco KO, vince la parità UE

Un fondo di investimento statunitense ha contestato la ritenuta fiscale del 15% applicata ai suoi dividendi di fonte italiana, ritenendola discriminatoria rispetto all’aliquota più bassa (12,5%) prevista per i fondi residenti in Italia. L’Amministrazione Finanziaria aveva negato il rimborso. La Corte di Cassazione ha dato ragione al fondo, stabilendo un principio fondamentale sulla tassazione dividendi fondi esteri. Ha affermato che il principio europeo di libera circolazione dei capitali, che si estende anche a Paesi terzi come gli USA, prevale. La convenzione bilaterale Italia-USA non può giustificare una discriminazione. Pertanto, la norma del trattato va interpretata in modo da applicare al fondo statunitense la stessa aliquota più favorevole riservata ai fondi nazionali, per evitare una restrizione ingiustificata ai movimenti di capitale.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 11188 Anno 2023
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Pubblicato il 7 maggio 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Tassazione dividendi fondi esteri: una vittoria per la parità di trattamento

La Corte di Cassazione ha recentemente emesso una sentenza di grande importanza in materia di fiscalità internazionale, che tocca direttamente la tassazione dividendi fondi esteri. La decisione chiarisce che il principio di non discriminazione e di libera circolazione dei capitali, sancito dal diritto dell’Unione Europea, deve prevalere anche quando esiste un trattato bilaterale specifico tra l’Italia e un Paese non membro dell’UE, come gli Stati Uniti. Questo caso rappresenta un punto di svolta per gli investitori stranieri che operano nel mercato italiano, garantendo loro una maggiore equità fiscale.

Il caso: un fondo USA e una tassazione svantaggiosa

I fatti all’origine della controversia sono semplici. Un fondo di investimento mobiliare con sede negli Stati Uniti percepiva dividendi da società italiane quotate in borsa. Su questi redditi, le società italiane applicavano una ritenuta alla fonte del 15%. Questa aliquota era prevista dalla Convenzione stipulata tra Italia e USA per evitare la doppia imposizione.

Tuttavia, nello stesso periodo, i fondi di investimento italiani godevano di un trattamento fiscale più favorevole. La legge nazionale prevedeva per loro un’imposta sostitutiva del 12,5%. Il fondo statunitense, sentendosi discriminato, ha chiesto all’Amministrazione Finanziaria il rimborso della differenza, pari al 2,5%. Di fronte al silenzio dell’Agenzia, che equivale a un rifiuto, il fondo ha avviato un contenzioso legale.

Il cuore del problema: Trattato bilaterale contro Diritto UE

La questione giuridica era complessa. Da un lato, l’Amministrazione Finanziaria si basava sulla Convenzione Italia-USA, che fissava l’aliquota massima al 15%. Secondo questa visione, l’accordo tra i due Stati era la legge da applicare.

Dall’altro lato, il fondo statunitense invocava il diritto dell’Unione Europea, in particolare l’articolo 63 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Questa norma sancisce il principio della libera circolazione dei capitali. È fondamentale notare che questa libertà è l’unica, tra quelle fondamentali dell’UE, a estendersi esplicitamente anche ai movimenti di capitale tra Stati membri e Paesi terzi. Una tassazione più pesante per un investitore estero può scoraggiarlo dall’investire in Italia, creando una restrizione vietata dal Trattato.

Le motivazioni: la supremazia del diritto UE sulla tassazione dividendi fondi esteri

La Corte di Cassazione ha risolto il conflitto in modo netto, dando piena ragione al fondo statunitense. I giudici hanno spiegato che i trattati internazionali stipulati da un Paese membro dell’UE con un Paese terzo devono essere interpretati in modo conforme ai principi fondamentali del diritto europeo.

Il principio di libera circolazione dei capitali è una norma di importanza primaria. Qualsiasi trattamento fiscale che penalizza un investitore non residente rispetto a uno residente, senza una valida giustificazione, costituisce una restrizione vietata. La Corte ha chiarito che la Convenzione Italia-USA, stabilendo un’aliquota massima del 15% (‘non può eccedere’), non impedisce l’applicazione di un’aliquota inferiore. Anzi, per evitare la violazione del diritto UE, il giudice nazionale ha il dovere di interpretare la norma pattizia in modo da eliminare la discriminazione. In pratica, deve disapplicare il trattamento deteriore e garantire la parità.

Le conclusioni: parità di trattamento per la tassazione dividendi fondi esteri

La Corte ha accolto il ricorso del fondo di investimento. Ha annullato la precedente decisione sfavorevole e ha rinviato il caso a un altro giudice, che dovrà ricalcolare il dovuto applicando l’aliquota più favorevole del 12,5%. La sentenza stabilisce un principio di diritto chiaro: la tassazione dividendi fondi esteri non può essere discriminatoria. Anche se un trattato bilaterale prevede una certa aliquota, questa non può essere applicata se risulta più penalizzante di quella riservata agli operatori nazionali, perché ciò violerebbe la libera circolazione dei capitali garantita dall’UE. Questa decisione rafforza la certezza del diritto e l’attrattività del mercato italiano per gli investitori internazionali.

Un fondo di investimento estero può essere tassato sui dividendi italiani più di un fondo italiano?
No. Secondo la Corte di Cassazione, applicare un’aliquota fiscale più alta a un fondo estero rispetto a un fondo nazionale costituisce una discriminazione vietata dal diritto dell’Unione Europea.

Il principio UE di libera circolazione dei capitali si applica anche a un fondo degli Stati Uniti?
Sì. La libera circolazione dei capitali è l’unica delle libertà fondamentali dell’UE che si estende esplicitamente anche ai rapporti con i Paesi terzi, come gli Stati Uniti.

Cosa succede se un trattato internazionale tra Italia e un altro Stato contrasta con il diritto UE?
Il giudice nazionale ha l’obbligo di interpretare il trattato in modo conforme ai principi fondamentali del diritto UE. Se ciò non è possibile, deve disapplicare la norma del trattato che causa la discriminazione.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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