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Spaccio e particolare tenuità del fatto: 24g bastano per la condanna

Un soggetto viene condannato per detenzione a fini di spaccio di 24 grammi di marijuana. In Cassazione, chiede l’applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte rigetta il ricorso, stabilendo un principio chiaro: una quantità di droga non modica è un elemento sufficiente a escludere la particolare tenuità del fatto. Secondo i giudici, un simile quantitativo rende l’offesa grave e non meritevole del beneficio, confermando così la condanna. La valutazione sulla finalità di spaccio, basata su quantità e modalità di occultamento, non è discutibile in sede di legittimità.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 7130 Anno 2023
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Pubblicato il 22 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Droga e non punibilità: quando la quantità fa la differenza

La legge prevede un’eccezione alla punibilità per i reati considerati molto lievi. Si tratta dell’istituto della particolare tenuità del fatto, una norma che consente di non applicare una sanzione penale quando l’offesa è minima e il comportamento del colpevole è occasionale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito come questo principio si applica ai reati di droga, specificando che la quantità di sostanza detenuta gioca un ruolo decisivo. Il caso analizzato riguardava un uomo condannato per la detenzione di 24 grammi di marijuana destinati allo spaccio.

I fatti: 24 grammi di marijuana e l’accusa di spaccio

La vicenda ha origine dal ritrovamento di 24 grammi di marijuana in possesso di un uomo. Le autorità hanno contestato il reato di detenzione a fini di spaccio, previsto dall’articolo 73, comma 5, del Testo Unico sugli Stupefacenti. L’imputato si è difeso sostenendo che la sostanza fosse per uso personale e, in ogni caso, che il fatto fosse talmente lieve da meritare l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

I giudici dei gradi di merito, tuttavia, hanno respinto questa tesi. Hanno basato la loro decisione su elementi concreti: il quantitativo, ritenuto già significativo, le modalità di occultamento della droga e l’assenza di strumenti per il consumo personale, come cartine o filtri. Questi indizi, letti nel loro insieme, hanno convinto i giudici che la finalità non fosse il consumo, ma la vendita a terzi.

Il ricorso in Cassazione e la particolare tenuità del fatto

L’imputato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, insistendo su due punti. Il primo riguardava la destinazione della sostanza, ribadendo l’uso personale. Il secondo, e più importante dal punto di vista giuridico, era centrato sulla richiesta di applicare l’articolo 131-bis del codice penale, ovvero la non punibilità per particolare tenuità del fatto. Secondo la difesa, anche se si fosse trattato di spaccio, la modesta quantità avrebbe reso l’offesa minima e quindi non meritevole di sanzione penale.

La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione precedente e fornendo chiarimenti importanti. Sul primo punto, ha ricordato che la valutazione dei fatti (come la destinazione della droga) spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, a meno che la motivazione non sia palesemente illogica, cosa che in questo caso non era.

Le motivazioni: perché 24 grammi escludono la particolare tenuità del fatto

Il cuore della decisione risiede nelle motivazioni con cui la Corte ha escluso l’applicabilità dell’articolo 131-bis. I giudici hanno spiegato che la norma richiede due condizioni che devono essere presenti contemporaneamente: la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento. Per valutare la tenuità dell’offesa, si usano i criteri dell’articolo 133 del codice penale, che includono le modalità della condotta e la gravità del danno o del pericolo.

Nel caso specifico, la Corte ha stabilito che un quantitativo di 24 grammi di marijuana non può essere considerato ‘modico’. Questo ‘dato ponderale’ è stato ritenuto sufficiente, da solo, a rendere l’offesa tutt’altro che tenue. La detenzione di una simile quantità di droga, destinata alla vendita, crea un pericolo per la salute pubblica che non può essere qualificato come minimo. Di conseguenza, mancando il primo requisito (la tenuità dell’offesa), la richiesta di non punibilità è stata respinta senza nemmeno dover verificare se il comportamento fosse abituale o meno.

Le conclusioni: la condanna è definitiva

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Questa decisione rende definitiva la condanna per l’imputato. Oltre a ciò, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende. La sentenza ribadisce un principio consolidato: nel valutare la particolare tenuità del fatto in materia di stupefacenti, il peso della sostanza è un indicatore fondamentale della gravità del reato. Un quantitativo non irrisorio è incompatibile con il beneficio della non punibilità.

Quando un reato di spaccio può essere considerato di ‘particolare tenuità’?
Solo se l’offesa è minima e il comportamento non è abituale. La valutazione considera le modalità dell’azione e l’esiguità del danno, inclusa la quantità di droga.

La quantità di droga è l’unico criterio per escludere la particolare tenuità del fatto?
No, ma è uno dei più importanti. I giudici valutano anche le modalità di occultamento, la destinazione e altri indici previsti dall’art. 133 del codice penale.

Cosa succede se il ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La condanna precedente diventa definitiva. Inoltre, il ricorrente viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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