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Rientro illegale e particolare tenuità del fatto: condanna ferma

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato a due mesi di reclusione per essere rientrato in Italia prima dei cinque anni dal suo allontanamento, violando un decreto prefettizio. La difesa lamentava la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno chiarito che l’esclusione della particolare tenuità del fatto può essere motivata anche in modo implicito. Nel caso specifico, i giudici d’appello avevano già valorizzato la gravità del comportamento, i precedenti penali e la capacità a delinquere dell’imputato per quantificare la pena. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 35377 Anno 2023
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Pubblicato il 17 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il rientro non autorizzato e la particolare tenuità del fatto

Un cittadino straniero è rientrato in Italia violando un divieto prefettizio di espulsione. Il tribunale lo ha condannato a due mesi di reclusione. L’imputato ha proposto ricorso lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha affrontato la questione stabilendo un principio fondamentale sulla motivazione dei giudici.

Il caso nasce dal rientro illegale del cittadino straniero nel territorio italiano prima del decorso dei cinque anni dal suo allontanamento. Questo comportamento costituisce una esplicita violazione dell’articolo 20, comma 14, del decreto legislativo numero 30 del 2007. La Corte d’appello di Bologna ha confermato la condanna alla pena di due mesi di reclusione inflitta in primo grado dal Tribunale. La difesa ha quindi presentato ricorso in Cassazione per annullare la sentenza. Il difensore ha contestato la violazione di legge e la mancanza di motivazione sulla gravità del reato. In particolare, la difesa riteneva che i giudici di merito avessero ignorato la possibilità di applicare la causa di esclusione della punibilità per la lieve entità del comportamento.

La valutazione implicita del giudice d’appello

La Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile, ovvero non esaminabile nel merito a causa di difetti strutturali. I giudici di legittimità hanno spiegato che la Corte d’appello non deve necessariamente inserire una motivazione esplicita per respingere la particolare tenuità del fatto, soprattutto se questa richiesta non è stata formulata nei motivi di appello. Il giudice di secondo grado può esprimere una valutazione implicita che si desume dal contesto della decisione. Questa valutazione emerge chiaramente quando il giudice analizza la personalità del reo e la gravità oggettiva del reato per calcolare la sanzione adeguata.

Le motivazioni: la gravità del comportamento esclude la particolare tenuità del fatto

La Suprema Corte ha basato la sua decisione su un principio giurisprudenziale consolidato. La motivazione sulla particolare tenuità del fatto può risultare implicitamente dalle argomentazioni usate per quantificare la pena. Nel caso in esame, la Corte d’appello ha valutato attentamente l’intensità del dolo, ovvero la volontà cosciente di violare la legge, e la capacità a delinquere del soggetto. I giudici di secondo grado hanno richiamato i precedenti penali specifici dell’imputato e la sua condotta di vita complessiva, sia antecedente che successiva al reato. Questi elementi negativi dimostrano una gravità del comportamento che è del tutto incompatibile con il beneficio della particolare tenuità del fatto. L’applicazione dell’articolo 133 del codice penale, che regola i criteri per la determinazione della pena, contiene già in sé la valutazione sulla gravità complessiva del fatto. Se il giudice evidenzia la presenza di precedenti penali specifici e un’elevata intensità del dolo, esclude implicitamente che il fatto possa essere considerato di lieve entità. Pertanto, non serve una specifica e autonoma motivazione per respingere l’applicazione dell’articolo 131-bis del codice penale.

Le conclusioni: il rigetto del ricorso e le sanzioni pecuniarie

La Corte di Cassazione ha respinto definitivamente il ricorso del cittadino straniero. Questa decisione comporta conseguenze pratiche immediate e gravose per il ricorrente. L’imputato perde definitivamente la causa e deve scontare la pena originaria di due mesi di reclusione. Oltre alla conferma della condanna penale, la dichiarazione di inammissibilità comporta l’obbligo di pagare tutte le spese del procedimento giudiziario. I giudici di legittimità hanno inoltre condannato il ricorrente al pagamento di una somma pari a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende. Questa sanzione pecuniaria punisce la presentazione di un ricorso manifestamente infondato che intasa inutilmente la macchina della giustizia. La decisione ribadisce che il rientro non autorizzato sul territorio nazionale, unito a precedenti penali specifici, impedisce l’accesso ai benefici di legge legati alla particolare tenuità del fatto.

Cosa succede se si rientra in Italia prima dei cinque anni dall’espulsione?
Si commette un reato punito con la reclusione, in quanto si viola un provvedimento di allontanamento emesso dalle autorità prefettizie.

Il giudice deve sempre motivare espressamente il rifiuto della particolare tenuità del fatto?
No, la motivazione può essere implicita se il giudice ha già giustificato la gravità della pena basandosi sui precedenti penali e sulla condotta del reo.

Quali sono le conseguenze se il ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La condanna diventa definitiva e il ricorrente deve pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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