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Rideterminazione della pena: sanzione valida e ricorso nullo

L’Imputata ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando una quantificazione errata della sanzione decisa dalla Corte di Appello. I giudici di secondo grado avevano assolto la persona accusata dal reato di oltraggio ed eliminato il relativo aumento di un mese dalla condanna inflitta in primo grado. Il ricorso difensivo ha contestato in modo generico il calcolo finale della sanzione senza sollevare argomentazioni puntuali verso le valutazioni dei giudici precedenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: la rideterminazione della pena risultava lineare e priva di vizi di legge. L’Imputata ha perso il giudizio ed è stata condannata al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 49024 Anno 2022
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Pubblicato il 4 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il quadro generale sulla rideterminazione della pena

La corretta applicazione delle sanzioni penali richiede criteri precisi durante i diversi gradi di giudizio. Quando interviene un’assoluzione parziale in appello, il giudice procede alla rideterminazione della pena eliminando la porzione di sanzione legata al reato caduto. Se l’interessato intende contestare tale ricalcolo dinanzi ai giudici di legittimità, deve formulare censure specifiche e motivate. Le contestazioni generiche non superano il vaglio preliminare della Suprema Corte e producono conseguenze economiche negative per il ricorrente.

La Suprema Corte ha ribadito questo principio essenziale all’interno di una recente pronuncia riguardante una controversia su aumenti e riduzioni sanzionatorie.

La vicenda originaria e i fatti di causa

La vicenda trae origine da una condanna emessa dal Tribunale a carico dell’Imputata per più reati. Tra le imputazioni figurava anche il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, che aveva comportato un aumento di pena quantificato in un mese di reclusione.

L’Imputata ha impugnato la sentenza di primo grado dinanzi alla Corte di Appello. I giudici di secondo grado hanno accolto parzialmente le richieste difensive, pronunciando l’assoluzione per il reato di oltraggio. Di conseguenza, la Corte territoriale ha sottratto esattamente l’aumento di un mese dalla sanzione complessiva precedentemente determinata.

Non soddisfatta della misura finale della sanzione, l’Imputata ha presentato ricorso per cassazione lamentando genericamente la quantificazione della pena complessiva inflitta a suo carico.

I requisiti di specificità nella rideterminazione della pena

L’atto di ricorso per cassazione impone un onere rigoroso di specificità. L’impugnazione non può limitarsi a un dissenso vago o a contestazioni astratte sulla gravità della sanzione penale. Il ricorrente deve indicare con assoluta precisione quali parametri di legge il giudice d’appello abbia violato.

Nel caso esaminato, l’atto difensivo ha criticato la misura della condanna senza confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata. L’atto di appello originario non conteneva specifiche doglianze relative al calcolo della pena base operato dal Tribunale di primo grado. L’unico elemento modificato in secondo grado riguardava proprio l’eliminazione dell’aumento per il reato cancellato.

Di conseguenza, la contestazione formulata in sede di legittimità risultava priva di qualsiasi correlazione logico-giuridica con la decisione della Corte di Appello.

Le motivazioni: i principi sulla rideterminazione della pena

I giudici di legittimità hanno analizzato attentamente la struttura del ricorso e il percorso motivazionale della sentenza impugnata. La Corte ha ritenuto il ricorso manifestamente inammissibile a causa della sua totale genericità.

La Corte territoriale ha operato in modo ineccepibile. I giudici di secondo grado hanno espunto dalla sanzione complessiva la quota di aumento legata all’oltraggio, pari a un mese. Il resto del trattamento sanzionatorio non era stato oggetto di specifiche censure in appello rispetto alle valutazioni operate dal Tribunale.

In assenza di motivi puntuali rivolti contro i criteri di determinazione della sanzione, il ricorso non possiede i requisiti minimi di ammissibilità previsti dalla legge processuale penale.

Le conclusioni: gli effetti pratici della pronuncia

La dichiarazione di inammissibilità ha chiuso definitivamente la vicenda giudiziaria con la conferma integrale della decisione impugnata. L’Imputata ha perso il ricorso.

In applicazione dell’articolo 616 del codice di procedura penale, la Suprema Corte ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese dell’intero procedimento. L’inammissibilità determinata da colpa nella formulazione del ricorso ha imposto inoltre la condanna al versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

Cosa accade alla pena se si ottiene l’assoluzione per un reato in appello?
Il giudice di appello sottrae dalla condanna complessiva la quota di aumento applicata in primo grado per il reato dal quale l’imputato è stato assolto.

Perché un ricorso sulla quantificazione della pena può essere dichiarato inammissibile?
Il ricorso risulta inammissibile quando contiene censure generiche e non indica specifiche violazioni di legge o vizi logici nella motivazione del giudice.

Quali conseguenze economiche comporta la dichiarazione di inammissibilità in Cassazione?
La dichiarazione di inammissibilità comporta il pagamento delle spese del procedimento e una sanzione pecuniaria da versare alla Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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