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Ricorso inammissibile: limiti dell’appello in Cassazione

Due sorelle ricorrono in Cassazione contro una condanna per molestie. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, chiarendo che non è possibile un riesame dei fatti né presentare per la prima volta l’istanza di particolare tenuità del fatto in tale sede. La decisione comporta la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 40932 Anno 2024
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Pubblicato il 7 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile: Quando la Cassazione Chiude la Porta

L’ordinanza in esame offre un’importante lezione sui limiti del giudizio di legittimità, ribadendo i confini entro cui un imputato può contestare una sentenza di condanna. Il caso riguarda un ricorso inammissibile presentato alla Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna per molestie, evidenziando i motivi per cui l’appello non poteva nemmeno essere esaminato nel merito. Questa analisi si concentra sulla distinzione tra giudizio di fatto e di diritto e sulla tempistica per sollevare determinate questioni processuali.

I Fatti del Processo e la Condanna Iniziale

Il procedimento trae origine da una sentenza del Tribunale che aveva condannato due sorelle per il reato di molestia o disturbo alle persone, previsto dall’articolo 660 del codice penale. Le imputate, non accettando la decisione, avevano proposto appello, successivamente qualificato come ricorso per Cassazione. I motivi del ricorso si basavano su tre argomenti principali: una diversa interpretazione dei fatti, la presunta assenza dell’elemento psicologico del reato e, in via subordinata, la richiesta di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

L’Analisi del ricorso inammissibile da parte della Corte

La Corte di Cassazione ha esaminato i motivi del ricorso, dichiarandoli tutti inammissibili. Vediamo nel dettaglio perché ogni punto è stato respinto, consolidando principi fondamentali della procedura penale.

Il Divieto di Riesame dei Fatti in Cassazione

Il primo motivo del ricorso mirava a una “rivisitazione dell’atteggiarsi dei rapporti tra le imputate e le persone offese”. Le ricorrenti, citando stralci di deposizioni, tentavano di dimostrare l’esistenza di un’ostilità reciproca che avrebbe dovuto ridimensionare la loro responsabilità. La Corte ha prontamente respinto questo motivo, ricordando che il giudizio di Cassazione è un giudizio di legittimità, non di merito. Ciò significa che la Suprema Corte non può riesaminare le prove o sostituire la propria valutazione dei fatti a quella del giudice di primo grado, a meno che non vi sia un vizio logico o giuridico palese nella motivazione della sentenza impugnata. Tentare di offrire una lettura alternativa delle prove è un’operazione non consentita in questa sede.

La Genericità del Motivo sul Dolo e il ricorso inammissibile

Il secondo motivo contestava la sussistenza dell’elemento psicologico del reato, ovvero il dolo specifico di arrecare molestia. Le ricorrenti si limitavano ad affermare che la ricostruzione del primo giudice era errata, senza però fornire argomentazioni specifiche e puntuali per sostenere la propria tesi. La Corte ha definito questo motivo “a-specifico e apodittico”, cioè generico e basato su affermazioni non dimostrate. Un motivo di ricorso, per essere ammissibile, deve indicare con precisione le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggono la richiesta, cosa che in questo caso non è avvenuta.

Le Motivazioni della Decisione

La parte centrale della decisione riguarda il terzo motivo: la richiesta, avanzata per la prima volta in Cassazione, di applicare l’art. 131-bis c.p. sulla particolare tenuità del fatto. La Corte ha dichiarato anche questo motivo inammissibile, basandosi su un principio consolidato in giurisprudenza. La questione dell’applicabilità di questa causa di non punibilità non può essere sollevata per la prima volta davanti alla Corte di Cassazione se la norma era già in vigore al momento della decisione di merito. Il giudice di merito non ha l’obbligo di pronunciarsi d’ufficio su tale causa di esclusione della punibilità in assenza di una specifica richiesta di parte. Di conseguenza, non avendola richiesta nei gradi di merito, le ricorrenti non potevano più farlo in sede di legittimità. La Corte ha citato un precedente (Sez. 5, n. 4835 del 2021) per rafforzare questa posizione.

Le Conclusioni: Conseguenze della Inammissibilità

La dichiarazione di inammissibilità di tutti i motivi di ricorso ha comportato la conferma della condanna. Inoltre, in linea con la giurisprudenza costituzionale (Corte cost. n. 186 del 2000), le ricorrenti sono state condannate al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria è prevista per i casi di colpa nell’esercizio del diritto di impugnazione, sanzionando l’aver adito la Corte con motivi palesemente infondati o non consentiti, causando un inutile dispendio di risorse giudiziarie.

È possibile chiedere al giudice di Cassazione di riesaminare le prove e i fatti del processo?
No, la Corte di Cassazione è un giudice di legittimità e non può effettuare una nuova valutazione dei fatti o delle prove, compito che spetta esclusivamente ai giudici di merito (Tribunale e Corte d’Appello). Il suo ruolo è verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione della sentenza impugnata.

La richiesta di applicazione della “particolare tenuità del fatto” può essere presentata per la prima volta in Cassazione?
No, secondo l’orientamento consolidato citato nell’ordinanza, la questione dell’applicabilità dell’art. 131-bis c.p. non può essere dedotta per la prima volta in Cassazione se la norma era già in vigore al momento della sentenza di merito. Tale richiesta deve essere avanzata nei precedenti gradi di giudizio.

Cosa comporta la dichiarazione di un ricorso inammissibile in sede penale?
La dichiarazione di inammissibilità del ricorso comporta la conferma definitiva della sentenza di condanna. Inoltre, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria (in questo caso, tremila euro) in favore della Cassa delle ammende, a causa della colpa nell’aver presentato un’impugnazione con motivi non consentiti o manifestamente infondati.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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