Riciclaggio e Dolo Eventuale: Quando il Professionista Rischia
La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 24312/2024, offre un’importante analisi sul coinvolgimento dei professionisti in operazioni illecite, focalizzandosi sul riciclaggio con dolo eventuale. Il caso esamina la posizione di un commercialista accusato di aver aiutato un cliente a ‘ripulire’ ingenti somme di denaro di provenienza illecita. La Corte interviene per definire i confini della responsabilità penale del consulente e i presupposti per l’applicazione di misure cautelari.
I Fatti del Caso
Un imprenditore, già destinatario in passato di misure di prevenzione patrimoniali e personali, si rivolge al suo commercialista per trovare un modo di giustificare il possesso di una cospicua somma di denaro, pari a 60.000 euro, e sottrarla a futuri sequestri. L’imprenditore, infatti, teme le attenzioni dell’autorità giudiziaria, come emerge chiaramente da conversazioni intercettate in cui afferma di avere “un sacco di soldi” che “non devono trovare”.
Su consiglio del professionista, viene architettata un’operazione complessa: l’imprenditore cede formalmente la licenza d’uso di un marchio di sua proprietà a una serie di società. Tali società, pur essendo fittiziamente intestate a terzi, sono di fatto riconducibili allo stesso imprenditore. A fronte di questa cessione, le società versano all’imprenditore un corrispettivo, facendo apparire la somma di denaro come il legittimo provento di un’attività commerciale. In questo modo, l’operazione mira a ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del denaro.
Sulla base di questi elementi, il Giudice per le indagini preliminari applica al professionista la misura cautelare del divieto di dimora in Campania, provvedimento confermato anche dal Tribunale del Riesame. Il professionista ricorre quindi in Cassazione.
Il Riciclaggio con Dolo Eventuale nella Visione della Corte
La difesa del professionista sosteneva l’insussistenza del reato presupposto (il trasferimento fraudolento di valori ex art. 512-bis c.p.) e la mancanza di consapevolezza (dolo) riguardo al proposito criminale del cliente. La Corte di Cassazione respinge fermamente queste argomentazioni.
La Sussistenza del Reato Presupposto
Secondo gli Ermellini, il timore dell’imprenditore di subire nuovi sequestri, sebbene basato su misure di prevenzione risalenti a quattordici anni prima, è concreto e attuale, come dimostrato dalle sue stesse parole intercettate. La Corte ribadisce un principio consolidato: il dolo specifico di eludere le misure di prevenzione può configurarsi non solo quando la procedura è già in atto, ma anche quando l’interessato può fondatamente presumerne l’inizio.
La Prova del Dolo del Professionista
La Cassazione ritiene provata, a livello di gravi indizi, la piena consapevolezza del commercialista. Diversi elementi convergono a questa conclusione:
- Conoscenza pregressa: Il professionista conosceva la ‘storia’ criminale del suo cliente, avendo persino ricoperto il ruolo di amministratore giudiziario in una precedente procedura di prevenzione a suo carico.
- Anomalia dell’operazione: Lo stesso cliente definisce l’operazione relativa alle royalties “un’idea fuori dal normale”.
- Consigli Cauti: In un’altra intercettazione, il professionista consiglia al cliente di non movimentare il denaro per non perderlo (“ora non devi toccare niente, non toccare niente, te li perdi, li perdi”), dimostrando di essere a conoscenza della natura ‘scottante’ dei fondi.
Su queste basi, la Corte afferma che si configura il riciclaggio con dolo eventuale: l’agente, pur non volendo direttamente l’evento, ha la concreta possibilità di rappresentarsi la provenienza delittuosa del denaro e, accettandone il rischio, procede ugualmente con l’operazione.
La Carenza di Motivazione sulle Esigenze Cautelari
Se da un lato la Cassazione conferma la solidità del quadro indiziario, dall’altro accoglie il motivo di ricorso relativo alle esigenze cautelari. La Corte ritiene che la motivazione del Tribunale del Riesame sul divieto di dimora sia insufficiente.
La misura era stata giustificata con la necessità di recidere i legami del professionista con i coindagati e con l’ambiente in cui era maturato il reato. Tuttavia, la Cassazione osserva che:
- Il professionista è incensurato e l’accusa si basa su un’unica condotta.
- Il pericolo di reiterazione del reato non può essere desunto semplicemente dalla lunga conoscenza tra il professionista e il suo cliente.
- La misura del divieto di dimora appare inadeguata, poiché l’attività contestata non ha un legame specifico con il territorio campano e i contatti potrebbero essere mantenuti anche a distanza.
Le Motivazioni
La Suprema Corte ha ritenuto che, in fase cautelare, gli elementi raccolti fossero sufficienti a configurare i gravi indizi di colpevolezza per il reato di riciclaggio. La consapevolezza del professionista circa l’origine illecita dei fondi e la finalità elusiva dell’operazione è stata desunta da una serie di circostanze logiche e fattuali, tra cui la conoscenza pregressa del cliente e le conversazioni intercettate. Per la configurabilità del reato, è stato ritenuto sufficiente il dolo eventuale, ossia l’accettazione del rischio che il denaro provenisse da un delitto. Tuttavia, la motivazione a sostegno della misura cautelare del divieto di dimora è stata giudicata carente. I giudici di merito non hanno spiegato adeguatamente come tale misura potesse concretamente prevenire il pericolo di recidiva, specialmente considerando lo status di incensurato del professionista e la natura del reato, non legata a uno specifico territorio. Pertanto, la Corte ha annullato l’ordinanza su questo specifico punto, rinviando al Tribunale del Riesame per una nuova e più approfondita valutazione.
Le Conclusioni
La sentenza distingue nettamente tra l’accertamento dei gravi indizi di colpevolezza e la valutazione delle esigenze cautelari. Per un professionista, anche incensurato, la consapevolezza del contesto illecito in cui opera il cliente e l’accettazione del rischio di contribuire a un’operazione di ‘ripulitura’ possono integrare il reato di riciclaggio. Tuttavia, l’applicazione di una misura cautelare personale richiede una motivazione rafforzata e specifica sul pericolo concreto e attuale di reiterazione del reato, che non può basarsi su mere presunzioni o sul solo rapporto fiduciario con il cliente. La decisione finale è quindi un annullamento con rinvio, limitatamente alla questione della misura cautelare.
Quando un professionista risponde di riciclaggio con dolo eventuale?
Secondo la sentenza, un professionista risponde di riciclaggio con dolo eventuale quando, pur non avendo la certezza assoluta, ha la concreta possibilità di rappresentarsi la provenienza illecita del denaro del cliente e, accettando tale rischio, compie operazioni volte a ostacolarne l’identificazione. La conoscenza della ‘storia’ criminale del cliente è un elemento chiave in questa valutazione.
Il semplice timore di un futuro sequestro è sufficiente per configurare il reato presupposto di trasferimento fraudolento di valori?
Sì. La Corte chiarisce che il reato di trasferimento fraudolento di valori, presupposto del riciclaggio in questo caso, non richiede che una procedura di prevenzione sia già in corso. È sufficiente che l’interessato agisca con lo scopo specifico di eludere future misure, potendone fondatamente presumere l’inizio, come dimostrato dalle conversazioni intercettate.
Quando è legittima una misura cautelare come il divieto di dimora per un professionista incensurato?
La sentenza stabilisce che una misura cautelare per un professionista incensurato richiede una motivazione particolarmente rigorosa. Non è sufficiente basarsi sulla gravità del fatto o sul rapporto di lunga data con il cliente. Il giudice deve dimostrare un pericolo ‘concreto’ e ‘attuale’ di reiterazione del reato e spiegare perché la misura scelta sia l’unica idonea a fronteggiare tale pericolo.