Reato di riciclaggio: quando la divisione del denaro sporco è reato
Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 41517 del 2024, offre importanti chiarimenti sui confini del reato di riciclaggio. La Suprema Corte ha affrontato il caso di un sequestro preventivo di denaro e beni, confermando che anche la semplice suddivisione di una somma di provenienza illecita tra più soggetti può integrare questo grave delitto. Questa decisione consolida un principio fondamentale: non è necessaria un’operazione finanziaria complessa per commettere riciclaggio, ma è sufficiente una condotta che renda più difficile risalire all’origine del denaro.
Il caso: un sequestro per riciclaggio
Il Tribunale di Trani aveva disposto un sequestro preventivo su denaro e beni mobili registrati nei confronti di diversi soggetti, indagati per riciclaggio. Secondo l’accusa, gli indagati erano stati trovati in possesso di quote di una cospicua somma di denaro, ritenuta profitto di un reato contro il patrimonio. Gli indagati, tramite il loro difensore, hanno presentato ricorso per Cassazione, contestando la legittimità del provvedimento di sequestro sulla base di diverse argomentazioni legali.
I motivi del ricorso in Cassazione
La difesa ha articolato il ricorso su tre punti principali:
- Violazione della clausola di riserva: Si sosteneva che uno degli indagati non potesse essere accusato di riciclaggio avendo concorso nel reato presupposto, come escluso dall’art. 648-bis c.p.
- Errata configurazione del riciclaggio: La difesa affermava che la mera detenzione di una parte del denaro illecito non costituisce riciclaggio, che richiederebbe invece una condotta ‘dinamica’ come sostituzione o trasferimento.
- Mancata indicazione del reato presupposto: Si lamentava che l’ordinanza non specificasse adeguatamente il delitto da cui provenivano le somme sequestrate.
L’analisi del reato di riciclaggio e le motivazioni della Corte
La Corte di Cassazione ha dichiarato tutti i motivi di ricorso inammissibili, fornendo una dettagliata analisi giuridica di ciascun punto.
In primo luogo, ha chiarito che la clausola di riserva era stata rispettata. Il provvedimento impugnato, infatti, specificava che l’indagato non aveva partecipato al reato presupposto, ma ne aveva ricevuto il profitto in un momento successivo, integrando così una condotta autonoma e distinta.
Sul punto centrale, la Corte ha ribadito un orientamento consolidato: il reato di riciclaggio si configura anche con operazioni volte a rendere semplicemente più difficile l’accertamento della provenienza delittuosa del denaro. Il frazionamento della somma tra più soggetti è stato considerato un’operazione idonea a ‘ostacolare’ l’identificazione, e quindi sufficiente a integrare il delitto. La condotta, pur non essendo un’operazione di trasferimento o sostituzione in senso stretto, è comunque ‘dinamica’ perché altera la condizione originaria del profitto illecito, disperdendolo tra più persone e rendendone più complessa la tracciabilità.
Infine, per quanto riguarda il reato presupposto, la Corte ha seguito l’orientamento secondo cui, nella fase delle indagini preliminari e ai fini di un sequestro, non è necessaria una ricostruzione precisa di tutti i dettagli storico-fattuali del delitto originario. È sufficiente che esso sia individuato nella sua tipologia. Nel caso di specie, il reato era stato identificato come un ‘reato contro il patrimonio’ commesso in una data specifica, elemento ritenuto sufficiente a giustificare la misura cautelare.
Conclusioni: le implicazioni della sentenza
La decisione della Cassazione è di notevole importanza pratica. Essa conferma che la lotta al reato di riciclaggio si basa su un’interpretazione ampia della norma. Qualsiasi azione che consapevolmente mira a nascondere o a rendere più difficile il tracciamento di fondi illeciti può essere punita, anche se non si tratta di complesse transazioni finanziarie. Il semplice atto di ricevere e dividere con altri il provento di un reato è una condotta penalmente rilevante. Questa sentenza rafforza gli strumenti a disposizione degli inquirenti per colpire i patrimoni di origine criminale sin dalle prime fasi delle indagini, sottolineando che la giustificazione del possesso di ingenti somme di denaro è un onere che ricade su chi le detiene.
Chi ha commesso il reato da cui proviene il denaro può essere accusato anche di riciclaggio?
No, l’articolo 648-bis del codice penale contiene una ‘clausola di riserva’ che esclude la punibilità per riciclaggio a carico di chi ha concorso nel reato presupposto. Tuttavia, come chiarito dalla sentenza, se un soggetto non partecipa al reato originario ma ne riceve successivamente i proventi per nasconderli, può essere accusato di riciclaggio.
La semplice detenzione di denaro di provenienza illecita è sufficiente per configurare il reato di riciclaggio?
No, la mera detenzione statica non è sufficiente. Tuttavia, la Corte ha specificato che anche una condotta apparentemente semplice come il frazionamento della somma di denaro tra più persone è un’operazione idonea a ‘ostacolare’ l’identificazione della provenienza delittuosa e, pertanto, integra il reato di riciclaggio.
Per disporre un sequestro per riciclaggio è necessario conoscere con esattezza il reato da cui proviene il denaro?
Non è necessaria una ricostruzione dettagliata di tutti gli estremi storico-fattuali del reato presupposto. Secondo la Corte, ai fini del sequestro preventivo in fase di indagini, è sufficiente che il reato presupposto sia individuato quantomeno nella sua tipologia (ad esempio, ‘reato contro il patrimonio’).