\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Riciclaggio del prestaconto: condanna anche senza truffa diretta

Un soggetto che riceve sul proprio conto corrente un bonifico frutto di una truffa informatica (phishing) ai danni di un’azienda, commette reato. La Cassazione ha confermato la condanna per il riciclaggio del prestaconto, chiarendo che mettere a disposizione il proprio conto per ostacolare l’identificazione della provenienza illecita del denaro integra il reato di riciclaggio. Non è necessario aver partecipato alla truffa originaria. È sufficiente la consapevolezza di contribuire a ‘ripulire’ somme di origine criminale. La condanna è definitiva anche se il reato presupposto non è stato accertato con una sentenza passata in giudicato.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 6395 Anno 2023
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 22 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Prestare il conto corrente è reato? Il caso del phishing aziendale

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale in materia di reati informatici e finanziari. Chi mette a disposizione il proprio conto corrente per ricevere somme provenienti da una truffa commette reato. Nello specifico, si parla di riciclaggio del prestaconto, una condotta che comporta gravi conseguenze penali, anche per chi non ha partecipato direttamente alla frode iniziale. Questo caso aiuta a capire i rischi che si corrono prestando il proprio conto a terzi, soprattutto quando non si conosce l’origine del denaro.

La vicenda: una truffa via email e un conto ‘pulito’

I fatti sono semplici e, purtroppo, molto comuni. Un’azienda riceve una email che sembra provenire da un suo fornitore abituale. La mail chiede di effettuare il pagamento di una fattura su un nuovo conto corrente. L’azienda, in buona fede, esegue il bonifico. Successivamente, scopre di essere stata vittima di una truffa di phishing. La mail era falsa e il conto corrente apparteneva a una terza persona, del tutto estranea ai rapporti commerciali tra le due società.

Questa persona, definita in gergo ‘prestaconto’, aveva semplicemente messo a disposizione il suo conto per far transitare il denaro illecito. Una volta ricevuto il bonifico, il suo compito era quello di prelevare i contanti o trasferirli altrove per farne perdere le tracce. Per questo suo ruolo, è stato accusato e condannato per riciclaggio.

La difesa e il ruolo nel riciclaggio del prestaconto

L’imputato ha tentato di difendersi sostenendo due punti principali. In primo luogo, affermava che la truffa informatica originaria (il delitto presupposto) non era stata accertata con una sentenza definitiva. In secondo luogo, sosteneva che la sua condotta dovesse essere considerata al massimo una partecipazione alla frode informatica, e non un autonomo reato di riciclaggio.

La sua tesi era che, limitandosi a ricevere il denaro, stava solo aiutando i truffatori a incassare il profitto del loro crimine. Tuttavia, i giudici hanno respinto completamente questa linea difensiva, delineando con chiarezza i contorni del riciclaggio del prestaconto.

Le motivazioni: perché prestare il conto è riciclaggio

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna con motivazioni molto chiare. Per prima cosa, ha stabilito che per condannare una persona per riciclaggio non è necessaria una sentenza definitiva che accerti il reato da cui proviene il denaro. È sufficiente che il giudice del processo per riciclaggio verifichi, anche in via incidentale (cioè autonomamente), che le somme abbiano un’origine criminale. Nel caso specifico, era evidente che il denaro proveniva da una frode informatica.

In secondo luogo, e questo è il punto cruciale, la Corte ha distinto nettamente il ruolo del truffatore da quello del ‘prestaconto’. L’imputato non era uno degli hacker che avevano organizzato la truffa. Il suo intervento è avvenuto in un momento successivo. Mettendo a disposizione il suo conto, ha compiuto un’azione fondamentale per ‘ripulire’ il denaro. La sua condotta ha ostacolato attivamente l’identificazione della provenienza delittuosa delle somme, che è esattamente ciò che la legge punisce con il reato di riciclaggio.

Le conclusioni: la conferma della condanna per il prestaconto

La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, rendendo definitiva la condanna. L’imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. Questa sentenza è un monito importante. Il riciclaggio del prestaconto è un reato grave e autonomo. La consapevolezza di aiutare a nascondere denaro sporco è sufficiente per essere condannati, a prescindere dal coinvolgimento diretto nel crimine che ha generato quel denaro. Prestare il proprio conto corrente, anche per piccole somme o per fare un favore, può portare a conseguenze penali molto severe.

Cosa rischia chi mette a disposizione il proprio conto per ricevere denaro da terzi?
Rischia una condanna per riciclaggio se è consapevole che il denaro proviene da un’attività criminale. Il suo ruolo viene definito ‘prestaconto’.

Per essere condannati per riciclaggio, bisogna aver commesso anche la truffa iniziale?
No. La Cassazione ha chiarito che il reato di riciclaggio è autonomo. È sufficiente aver aiutato a nascondere o trasferire i proventi del reato commesso da altri.

La condanna per riciclaggio richiede una sentenza definitiva per il reato presupposto?
No, non è necessario. Il giudice che si occupa del riciclaggio può accertare in modo autonomo che le somme provengono da un delitto, anche senza una precedente condanna per quel delitto.

Provvedimenti correlati

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati