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Reato di riciclaggio: prestare il conto corrente costa caro

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di riciclaggio a carico di due soggetti che avevano messo a disposizione i propri conti correnti bancari per ricevere somme di denaro provenienti da truffe informatiche del tipo man in the middle. I ricorrenti sostenevano che la loro condotta rientrasse nella frode informatica, ma la Corte ha chiarito che il reato presupposto si era già perfezionato con l’acquisizione del profitto da parte degli hacker. Di conseguenza, l’attività di ricezione e trasferimento del denaro sui propri conti correnti, finalizzata a ostacolare l’identificazione della provenienza illecita dei fondi, costituisce autonomamente il reato di riciclaggio. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 29346 Anno 2023
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Pubblicato il 14 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il reato di riciclaggio e l’uso illecito dei conti correnti

Mettere a disposizione il proprio conto corrente per far transitare denaro di provenienza illecita costituisce una condotta estremamente grave. La Corte di Cassazione ha affrontato questo tema delicato, stabilendo che chi riceve somme provenienti da truffe informatiche risponde direttamente del reato di riciclaggio. Il caso specifico riguarda la ricezione di fondi sottratti tramite sofisticati attacchi informatici. Molti soggetti pensano erroneamente che prestare il proprio conto sia una semplice leggerezza o, al massimo, una partecipazione alla truffa originaria. La Suprema Corte ha invece chiarito il confine netto tra le truffe informatiche e le attività successive volte a ripulire il denaro.

La dinamica della truffa informatica e il ruolo dei prestanome

La vicenda nasce da una frode informatica realizzata con la tecnica del cosiddetto uomo nel mezzo (man in the middle). In questo tipo di attacco, i pirati informatici si inseriscono abusivamente nelle comunicazioni digitali tra aziende o privati per deviare i pagamenti commerciali. Una volta ingannata la vittima, i truffatori ottengono il profitto illecito. A questo punto entra in gioco il ruolo fondamentale dei prestanome. I soggetti coinvolti nel processo hanno fornito le coordinate dei propri conti correnti bancari personali per accogliere queste somme rubate. Successivamente, il denaro veniva trasferito altrove tramite bonifici rapidi verso altri conti. Questo meccanismo serve specificamente a far perdere le tracce dei fondi e a rendere difficile il lavoro di tracciamento delle forze dell’ordine.

La distinzione tra frode informatica e riciclaggio

I titolari dei conti correnti hanno cercato di difendersi in giudizio sostenendo una tesi giuridica specifica. Secondo la loro difesa, la messa a disposizione del conto corrente rappresentava solo una fase integrativa della frode informatica stessa. Di conseguenza, essi chiedevano la riqualificazione del fatto in un reato meno grave rispetto a quello contestato in origine. La distinzione è fondamentale perché il concorso nella frode comporta sanzioni diverse e spesso più lievi rispetto alla ripulitura del denaro. Tuttavia, la struttura del nostro codice penale prevede regole precise per stabilire quando si configura una condotta autonoma di occultamento e ostacolo alla giustizia.

Le motivazioni della decisione sul reato di riciclaggio

I giudici della Cassazione hanno respinto la tesi difensiva basandosi su una ricostruzione temporale e logica dei fatti. La frode informatica si perfeziona e si conclude nel momento esatto in cui l’autore del reato ottiene l’ingiusto profitto finanziario. In questo caso, gli hacker avevano già acquisito la disponibilità delle somme prima del trasferimento sui conti dei ricorrenti. I titolari dei conti non hanno partecipato in alcun modo alla fase iniziale della truffa informatica. La loro condotta è iniziata in un momento successivo e del tutto autonomo. Essi sono intervenuti esclusivamente per ripulire il denaro sporco e ostacolare l’identificazione della sua provenienza delittuosa. Questa specifica condotta di ricezione e successivo trasferimento integra perfettamente gli elementi costitutivi del reato di riciclaggio, escludendo qualsiasi ipotesi di concorso nel reato presupposto.

Le conclusioni della Cassazione sul reato di riciclaggio

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dai titolari dei conti correnti. Questa decisione conferma in via definitiva la condanna per il reato di riciclaggio applicata dal giudice di merito. Oltre alla conferma della pena concordata in sede di patteggiamento, i ricorrenti devono pagare le spese del procedimento giudiziario. I giudici hanno anche imposto il pagamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende a causa della colpa nella presentazione di un ricorso manifestamente infondato. La sentenza ribadisce con forza che prestare il proprio conto corrente per far transitare somme di dubbia provenienza espone i cittadini a gravissime responsabilità penali.

Cosa rischia chi presta il proprio conto corrente per far transitare denaro di provenienza illecita?
Rischia una condanna per il reato di riciclaggio, in quanto tale condotta ostacola l’identificazione della provenienza delittuosa del denaro.

Perché la condotta non viene considerata come semplice concorso in truffa informatica?
Perché il reato di truffa si perfeziona quando l’hacker ottiene il profitto. Il successivo trasferimento sul conto di un terzo è un’azione autonoma e successiva.

Quali sono le conseguenze economiche stabilite dalla Cassazione per un ricorso inammissibile?
Il ricorrente deve pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, oltre a subire la conferma della condanna.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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