DASPO e obbligo di firma: quando la passione per il calcio costa caro
La Corte di Cassazione è intervenuta su un caso riguardante l’applicazione di una delle misure di prevenzione più note nel mondo sportivo: il DASPO. La sentenza chiarisce aspetti procedurali cruciali e conferma la severità dell’obbligo di firma DASPO, anche in circostanze che potrebbero apparire di difficile gestione per il destinatario. La vicenda riguarda un tifoso che si è visto notificare dal Questore un provvedimento che non solo gli vietava l’accesso allo stadio, ma gli imponeva anche di presentarsi presso gli uffici di polizia durante lo svolgimento di tutte le partite della sua squadra, comprese quelle amichevoli.
I fatti all’origine del ricorso
Un tifoso, a causa di comportamenti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico, riceve un DASPO. A questa misura, già di per sé molto restrittiva, si aggiunge l’obbligo di firma. Questo significa che, in concomitanza con gli incontri di calcio, l’uomo deve recarsi in Questura. Il tifoso, tramite i suoi avvocati, decide di impugnare l’ordinanza del Giudice che aveva convalidato il provvedimento. I motivi della sua protesta erano principalmente due: la violazione del diritto di difesa e l’eccessiva estensione dell’obbligo di firma.
La presunta violazione del diritto di difesa
Il primo punto sollevato dal ricorrente riguardava i tempi. Sosteneva di aver avuto un tempo troppo ristretto per preparare una difesa adeguata. La legge prevede un meccanismo rapido: il Questore emette il provvedimento, lo notifica all’interessato e lo trasmette entro 48 ore al Pubblico Ministero, che a sua volta, nelle 48 ore successive, può chiederne la convalida al Giudice. Il tifoso lamentava che la decisione del Giudice fosse arrivata troppo in fretta, comprimendo le sue possibilità di presentare memorie difensive. La Cassazione, però, ha respinto questa tesi, chiarendo un punto fondamentale: il termine di 48 ore per esercitare il proprio diritto di difesa decorre dal momento in cui il tifoso riceve la notifica del DASPO, non da quando il Pubblico Ministero deposita la sua richiesta. È onere dell’interessato attivarsi subito per visionare gli atti, che sono disponibili presso la Questura, la Procura o la cancelleria del Giudice.
L’estensione dell’obbligo di firma DASPO alle partite amichevoli
Il secondo motivo di ricorso era ancora più pratico. Come può una persona sapere quando si svolgono tutte le partite, specialmente quelle amichevoli, magari non pubblicizzate o giocate a porte chiuse? Il tifoso sosteneva che l’obbligo fosse inesigibile, cioè impossibile da rispettare. Anche su questo punto, la Corte ha dato torto al ricorrente. I giudici hanno affermato che l’obbligo di firma DASPO si applica a tutte le manifestazioni sportive che sono ‘determinabili con certezza’. Questo significa che se la data e l’ora di una partita, anche amichevole, sono conoscibili attraverso i normali mezzi di comunicazione (siti web, giornali, etc.), l’obbligo sussiste. La responsabilità di tenersi informato è interamente del destinatario del provvedimento.
Le motivazioni della Cassazione: rigore e responsabilità individuale
La Corte ha ribadito che il DASPO con obbligo di firma è una misura pensata per soggetti recidivi, che hanno già dimostrato in passato la loro pericolosità in contesti sportivi. Per questo, la legge prevede un trattamento severo e obbligatorio. Il Giudice della convalida deve valutare la pericolosità concreta e attuale del soggetto, la necessità e l’urgenza della misura. In questo caso, il Giudice lo aveva fatto correttamente, basandosi sugli elementi forniti dall’autorità di pubblica sicurezza. La Corte ha quindi confermato che la misura era legittima e ben motivata. L’obbligo di firma DASPO è uno strumento rigido ma necessario per prevenire ulteriori atti di violenza.
Conclusioni: cosa significa questa sentenza
La decisione della Cassazione conferma un orientamento di grande rigore. Chi riceve un DASPO ha l’onere di essere estremamente proattivo, sia nel difendere i propri diritti nei tempi strettissimi previsti, sia nell’adempiere scrupolosamente alle prescrizioni imposte. La sentenza sottolinea che la difficoltà di reperire informazioni su alcuni eventi sportivi non è una scusa valida per invalidare la misura nel suo complesso. In pratica, il tifoso ‘daspato’ deve trasformarsi in un attento cronista della sua squadra per non rischiare di violare la legge. La decisione finale è stata quindi il rigetto del ricorso e la condanna del tifoso al pagamento delle spese processuali. Il suo DASPO e l’obbligo di firma restano pienamente validi.
Da quando iniziano a decorrere i termini per difendersi da un provvedimento di DASPO?
I termini per presentare memorie difensive, pari a 48 ore, iniziano a decorrere dal momento della notifica del provvedimento da parte del Questore al diretto interessato, non da atti successivi come la richiesta di convalida del Pubblico Ministero.
L’obbligo di firma vale anche per le partite amichevoli o a porte chiuse?
Sì, la Cassazione ha stabilito che l’obbligo di firma si estende a tutte le manifestazioni sportive, incluse le amichevoli, a condizione che siano ‘determinabili con certezza’, ovvero che il loro svolgimento sia conoscibile tramite i normali canali di comunicazione. L’onere di informarsi è a carico del destinatario del provvedimento.
Cosa deve fare chi riceve un DASPO per esercitare il proprio diritto di difesa?
Deve attivarsi tempestivamente, entro 48 ore dalla notifica, per accedere agli atti su cui si basa il provvedimento. Può farlo recandosi presso la Questura, la segreteria del Pubblico Ministero o la cancelleria del Giudice per le Indagini Preliminari per visionare la documentazione e preparare una memoria difensiva.