Lucro di Speciale Tenuità: Non Basta Poco Denaro per Ottenere lo Sconto di Pena
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45726/2023, offre un importante chiarimento sull’applicazione dell’attenuante del lucro di speciale tenuità nei reati legati agli stupefacenti. Anche quando il reato è classificato come di “lieve entità”, non è sufficiente la modesta quantità di denaro sequestrata per ottenere una riduzione della pena. La valutazione deve estendersi all’intera condotta dell’imputato.
I Fatti di Causa
Il caso riguarda un giovane condannato in primo grado e in appello per detenzione illecita di cocaina. L’imputato era stato trovato in possesso di 24,73 grammi di sostanza, già suddivisa in quaranta involucri pronti per la vendita. La droga era stata abilmente occultata all’interno di tre contenitori magnetici, attaccati sotto la panchina su cui era seduto. Al momento del controllo, gli erano stati sequestrati anche 255 euro.
Nonostante il reato fosse stato qualificato come di lieve entità ai sensi dell’art. 73, comma 5, del d.P.R. 309/1990, i giudici di merito avevano inflitto una pena di due anni di reclusione e cinquemila euro di multa, negando ulteriori sconti.
Il Ricorso e la Questione del Lucro di Speciale Tenuità
La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione. Il punto centrale del ricorso era la mancata concessione dell’attenuante del lucro di speciale tenuità, prevista dall’art. 62, n. 4 del codice penale. Secondo il ricorrente, l’esigua somma di denaro sequestrata (255 euro) e la qualificazione del fatto come di lieve entità avrebbero dovuto giustificare l’applicazione di tale circostanza, con una conseguente riduzione della pena.
L’argomentazione difensiva si basava sull’idea che un piccolo guadagno dovesse necessariamente tradursi in un trattamento sanzionatorio più mite, attraverso il riconoscimento di questa specifica attenuante.
Le Motivazioni della Cassazione sul Lucro di Speciale Tenuità
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso infondato, confermando la decisione della Corte d’Appello. Pur ribadendo un principio consolidato, ovvero la compatibilità tra il reato di spaccio di lieve entità e l’attenuante del lucro di speciale tenuità, i giudici hanno precisato che i presupposti per la sua applicazione vanno valutati con rigore.
La Corte ha spiegato che, per riconoscere l’attenuante, non basta guardare al singolo elemento del profitto (il denaro), ma è necessario un esame complessivo della condotta. Nel caso specifico, diversi fattori sintomatici impedivano di considerare la finalità di lucro come “marginale”:
- La quantità e la preparazione della droga: Il possesso di quaranta dosi già confezionate e pronte per la vendita indicava un’attività strutturata e non occasionale.
- La reticenza dell’imputato: L’imputato non ha fornito alcuna informazione utile sulla provenienza della cocaina, dimostrando una certa omertà.
- Il possesso di più mazzi di chiavi: La presenza di tre mazzi di chiavi è stata interpretata come un espediente per evitare perquisizioni nell’abitazione a sua disposizione, suggerendo l’esistenza di una base logistica per l’attività illecita.
Questi elementi, valutati nel loro insieme, delineavano un quadro criminale che andava oltre una mera ricerca di un guadagno esiguo. La Corte ha quindi riaffermato che l’attenuante si applica solo quando l’intera condotta, nel suo complesso, denota una finalità di lucro marginale, cosa che non si è verificata in questo caso.
Le Conclusioni
La sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale cruciale: l’applicazione dell’attenuante del lucro di speciale tenuità non è automatica nei casi di spaccio di lieve entità. I giudici devono condurre una valutazione globale che tenga conto di tutti gli indici fattuali, come le modalità di detenzione della sostanza, il numero di dosi, il comportamento dell’imputato e altri elementi che possano rivelare la portata effettiva dell’attività criminale. Un importo modesto di denaro, da solo, non è sufficiente a dimostrare che il movente del reato fosse un profitto trascurabile.
È possibile applicare l’attenuante del lucro di speciale tenuità (art. 62, n. 4 c.p.) al reato di spaccio di lieve entità (art. 73, comma 5 D.P.R. 309/90)?
Sì, la Corte di Cassazione conferma che le due fattispecie sono compatibili. Tuttavia, la speciale tenuità deve riguardare congiuntamente sia l’entità del lucro (il guadagno) sia l’evento dannoso o pericoloso causato dal reato.
Perché la Corte ha negato l’attenuante del lucro di speciale tenuità in questo caso, nonostante la modesta somma di denaro sequestrata?
Perché la valutazione non si limita al denaro, ma considera l’intera condotta. In questo caso, il possesso di quaranta dosi già confezionate, la mancata collaborazione dell’imputato sulla provenienza della droga e il possesso di tre mazzi di chiavi per eludere controlli indicavano un’attività criminale non riconducibile a una finalità di lucro meramente marginale.
Qual è il principio di diritto riaffermato dalla Cassazione in questa sentenza?
Il principio è che l’attenuante del lucro di speciale tenuità si applica ai reati in materia di stupefacenti solo quando la condotta, nel suo complesso, dimostra una finalità di guadagno marginale. La sola entità ridotta del denaro trovato in possesso dell’imputato non è, di per sé, un elemento sufficiente.