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Frazionamento artificioso: il condono non evita la demolizione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de La Proprietaria contro l’ordine di demolizione di un capannone abusivo di 1.500 metri cubi. La ricorrente aveva tentato di sanare l’abuso dividendo catastalmente l’immobile in due unità distinte e presentando due separate domande di condono edilizio, una a proprio nome e una a nome del coniuge. I giudici hanno stabilito che tale operazione costituisce un frazionamento artificioso volto esclusivamente a eludere il limite volumetrico di 750 metri cubi previsto dalla legge per la concedibilità della sanatoria. Di conseguenza, i permessi in sanatoria rilasciati dal Comune sono stati ritenuti illegittimi e l’ordine di demolizione è stato confermato, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 15250 Anno 2022
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Pubblicato il 22 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Abusi edilizi e il trucco del frazionamento artificioso

Quando si realizza un abuso edilizio di grandi dimensioni, si rischia un ordine di demolizione. Alcuni proprietari tentano di aggirare i limiti di legge dividendo fittiziamente l’immobile per accedere alla sanatoria. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha ribadito che il frazionamento artificioso di un’opera per ottenere più condoni è del tutto illegittimo. Questa condotta non permette di salvare l’immobile dall’abbattimento, poiché i giudici guardano alla sostanza e all’unitarietà del manufatto abusivo al momento della sua costruzione.

Il caso del capannone diviso a metà

La vicenda riguarda un capannone industriale di circa 300 metri quadrati e con un volume complessivo di oltre 1.500 metri cubi, edificato abusivamente da un privato. Per evitare la demolizione dell’intera struttura, la proprietaria ha proceduto a un frazionamento catastale del bene in due distinte particelle. Successivamente, sono state presentate due separate domande di condono edilizio: una a nome della proprietaria stessa e l’altra a nome del coniuge. Ciascuna domanda riguardava una porzione di volume inferiore ai 750 metri cubi, la soglia massima consentita dalla legge per poter beneficiare del condono. Il Comune aveva inizialmente rilasciato i permessi in sanatoria, ma i giudici penali hanno ordinato comunque la demolizione, ritenendo i permessi illegittimi. La difesa sosteneva che i due immobili fossero autonomi, poiché dotati di ingressi separati e impianti indipendenti, ma questa tesi è stata respinta.

I limiti volumetrici del condono edilizio

La legge sul condono edilizio stabilisce limiti volumetrici rigorosi per la sanabilità delle nuove costruzioni abusive. In particolare, non è possibile sanare opere che superino i 750 metri cubi per singola richiesta. Questo limite serve a impedire la regolarizzazione di grandi speculazioni edilizie o di strutture industriali imponenti nate senza controllo. Presentare più domande per lo stesso immobile, spezzettandolo sulla carta, rappresenta un tentativo di aggirare questo sbarramento legale. La giurisprudenza ha chiarito che la sanatoria è un provvedimento eccezionale e non può essere estesa oltre i limiti fissati dal legislatore attraverso espedienti grafici o catastali.

Le motivazioni della Cassazione sul frazionamento artificioso

Le motivazioni della sentenza si fondano sul principio di unitarietà dell’opera edilizia. I giudici di legittimità hanno chiarito che il frazionamento artificioso della domanda di sanatoria, attuato attraverso la suddivisione fittizia di un unico corpo di fabbrica in più unità inferiori ai 750 metri cubi, costituisce un espediente illecito. Non rileva il fatto che le due porzioni siano state accatastate separatamente o che abbiano ingressi e impianti autonomi. L’elemento decisivo è che l’immobile è stato realizzato come un’unica struttura su un’unica particella originaria da un solo soggetto. Di conseguenza, la valutazione della volumetria deve essere globale e non può essere frazionata per eludere i divieti di legge. La Cassazione ha ribadito che l’abuso deve essere valutato nella sua interezza al momento della sua effettiva realizzazione.

Le conclusioni della sentenza e le conseguenze pratiche

Le conclusioni della Cassazione sul caso specifico hanno confermato l’inammissibilità del ricorso presentato dalla proprietaria. La Suprema Corte ha validato l’operato dei giudici d’appello, i quali avevano correttamente disapplicato i permessi di costruire in sanatoria rilasciati dal Comune in quanto illegittimi. Chi vince in questo scontro è lo Stato, che vede confermato l’ordine di demolizione del capannone abusivo. La proprietaria, oltre a dover abbattere l’immobile a proprie spese, è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende per aver proposto un ricorso manifestamente infondato.

Si può dividere un immobile abusivo per ottenere il condono?
No, dividere fittiziamente un unico edificio in più parti per non superare il limite dei 750 metri cubi è considerato un frazionamento artificioso e rende nullo il condono.

Cosa succede se il Comune rilascia comunque la sanatoria?
Il giudice penale può disapplicare il provvedimento del Comune se lo ritiene illegittimo, ordinando comunque la demolizione dell’opera abusiva.

Chi rischia di pagare le spese in caso di ricorso respinto?
Il ricorrente che presenta un ricorso inammissibile viene condannato a pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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