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False dichiarazioni: reato anche se il P.U. ti conosce

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per false dichiarazioni a un pubblico ufficiale nei confronti di un individuo che aveva mentito sulla propria identità durante un controllo di polizia, nonostante gli agenti lo conoscessero già. La Corte ha stabilito che il reato sussiste a prescindere dalla reale possibilità di ingannare l’agente, in quanto tutela la fede pubblica. È stato inoltre chiarito che lo stato di ubriachezza non esclude il dolo e che la resistenza a pubblico ufficiale può configurarsi anche durante le fasi conclusive di un’operazione di identificazione. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte d’Appello.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 418 Anno 2026
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Pubblicato il 28 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

False Dichiarazioni a Pubblico Ufficiale: Quando Scatta il Reato?

Mentire sulla propria identità a un agente di polizia costituisce reato, anche se questo conosce già la persona che ha di fronte? A questa domanda ha risposto la Corte di Cassazione con una recente sentenza, affrontando un caso di false dichiarazioni e resistenza a pubblico ufficiale. La decisione offre importanti chiarimenti sulla natura di questo reato, sull’irrilevanza dello stato di ubriachezza ai fini del dolo e sui confini della resistenza a pubblico ufficiale. Analizziamo nel dettaglio la vicenda e i principi di diritto affermati dai giudici.

I Fatti del Caso: Un Controllo di Polizia Finito Male

Durante un controllo avvenuto a Termini Imerese, un uomo, già noto alle forze dell’ordine per numerosi precedenti penali, forniva agli agenti generalità false. In particolare, dichiarava un nome di battesimo e una data di nascita diversi da quelli reali. Sebbene gli agenti lo conoscessero, la sua condotta mendace li costringeva a richiedere l’intervento di un altro equipaggio per completare correttamente le procedure di identificazione. Successivamente, l’uomo proferiva minacce nei confronti di uno degli agenti. Per questi fatti, veniva condannato in primo grado e in appello per i reati di false dichiarazioni sulla propria identità e resistenza a pubblico ufficiale, con l’aggravante della recidiva.

L’Analisi della Corte sulle False Dichiarazioni

Il ricorso in Cassazione si basava su diversi motivi, ma i più rilevanti riguardavano proprio il reato di false dichiarazioni. La difesa sosteneva che la condotta fosse inoffensiva, dato che gli agenti conoscevano già l’identità del soggetto, e che lo stato di ubriachezza escludesse la volontà di mentire.

L’irrilevanza della conoscenza pregressa da parte degli agenti

La Corte ha respinto fermamente la tesi difensiva. I giudici hanno ribadito un principio consolidato: il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, previsto dall’art. 496 c.p., tutela il bene giuridico della fede pubblica. La lesione a questo bene si concretizza con la sola dichiarazione mendace, indipendentemente dal fatto che il pubblico ufficiale venga effettivamente ingannato o sia già a conoscenza della verità. La fiducia che la collettività ripone nella veridicità degli atti ufficiali e nella regolarità dell’attività amministrativa viene compromessa dal semplice atto di mentire. Nel caso di specie, il fatto che gli agenti abbiano dovuto chiedere supporto per completare l’identificazione dimostra che la condotta non era affatto innocua, ma anzi ha ostacolato l’attività di servizio.

Ubriachezza e Dolo: Nessuna Scusante

Anche l’argomento relativo allo stato di ubriachezza è stato ritenuto infondato. Secondo la giurisprudenza costante, lo stato di alterazione alcolica volontaria o colposa non esclude né l’imputabilità né la colpevolezza (dolo). Per integrare il reato di false dichiarazioni è sufficiente il dolo generico, ovvero la coscienza e la volontà di dichiarare il falso. La Corte ha ritenuto che l’imputato avesse agito con piena consapevolezza, avendo ripetuto le false generalità più volte, dimostrando una capacità di comprendere e volere l’azione illecita.

Resistenza a Pubblico Ufficiale e Altri Motivi di Ricorso

La difesa aveva contestato anche il reato di resistenza, sostenendo che le minacce fossero state pronunciate dopo la conclusione dell’atto d’ufficio (l’identificazione). La Corte ha dichiarato il motivo inammissibile, in quanto le corti di merito avevano già accertato che le minacce erano avvenute durante le fasi di controllo, con l’intento di impedire agli agenti di svolgere il proprio servizio, integrando così pienamente il reato di resistenza.

Le circostanze attenuanti e la recidiva

Infine, sono stati respinti i motivi relativi al diniego delle circostanze attenuanti generiche e all’applicazione della recidiva. I giudici hanno considerato legittima la decisione basata sui numerosi precedenti penali dell’imputato e sulle modalità del fatto. La motivazione sulla recidiva è stata ritenuta adeguata, in quanto i precedenti specifici (per reati come resistenza, evasione) dimostravano una personalità incline a violare le norme e a non rispettare l’autorità, giustificando l’aumento di pena.

Le Motivazioni della Cassazione

Le motivazioni della Corte Suprema si fondano sulla necessità di proteggere la fede pubblica, un bene giuridico che trascende il singolo rapporto tra cittadino e agente. L’affidamento nella veridicità delle dichiarazioni rese a un pubblico ufficiale è un pilastro per il corretto funzionamento dell’amministrazione pubblica e della giustizia. L’affermazione che il reato si configuri per il solo fatto di dichiarare il falso, a prescindere dall’inganno effettivo, rafforza questa tutela. La Corte ha inoltre seguito un orientamento consolidato in materia di imputabilità, confermando che l’ubriachezza volontaria non può fungere da scudo per sottrarsi alle proprie responsabilità penali. Le decisioni sugli altri motivi di ricorso evidenziano il limite del giudizio di legittimità, che non può riesaminare il merito dei fatti già accertati nei gradi precedenti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione.

Conclusioni: Le Implicazioni della Sentenza

La sentenza in esame consolida principi fondamentali del diritto penale. In primo luogo, chiarisce in modo inequivocabile che mentire sulla propria identità a un pubblico ufficiale è sempre un reato, poiché l’offesa non è diretta al singolo agente, ma alla collettività e alla fiducia che essa ripone negli atti pubblici. In secondo luogo, ricorda che lo stato di ubriachezza non è una scusante per la commissione di reati, a meno che non sia derivato da caso fortuito o forza maggiore. Infine, la decisione sottolinea come la valutazione delle circostanze attenuanti e della recidiva sia ancorata a un giudizio complessivo sulla personalità del reo e sulla gravità dei fatti, basato su elementi concreti come i precedenti penali.

Mentire sulla propria identità a un poliziotto che già mi conosce è reato?
Sì, è reato. La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato di false dichiarazioni tutela la fede pubblica e si perfeziona con la semplice dichiarazione mendace, indipendentemente dal fatto che il pubblico ufficiale sia o meno a conoscenza della verità.

Se sono ubriaco e fornisco false dichiarazioni, sono punibile?
Sì. Secondo la sentenza, lo stato di ubriachezza volontaria o colposa non esclude la consapevolezza e la volontà di commettere il reato (dolo generico), e quindi non elimina la responsabilità penale.

Perché il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato confermato?
La Corte ha ritenuto che la decisione del giudice di merito fosse adeguatamente motivata sulla base di elementi concreti, come i numerosi precedenti penali dell’imputato e le modalità del fatto, considerati preponderanti rispetto agli elementi positivi addotti dalla difesa.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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