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False Dichiarazioni a Pubblico Ufficiale: Condanna Anche se Estraneo

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale nei confronti di un individuo che, pur non essendo il destinatario di un controllo di polizia, aveva fornito generalità false agli agenti. L’uomo si trovava in un’abitazione dove la polizia stava eseguendo un’ordinanza cautelare verso un’altra persona. La sua difesa sosteneva che non fosse consapevole della natura ufficiale della richiesta. La Corte ha stabilito che il reato si consuma con la semplice coscienza e volontà di mentire a un pubblico ufficiale che chiede l’identità, indipendentemente dal contesto o dal fine specifico della dichiarazione. La condanna a otto mesi di reclusione è diventata definitiva.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 12755 Anno 2023
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Pubblicato il 1 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

Mentire alla Polizia: quando le false dichiarazioni a pubblico ufficiale sono reato

Fornire generalità false a un agente di polizia integra sempre il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale, anche quando ci si trova coinvolti solo marginalmente in un controllo. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito questo principio, confermando una condanna anche per chi non era il diretto interessato dell’intervento delle forze dell’ordine. Questo caso offre uno spunto importante per capire i doveri di ogni cittadino di fronte a un pubblico ufficiale.

I fatti del caso: un controllo di routine, una risposta falsa

La vicenda ha origine durante un’operazione di polizia. Gli agenti entrano in un’abitazione per eseguire un’ordinanza cautelare nei confronti di una persona. All’interno dell’appartamento, trovano un altro uomo. Poiché sprovvisto di documenti, gli agenti gli chiedono le sue generalità per identificarlo. L’uomo, invece di fornire i suoi dati corretti, dichiara un nome, una data e un luogo di nascita falsi. Le successive verifiche smascherano facilmente la menzogna, poiché le sue vere generalità erano già note. Per questo motivo, viene processato e condannato per il reato previsto dall’articolo 495 del Codice Penale.

La tesi della difesa: un errore sulla natura ufficiale dell’atto

L’imputato ha tentato di difendersi sostenendo di non aver compreso la portata ufficiale della richiesta. A suo dire, il controllo di polizia non era rivolto a lui e, pertanto, non era consapevole che le sue dichiarazioni sarebbero state inserite in un atto pubblico. Secondo la sua linea difensiva, mancava la piena coscienza e volontà di commettere un reato, elemento psicologico necessario per una condanna. Credeva, in sostanza, che la sua bugia fosse irrilevante dal punto di vista legale, dato il contesto.

Il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale secondo la legge

L’articolo 495 del Codice Penale punisce chiunque dichiara o attesta falsamente a un pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità della propria o dell’altrui persona. La norma tutela la fiducia che la collettività ripone negli atti pubblici e nelle dichiarazioni rese a chi esercita una funzione pubblica. Per la configurazione del reato, è sufficiente il cosiddetto ‘dolo generico’. Questo significa che basta avere la consapevolezza di mentire a un pubblico ufficiale, senza che sia necessario un secondo fine (come, ad esempio, evitare un arresto o ottenere un vantaggio).

Le motivazioni: perché le false dichiarazioni a pubblico ufficiale sono sempre un reato

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’imputato, giudicandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito un punto fondamentale: il reato si perfeziona nel momento stesso in cui la falsa dichiarazione viene comunicata al pubblico ufficiale. Non ha alcuna importanza il motivo per cui l’agente sta chiedendo le generalità, né il fatto che la dichiarazione venga poi trascritta o meno in un verbale. La richiesta di identificazione da parte di un agente di polizia è, per sua natura, un atto ufficiale. Di conseguenza, chi risponde ha il dovere di dire la verità. La Corte ha sottolineato che la richiesta di scrivere le proprie generalità rendeva l’uomo inequivocabilmente consapevole della finalità di corretta identificazione.

Le conclusioni: la condanna è definitiva

La sentenza diventa quindi definitiva. L’uomo è stato condannato a otto mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende. Questa decisione riafferma un principio consolidato: mentire sulla propria identità a un pubblico ufficiale è un reato che non ammette giustificazioni legate al contesto. La legge protegge la fede pubblica e richiede trasparenza e correttezza nei rapporti con le autorità, indipendentemente dalle circostanze specifiche che portano all’interazione.

Cosa rischio se fornisco un nome falso alla polizia?
Si commette il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, previsto dall’articolo 495 del Codice Penale, e si rischia una pena detentiva fino a tre anni.

Il reato esiste anche se il controllo di polizia non era rivolto a me?
Sì. Come chiarito dalla Cassazione, l’obbligo di dire la verità sussiste ogni volta che un pubblico ufficiale chiede le generalità, indipendentemente dal motivo o dal contesto del controllo.

Devo avere l’intenzione specifica di ingannare la giustizia per essere condannato?
No, non è richiesto un dolo specifico. Per la condanna è sufficiente avere la coscienza e la volontà di fornire informazioni false, a prescindere dallo scopo per cui si mente.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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