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False dichiarazioni a pubblico ufficiale: condannato anche se noto

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale nei confronti di un soggetto che aveva fornito generalità non veritiere a un agente di polizia, nonostante quest’ultimo fosse già a conoscenza della sua reale identità. Secondo i giudici, il reato si consuma con la semplice dichiarazione mendace, poiché lede il bene della ‘fede pubblica’. È irrilevante che il pubblico ufficiale non sia stato ingannato. La Corte ha quindi escluso la possibilità di configurare un ‘reato impossibile’, ribadendo che la norma protegge la fiducia generale nell’operato della pubblica amministrazione, non il singolo funzionario.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 6629 Anno 2026
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Pubblicato il 25 marzo 2026 in Giurisprudenza Penale

Mentire a un poliziotto che ti conosce: è reato?

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione affronta un caso interessante sul reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale. La vicenda riguarda una persona che, fermata da un agente di polizia, fornisce generalità false. Il dettaglio cruciale è che l’agente conosceva già la vera identità del dichiarante. Nonostante ciò, l’uomo è stato condannato. Questa decisione chiarisce un principio fondamentale del nostro ordinamento: la legge non protegge solo il singolo funzionario dall’essere ingannato, ma un valore molto più ampio, la ‘fede pubblica’.

I fatti del caso

La situazione è semplice e lineare. Un uomo viene sottoposto a un controllo da parte delle forze dell’ordine. Richiesto di fornire le proprie generalità, dichiara un nome e dati non corrispondenti al vero. Tuttavia, gli agenti operanti erano già a conoscenza della sua identità, che viene poi confermata tramite rilievi dattiloscopici (le impronte digitali). L’uomo viene quindi processato e condannato per il reato previsto dall’articolo 495 del codice penale, ovvero false attestazioni a un pubblico ufficiale. La sua difesa si basa su un’argomentazione logica: se l’agente sapeva già la verità, come si può parlare di reato? Non c’è stato nessun inganno e nessun danno concreto.

La difesa: reato impossibile e mancanza di offensività

L’imputato, nel suo ricorso alla Corte di Cassazione, ha sostenuto due tesi principali. La prima è quella del ‘reato impossibile’. Secondo la sua visione, poiché il pubblico ufficiale non poteva essere tratto in inganno, l’azione era inidonea a produrre l’evento lesivo. In pratica, una bugia innocua perché scoperta in partenza. La seconda tesi si appellava al ‘principio di offensività’, secondo cui una condotta, per essere punibile, deve ledere o mettere in pericolo un bene giuridico. In questo caso, non essendoci stato alcun danno effettivo all’attività di identificazione, la condotta non avrebbe dovuto essere punita.

Le motivazioni: perché le false dichiarazioni a pubblico ufficiale sono reato

La Corte di Cassazione ha respinto completamente la linea difensiva, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno spiegato che il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale non è pensato per proteggere il singolo funzionario dalla menzogna. Il bene giuridico tutelato è la ‘fede pubblica’. Si tratta della fiducia che l’intera collettività deve poter riporre nella veridicità delle dichiarazioni rese a chi esercita una funzione pubblica. Il reato si perfeziona nel momento esatto in cui la falsa dichiarazione viene pronunciata. Non è necessario che il pubblico ufficiale ci creda o che si verifichi un danno successivo. L’atto di mentire, di per sé, lede quella fiducia generale e intralcia, anche solo potenzialmente, il corretto funzionamento della pubblica amministrazione.

Le conclusioni: la condanna viene confermata

La Corte ha concluso che la consapevolezza dell’agente è del tutto irrilevante ai fini della configurazione del reato. La norma sanziona la condotta in sé, a prescindere dai suoi effetti concreti sul ricevente della dichiarazione. Pertanto, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva. L’imputato è stato anche condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende. Questa sentenza ribadisce un principio consolidato: quando si interagisce con un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, la sincerità non è solo una questione di cortesia, ma un obbligo giuridico la cui violazione comporta serie conseguenze penali.

Mentire alla polizia sul mio nome è reato se mi conoscono già?
Sì, è reato. La Cassazione ha chiarito che il reato di false dichiarazioni si perfeziona nel momento in cui si mente, a prescindere dal fatto che l’agente possa verificare la verità o la conosca già.

Cosa si rischia per false dichiarazioni a un pubblico ufficiale?
Si rischia una condanna penale alla reclusione, come stabilito dall’articolo 495 del codice penale. La pena specifica dipende dalle circostanze del caso.

Perché viene punita una bugia che non inganna nessuno?
Viene punita perché non si protegge il singolo agente dall’inganno, ma un bene giuridico superiore: la ‘fede pubblica’, cioè la fiducia che lo Stato e i cittadini devono poter riporre nelle dichiarazioni rese ai pubblici ufficiali.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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