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Diritto di critica: critica tecnica via PEC non è diffamazione

Un progettista, direttore dei lavori di un’opera pubblica, viene accusato di diffamazione per aver criticato in un ‘post scriptum’ l’operato dei collaboratori di un’altra professionista. La nota, inviata via PEC a vari soggetti, definiva certi argomenti ‘inutilmente ostici’ per i collaboratori. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo che la frase, sebbene severa, rientrava pienamente nel legittimo esercizio del **diritto di critica** professionale. La critica era infatti funzionale al contesto tecnico e non un gratuito attacco personale, rispettando così il limite della continenza. Il fatto, quindi, non costituisce reato.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 16936 Anno 2023
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Pubblicato il 6 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

Critica professionale o diffamazione? Il caso del post scriptum

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito i confini tra una critica professionale, anche aspra, e il reato di diffamazione. La vicenda dimostra come l’esercizio del diritto di critica possa giustificare espressioni severe, se inserite in un contesto lavorativo e finalizzate a un confronto tecnico. Un professionista, infatti, è stato assolto dall’accusa di aver offeso la reputazione di un collega, nonostante avesse usato parole dure per commentarne l’operato.

I fatti: una nota critica via PEC

La vicenda nasce nell’ambito della realizzazione di un’opera pubblica. Un tecnico, con il ruolo di progettista e direttore dei lavori, riceve la relazione tecnica di una collega incaricata del collaudo. Non condividendo alcuni aspetti, aggiunge in calce al documento un ‘post scriptum’. In questa nota, critica il lavoro svolto dai ‘collaboratori-suggeritori’ della collega, affermando che questi ultimi esaminano argomenti che ‘possono a volte diventare inutilmente ostici’.

Il progettista non si limita a un confronto privato. Invia la relazione con la sua nota critica tramite Posta Elettronica Certificata (PEC) a tutti i professionisti coinvolti, all’azienda esecutrice dei lavori e agli enti pubblici interessati. Uno dei collaboratori, sentendosi offeso nella sua reputazione professionale, decide di querelarlo per diffamazione.

L’importanza del diritto di critica nel contesto professionale

Il cuore del processo è stato stabilire se quella frase costituisse un’offesa gratuita o rientrasse nel legittimo diritto di critica. Questo diritto permette di esprimere giudizi negativi, ma a tre condizioni: la verità del fatto storico, l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto e la continenza, cioè l’uso di un linguaggio proporzionato e non gratuitamente denigratorio. In ambito professionale, il confronto, anche acceso, è fondamentale per garantire la qualità del lavoro.

La valutazione del limite della continenza

Il punto cruciale analizzato dai giudici è stato proprio il limite della ‘continenza’. La critica, per essere legittima, non deve trasformarsi in un attacco personale. Deve rimanere strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e non sfociare in un’aggressione immotivata alla reputazione altrui. Tuttavia, la legge non vieta l’uso di termini che, sebbene oggettivamente forti, sono necessari per esprimere un pensiero critico in un determinato contesto tecnico.

Le motivazioni della Cassazione: legittimo esercizio del diritto di critica

La Corte di Cassazione ha dato ragione al progettista. I giudici hanno stabilito che la frase incriminata, pur avendo un tono severo, era perfettamente funzionale al contesto. Non era un attacco fine a se stesso. Al contrario, la critica era rivolta a sollecitare la collega collaudatrice a un maggiore controllo sull’operato dei suoi ausiliari. La locuzione usata, secondo la Corte, non rivelava una finalità puramente denigratoria, ma esprimeva una critica, seppur aspra, sulle capacità tecniche dei collaboratori. Di conseguenza, l’azione del progettista rientrava pienamente nell’esercizio del diritto di critica e non poteva essere considerata reato.

Le conclusioni: critica aspra non è reato se funzionale al contesto

La sentenza si conclude con l’annullamento della condanna perché ‘il fatto non costituisce reato’. Questa decisione è molto importante: stabilisce che in un contesto professionale, una critica tecnica, anche se espressa con toni duri, è lecita se non trascende in un attacco personale. Il verdetto finale ha quindi dato la vittoria al progettista, annullando anche ogni richiesta di risarcimento danni. La reputazione è un bene da tutelare, ma il confronto professionale, anche aspro, è altrettanto essenziale.

Quando una critica professionale diventa diffamazione?
Una critica diventa diffamazione quando supera i limiti della verità dei fatti, dell’interesse pubblico e della continenza, trasformandosi in un attacco personale, gratuito e non funzionale al contesto lavorativo.

Cosa significa il limite della ‘continenza’ nel diritto di critica?
Significa che le espressioni usate, pur potendo essere severe, devono essere proporzionate allo scopo della critica e non devono consistere in insulti o frasi gratuitamente offensive e denigratorie.

Posso criticare il lavoro di un collega in una email inviata a più persone?
Sì, è possibile, ma è necessario prestare molta attenzione. La critica deve essere pertinente, basata su fatti veri e formulata con un linguaggio che, seppur critico, non sia un attacco personale, per non rischiare un’accusa di diffamazione.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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