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Danneggiamento beni pubblici: calci alla porta, ricorso inammissibile

La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un uomo condannato per il reato di danneggiamento di beni pubblici. L’imputato aveva colpito ripetutamente una porta scorrevole di un edificio pubblico, prima con calci e poi con una sedia. Il suo ricorso alla Suprema Corte, basato su una presunta errata valutazione del suo intento, è stato dichiarato inammissibile. I giudici hanno stabilito che il ricorso era una semplice riproposizione di argomenti già correttamente respinti nei gradi precedenti. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l’uomo è stato obbligato a pagare le spese processuali e una sanzione economica.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 9936 Anno 2023
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Pubblicato il 28 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Danneggiamento di beni pubblici: quando il ricorso è inutile

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha ribadito un principio fondamentale del nostro sistema processuale: il ricorso all’ultimo grado di giudizio non può trasformarsi in un nuovo processo sui fatti. La vicenda riguarda una condanna per danneggiamento di beni pubblici, un reato che sanziona chi distrugge o deteriora cose di proprietà dello Stato o destinate a un servizio pubblico. Questo caso offre uno spunto chiaro per capire i limiti delle impugnazioni e le conseguenze di un ricorso presentato senza validi motivi di diritto.

La vicenda: calci e sediate contro una porta

I fatti all’origine della controversia sono semplici e diretti. Un uomo è stato accusato e poi condannato per aver danneggiato una porta scorrevole all’interno di un edificio pubblico. Le prove raccolte hanno dimostrato che l’imputato aveva agito con violenza, colpendo la porta prima con dei calci e, non contento, utilizzando anche una sedia per infierire sulla struttura. Questo comportamento ha integrato pienamente il reato di danneggiamento, portando alla sua condanna nei primi due gradi di giudizio.

L’appello alla Suprema Corte

Nonostante la doppia condanna, l’imputato ha deciso di presentare ricorso alla Corte di Cassazione. La sua difesa si concentrava su un punto specifico: la presunta errata valutazione dell’elemento soggettivo del reato. In altre parole, sosteneva che i giudici precedenti non avessero correttamente interpretato la sua reale intenzione nel compiere il gesto. Secondo la sua tesi, mancava la piena volontà di danneggiare il bene, un requisito essenziale per la configurabilità del reato. Il ricorso lamentava quindi sia una violazione di legge sia un vizio nella motivazione della sentenza d’appello.

I limiti del ricorso e il reato di danneggiamento di beni pubblici

La Corte di Cassazione ha però respinto completamente questa linea difensiva. I giudici supremi hanno chiarito che il ricorso era inammissibile. Il motivo è puramente processuale ma di grande importanza. Il ricorso non introduceva nuovi e validi argomenti di diritto, ma si limitava a riproporre le stesse critiche già esaminate e respinte dalla Corte d’Appello. Quest’ultima, infatti, aveva già spiegato in modo logico e corretto perché le azioni dell’imputato (colpire ripetutamente la porta con calci e una sedia) dimostravano in modo inequivocabile la sua volontà di danneggiare. Tentare di rimettere in discussione questa valutazione dei fatti non è compito della Cassazione.

Le motivazioni: un ricorso ‘fotocopia’ non è ammissibile

Nelle motivazioni della sua decisione, la Suprema Corte ha sottolineato come il ricorso fosse ‘meramente riproduttivo’ di censure già vagliate e disattese. I giudici hanno richiamato precedenti sentenze per ribadire che, per essere ammissibile, un ricorso deve confrontarsi specificamente e criticamente con le argomentazioni della sentenza che si impugna. Non basta ripetere le proprie ragioni. In questo caso, la difesa non ha saputo evidenziare un vero errore di diritto o un’illogicità manifesta nel ragionamento della Corte d’Appello, che aveva correttamente ricostruito l’intenzione dell’imputato basandosi sulla violenza e la ripetitività del suo gesto. Il ricorso, quindi, è stato giudicato come un tentativo di ottenere una terza valutazione del merito della vicenda, cosa preclusa in sede di legittimità.

Le conclusioni: condanna definitiva e pagamento delle spese

L’esito è stato inevitabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Questa decisione ha reso la condanna per danneggiamento di beni pubblici definitiva. Oltre a ciò, l’imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa sanzione aggiuntiva è prevista proprio per i casi in cui un ricorso viene respinto per colpa del ricorrente, come nel caso di un’impugnazione presentata senza fondati motivi. La sentenza conferma che le aule di giustizia non possono essere intasate da ricorsi pretestuosi che non rispettano le regole processuali.

Cosa si rischia per il danneggiamento di beni pubblici?
Il reato di danneggiamento di beni pubblici o destinati a uso pubblico è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. La pena è più severa rispetto al danneggiamento di beni privati.

Un ricorso in Cassazione viene sempre esaminato nel merito?
No. Se il ricorso non rispetta i requisiti di legge, ad esempio se si limita a ripetere argomenti già respinti senza criticare la motivazione della sentenza precedente, viene dichiarato inammissibile e non viene discusso nel merito.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La sentenza impugnata diventa definitiva. Inoltre, il ricorrente viene condannato a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, come avvenuto in questo caso.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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