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Confisca nel patteggiamento: l’usuraio perde il bottino

Il Tribunale di Torino ha applicato all’Imputato la pena concordata per i reati di usura ed estorsione, disponendo la confisca di 34.600 euro, pari agli interessi usurari. L’Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l’illegalità della misura poiché la pena per l’usura era inferiore a due anni e la confisca sarebbe avvenuta per equivalente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la confisca di denaro, bene fungibile per eccellenza, costituisce sempre una confisca diretta del profitto. Inoltre, il limite dei due anni previsto per escludere le misure di sicurezza si riferisce alla pena complessiva finale del patteggiamento, non alla singola quota del reato continuato. Di conseguenza, la confisca nel patteggiamento per il reato di usura è pienamente legittima e obbligatoria.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 30616 Anno 2023
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Pubblicato il 20 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca nel patteggiamento: il caso del reato di usura

La Corte di Cassazione ha affrontato un tema molto dibattuto che riguarda la confisca nel patteggiamento, in particolare quando si tratta del reato di usura. Un uomo, accusato di usura ed estorsione, ha concordato una pena con il Giudice per le indagini preliminari. Insieme alla pena, il giudice ha ordinato il sequestro e la confisca di oltre trentaquattromila euro. Questa somma corrispondeva esattamente agli interessi usurari che l’uomo aveva imposto alla vittima. L’imputato ha proposto ricorso davanti alla Suprema Corte per contestare questo provvedimento, ritenendo la misura illegittima.

La distinzione tra confisca diretta e confisca per equivalente

L’imputato ha sostenuto che il giudice avesse applicato una confisca per equivalente (cioè su beni di valore corrispondente al profitto, ma non direttamente collegati al reato). La difesa riteneva che questa modalità fosse illegale in questo specifico caso. La Cassazione ha respinto questa tesi con estrema chiarezza. I giudici hanno spiegato che il denaro è un bene fungibile (cioè sostituibile con altri beni dello stesso genere). Quando il giudice confisca una somma di denaro che rappresenta il profitto del reato, si tratta sempre di una confisca diretta. Non importa se le banconote sequestrate siano fisicamente le stesse consegnate dalla vittima. Il denaro accresce il patrimonio del colpevole e la sua sottrazione costituisce un recupero diretto del profitto illecito.

Il calcolo della pena nei reati continuati

Un altro punto centrale del ricorso riguardava il limite di pena previsto dalla legge. L’imputato sosteneva che la pena applicata per il solo reato di usura fosse inferiore ai due anni di reclusione. Secondo il codice di procedura penale, se la pena concordata non supera i due anni, il patteggiamento non dovrebbe comportare l’applicazione di misure di sicurezza, come la confisca. La Cassazione ha però smontato questa interpretazione. Quando ci sono più reati legati dal vincolo della continuazione (cioè commessi in esecuzione di un medesimo disegno criminoso), il limite dei due anni si riferisce alla pena unica complessiva applicata dal giudice, non alla singola frazione stabilita per un solo reato. Di conseguenza, se la pena totale supera la soglia dei due anni, il divieto decade.

Le motivazioni della sentenza sulla confisca nel patteggiamento

Nelle motivazioni della sentenza sulla confisca nel patteggiamento, la Corte ha sottolineato la natura obbligatoria della misura per il reato di usura. Il codice penale stabilisce che, in caso di condanna o di patteggiamento per usura, il giudice deve sempre ordinare la confisca dei beni che costituiscono il prezzo o il profitto del reato. Questa regola speciale prevale sulle norme generali. Inoltre, le recenti riforme legislative hanno esteso la possibilità di applicare la confisca anche nei casi di patteggiamento per una vasta gamma di reati. La misura di sicurezza non è quindi illegale, ma rappresenta una risposta doverosa dello Stato per privare il colpevole dei guadagni illeciti ottenuti sulla pelle delle vittime.

Le conclusioni sul caso e le conseguenze pratiche

Nelle conclusioni sulla confisca nel patteggiamento, la Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. L’imputato ha perso definitivamente la causa e non potrà recuperare la somma confiscata. Oltre a subire la perdita del denaro, la Corte lo ha condannato al pagamento delle spese del processo. L’uomo dovrà anche versare tremila euro alla Cassa delle Ammende a causa della manifesta infondatezza del suo ricorso. Questa decisione conferma che chi sceglie la via del patteggiamento per reati gravi come l’usura non può sperare di salvare i profitti accumulati illegalmente. Lo Stato mantiene il potere e il dovere di ripulire il patrimonio del condannato.

La confisca del denaro è sempre diretta o può essere per equivalente?
La confisca di somme di denaro è considerata sempre diretta perché il denaro è un bene fungibile che si confonde nel patrimonio del colpevole.

Si può evitare la confisca se la pena del patteggiamento è bassa?
No, se la pena complessiva supera i due anni o se si tratta di reati come l’usura per cui la legge prevede la confisca obbligatoria.

Cosa rischia chi presenta un ricorso palesemente infondato in Cassazione?
Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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