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Condono edilizio: il no della Cassazione al frazionamento

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente contro l’ordine di demolizione di un immobile abusivo. Il soggetto aveva cercato di ottenere il condono edilizio frazionando fittiziamente l’immobile in tre distinte domande di sanatoria, presentate da diversi utilizzatori, per non superare il limite legale di 750 metri cubi. La Suprema Corte ha stabilito che l’edificio deve essere considerato come un complesso unitario facente capo a un unico proprietario. Di conseguenza, il frazionamento è illegittimo e volto solo a eludere la legge. Il condono edilizio è stato revocato e l’ordine di demolizione è stato confermato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 19266 Anno 2026
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Pubblicato il 9 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il condono edilizio e il limite dei metri cubi

Il condono edilizio rappresenta uno strumento straordinario per sanare le opere realizzate senza autorizzazione, ma il suo utilizzo è regolato da limiti volumetrici invalicabili. La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino che ha tentato di salvare un immobile abusivo dalla demolizione. Il proprietario ha cercato di aggirare la soglia massima di volumetria consentita dividendo fittiziamente la richiesta di sanatoria tra più soggetti. Questo comportamento ha portato i giudici a confermare l’ordine di demolizione, ribadendo che l’edificio deve essere considerato sempre come un blocco unitario.

Il tentativo di aggirare la legge con il frazionamento

La vicenda trae origine da un ordine di demolizione emesso per un fabbricato abusivo. Per evitare la distruzione della struttura, i soggetti interessati hanno presentato tre distinte domande di sanatoria lo stesso giorno. Una domanda era a nome del proprietario originario dell’immobile, mentre le altre due erano a nome dei familiari che utilizzavano gratuitamente l’edificio. Il Comune ha inizialmente rilasciato il titolo abilitativo in sanatoria, ritenendo le domande separate e conformi ai limiti di legge.

Tuttavia, il Giudice dell’esecuzione (il magistrato che cura l’attuazione delle sentenze) ha rilevato un’anomalia. Le tre domande riguardavano un unico edificio riconducibile a un solo proprietario. Sommando i volumi di ciascuna richiesta, la dimensione totale superava il limite di 750 metri cubi stabilito dalla legge sul condono del 1994. Per questo motivo, il giudice ha dichiarato illegittima la sanatoria e ha respinto la richiesta di revoca della demolizione.

Quando il condono edilizio diventa illegittimo

La legge sul condono edilizio mira a sanare abusi di modesta entità. Per questo motivo, il legislatore ha fissato un limite volumetrico rigido. Presentare più domande per lo stesso immobile, frazionando la cubatura complessiva, costituisce un espediente illecito. La giurisprudenza ha chiarito che ogni edificio deve essere inteso come un complesso unitario. Non è possibile considerare le singole parti separatamente per ottenere più sanatorie dove ne sarebbe consentita una sola.

Se si permettesse il frazionamento delle domande, chiunque potrebbe sanare enormi complessi abusivi intestando singole porzioni di immobile a parenti o prestanome. Questo meccanismo eluderebbe la finalità della norma, che concede il beneficio solo per interventi minori.

Le motivazioni della Cassazione sul condono edilizio

I giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso, confermando la decisione del tribunale. La Cassazione ha spiegato che il condono edilizio di una costruzione interamente abusiva non è ammissibile se la richiesta viene presentata frazionando l’unità immobiliare in plurimi interventi. Questo comportamento rappresenta un espediente fittizio per denunciare la realizzazione di opere apparentemente autonome, ma in realtà coordinate e funzionali alla creazione di un unico grande manufatto.

La Corte ha ribadito che, ai fini del calcolo dei limiti volumetrici, l’edificio va considerato nella sua interezza quando fa capo a un unico soggetto legittimato. Nel caso specifico, le tre domande facevano riferimento a un unico nucleo e a un unico proprietario originario. Di conseguenza, il superamento del limite di 750 metri cubi rende la concessione comunale del tutto illegittima.

Le conclusioni della vicenda e le conseguenze pratiche

La decisione della Cassazione mette fine alla controversia con la definitiva inammissibilità del ricorso. Il cittadino perde la possibilità di salvare l’immobile e deve subire l’esecuzione dell’ordine di demolizione a sue spese. Inoltre, la Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende, a causa della manifesta infondatezza dei motivi di ricorso.

Questo verdetto lancia un chiaro avvertimento. I tentativi di aggirare i limiti di legge attraverso frazionamenti artificiali non hanno alcuna efficacia davanti ai giudici penali. L’ordine di demolizione resta un provvedimento insuperabile se la sanatoria amministrativa è stata ottenuta violando i principi fondamentali di unitarietà dell’edificio.

Si può frazionare un immobile per ottenere il condono edilizio?
No, la legge vieta di dividere fittiziamente un unico edificio in più parti per aggirare il limite volumetrico di 750 metri cubi previsto per la sanatoria.

Cosa succede se si presentano più domande di sanatoria per lo stesso edificio?
Le domande vengono considerate come un’unica richiesta riferita all’intero complesso unitario, calcolando la volumetria totale dell’immobile.

Chi decide sulla revoca di un ordine di demolizione?
La decisione spetta al Giudice dell’esecuzione, che valuta la legittimità dei titoli abilitativi o delle sanatorie rilasciate dal Comune.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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