DASPO e lavoro: quando la misura di prevenzione si scontra con un diritto fondamentale
La cronaca sportiva riporta spesso episodi di violenza che portano all’emissione di un DASPO. Questa misura impedisce ai soggetti pericolosi di accedere agli stadi. Spesso, al divieto si aggiunge l’obbligo di presentazione alla polizia durante le partite. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha però acceso un faro su un aspetto cruciale: la compatibilità DASPO e lavoro. Il caso analizzato dimostra che, anche di fronte a comportamenti gravi, il diritto di una persona a svolgere la propria attività lavorativa non può essere ignorato o limitato senza un’attenta valutazione.
La vicenda: aggressione allo stadio e DASPO per il titolare di un bar
I fatti iniziano durante una partita di calcio. Un tifoso, all’interno dell’area riservata, aggredisce verbalmente e fisicamente un calciatore della squadra avversaria. Non contento, oppone resistenza alle Forze dell’Ordine intervenute per calmare gli animi e prosegue con minacce anche dopo essere stato allontanato dall’impianto. A seguito di questi eventi, il Questore emette un provvedimento severo: DASPO per cinque anni, con l’aggiunta dell’obbligo di presentarsi in caserma quindici minuti dopo l’inizio del primo e del secondo tempo di ogni partita della sua squadra. Il destinatario della misura, però, non è solo un tifoso, ma anche il titolare di un bar con orari di apertura molto estesi, dalle 5 del mattino alle 23 di sera.
L’incompatibilità tra obbligo di firma e attività lavorativa
L’uomo decide di impugnare il provvedimento. La sua difesa si concentra su un punto specifico: l’obbligo di firma è incompatibile con la sua professione. Gestire un bar richiede una presenza costante e flessibile, specialmente nei giorni delle partite, che spesso coincidono con i fine settimana. Recarsi in caserma due volte durante ogni incontro sportivo significherebbe, di fatto, impedirgli di lavorare e di gestire la sua attività. La difesa sottolinea che il diritto al lavoro è un principio fondamentale e non può essere sacrificato da una misura di prevenzione, per quanto giustificata dalla condotta del soggetto.
La questione della compatibilità DASPO e lavoro davanti alla Cassazione
La questione arriva fino alla Corte di Cassazione. I giudici sono chiamati a bilanciare due esigenze contrapposte. Da un lato, la necessità di tutelare l’ordine pubblico e prevenire futuri atti di violenza negli stadi. Dall’altro, il dovere di salvaguardare il diritto assoluto al lavoro del cittadino. La Corte non mette in discussione la gravità dei fatti commessi dal tifoso né la legittimità del DASPO in sé. Il problema risiede esclusivamente nell’obbligo di presentazione e nella sua applicazione concreta.
Le motivazioni: il diritto al lavoro è un limite invalicabile
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso su questo specifico punto. I giudici affermano un principio di diritto molto chiaro: il giudice che convalida una misura di prevenzione come l’obbligo di firma ha il dovere di verificare la sua compatibilità DASPO e lavoro. Nel caso esaminato, questa valutazione era completamente mancata. Il diritto allo svolgimento di un’attività lavorativa è un diritto assoluto che non può essere compresso. La misura di prevenzione, pur mirando a un fine lodevole, deve essere strutturata in modo da non pregiudicare questo diritto. Il giudice avrebbe dovuto indicare le ragioni per cui riteneva la misura compatibile con il lavoro del barista, cosa che non ha fatto.
Le conclusioni: annullamento con rinvio per una nuova valutazione
La Corte ha quindi annullato l’ordinanza, ma solo per quanto riguarda l’obbligo di presentazione. Il caso è stato rinviato a un nuovo giudice, che dovrà riesaminare la questione tenendo conto del principio stabilito. Questo non significa che il tifoso non avrà più alcun obbligo, ma che la misura dovrà essere ricalibrata per essere compatibile con i suoi orari di lavoro. Il DASPO, ovvero il divieto di entrare negli stadi, rimane invece pienamente valido. La sentenza rappresenta una vittoria importante per la tutela dei diritti fondamentali, ribadendo che la prevenzione della violenza non può mai tradursi in un ostacolo ingiustificato al diritto di lavorare.
L’obbligo di firma legato al DASPO può impedirmi di lavorare?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che l’obbligo di firma deve essere sempre compatibile con il diritto al lavoro, che non può essere limitato o compresso dalla misura di prevenzione.
Cosa succede se gli orari dell’obbligo di firma coincidono con i miei turni di lavoro?
Il giudice ha il dovere di valutare questa incompatibilità. Se la misura pregiudica l’attività lavorativa, deve essere annullata o modificata per renderla compatibile con gli impegni professionali.
In questo caso è stato annullato anche il divieto di entrare allo stadio?
No. La Corte ha annullato solo l’obbligo di presentazione alla polizia, perché incompatibile con il lavoro del ricorrente. Il divieto di accedere agli impianti sportivi (DASPO) è rimasto valido.