Atto Abnorme e Termini Processuali: La Cassazione Fa Chiarezza
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16127 del 2023, interviene su un tema cruciale della procedura penale: la natura dei termini processuali e le conseguenze della loro violazione. La pronuncia offre un’importante lezione su cosa costituisce un atto abnorme, ovvero quel provvedimento giudiziario che, per la sua anomalia, paralizza il processo anziché farlo progredire. Analizziamo insieme questa decisione che riafferma i principi di efficienza e ragionevole durata del processo.
I Fatti di Causa
Il caso trae origine da un procedimento penale davanti al Tribunale di Roma. Il giudice, per ben due volte, aveva disposto la restituzione degli atti al Pubblico Ministero. Il motivo? Il mancato rispetto del termine di trenta giorni, previsto dall’art. 552, comma 1-bis, c.p.p., per l’emissione del decreto di citazione a giudizio dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
La prima volta, il Tribunale aveva qualificato tale violazione come una nullità. A seguito di ciò, il PM aveva emesso un nuovo decreto di citazione. Tuttavia, il Tribunale lo aveva nuovamente ritenuto nullo, sostenendo che il PM avrebbe dovuto emettere un nuovo avviso di conclusione delle indagini (ex art. 415-bis c.p.p.) per far decorrere un nuovo termine di trenta giorni. Questa interpretazione ha creato una situazione di stallo processuale insuperabile.
Il Ricorso del PM e la Questione dell’Atto Abnorme
Di fronte a questa seconda regressione del procedimento, la Procura della Repubblica ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo l’abnormità del provvedimento del Tribunale. Secondo il PM, il termine in questione è puramente “ordinatorio” e la sua inosservanza costituisce una mera irregolarità, non sanzionata con la nullità. L’ordinanza del giudice, quindi, non solo era errata in diritto, ma aveva anche causato una paralisi procedurale, costringendo il processo a un loop senza via d’uscita. Di fatto, l’accusa veniva rimessa in termini per un adempimento (il nuovo avviso di conclusione indagini) già validamente compiuto e non affetto da alcuna nullità.
Le motivazioni: L’analisi sull’atto abnorme della Cassazione
La Corte di Cassazione ha accolto pienamente le argomentazioni della Procura, definendo l’ordinanza del Tribunale un classico esempio di atto abnorme. Gli Ermellini hanno innanzitutto ricordato che l’abnormità è una patologia dell’atto giudiziario che, sebbene non espressamente prevista come impugnabile, si caratterizza per essere radicalmente incompatibile con il sistema processuale. Si manifesta quando il giudice esercita un potere in totale difformità dal modello legale.
Nel caso specifico, il Tribunale ha commesso un duplice errore che ha generato l’anomalia:
- Errata qualificazione del termine: Ha trattato un termine pacificamente ordinatorio, la cui funzione è solo quella di accelerare la definizione di alcuni procedimenti, come se fosse un termine perentorio, la cui violazione comporta la decadenza o la nullità. In assenza di una previsione di legge esplicita, un termine si presume ordinatorio.
- Ingiustificata regressione del procedimento: Facendo discendere da questa errata premessa una nullità, il giudice ha imposto al PM un adempimento superfluo e irragionevole (l’emissione di un nuovo avviso di conclusione indagini), causando una grave e ingiustificata regressione del processo a una fase già conclusa. Questo ha comportato non solo un rallentamento, ma una vera e propria stasi, in violazione dei principi costituzionali di efficienza e ragionevole durata del processo.
La Corte ha sottolineato che l’emissione di un nuovo avviso non avrebbe comunque sanato nulla, in quanto le indagini erano già chiuse da tempo e l’avviso originario era perfettamente valido.
Le conclusioni
In conclusione, la Cassazione ha annullato senza rinvio l’ordinanza impugnata e ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale di Roma per la prosecuzione del giudizio. Questa sentenza riafferma un principio fondamentale: i giudici non possono creare cause di nullità non previste dalla legge né possono interpretare i termini processuali in modo da ostacolare, anziché favorire, il corretto e celere svolgimento del processo. La qualifica di atto abnorme serve proprio a porre rimedio a queste deviazioni funzionali che minano le fondamenta del sistema processuale, garantendo che il processo possa proseguire verso la sua naturale conclusione.
La violazione del termine per emettere il decreto di citazione a giudizio (art. 552, co. 1 bis, c.p.p.) causa la nullità dell’atto?
No. Secondo la Corte di Cassazione, si tratta di un termine ordinatorio, la cui violazione non è causa di nullità ma costituisce una mera irregolarità per la quale non è prevista alcuna sanzione processuale.
Quando un’ordinanza del giudice può essere considerata un “atto abnorme”?
Un’ordinanza è considerata un “atto abnorme” quando, pur non essendo specificamente impugnabile, si discosta radicalmente dal modello processuale previsto dalla legge, esercitando un potere in difformità dal sistema e causando una stasi insuperabile o una regressione ingiustificata del procedimento.
Cosa succede se un giudice dichiara nullo un decreto di citazione per il ritardo nella sua emissione e ordina al PM di emettere un nuovo avviso di conclusione indagini?
Secondo la sentenza, tale provvedimento è abnorme. La Corte di Cassazione lo annulla senza rinvio e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale affinché il processo prosegua, poiché l’imposizione di un adempimento non necessario (nuovo avviso ex art. 415 bis) causa un’ingiustificata regressione e uno stallo del procedimento.