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Socio lavoratore di cooperativa: la realtà batte il contratto

L’INPS ha richiesto a una cooperativa il pagamento di contributi omessi per oltre undicimila euro. L’ente previdenziale ha riqualificato le prestazioni di alcuni soci, addetti alla logistica e alle pulizie, in rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, respingendo il ricorso della cooperativa. La Suprema Corte ha stabilito che la figura del socio lavoratore di cooperativa non esclude la subordinazione se, nei fatti, l’attività è etero-organizzata. I lavoratori svolgevano compiti ripetitivi, senza attrezzature proprie e senza assumere rischi d’impresa, ricevendo una paga oraria fissa. Di conseguenza, la qualificazione formale del contratto cede di fronte alla realtà pratica del rapporto di lavoro, obbligando la cooperativa a versare i contributi dovuti.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 18750 Anno 2026
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Pubblicato il 20 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso del socio lavoratore di cooperativa e la finta autonomia

Molte aziende operanti nei servizi utilizzano lo schema societario per gestire le attività di logistica e pulizia. Tuttavia, la figura del socio lavoratore di cooperativa non può essere utilizzata come uno scudo formale per nascondere un normale rapporto di lavoro dipendente. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato proprio questo tema estremamente delicato per il settore produttivo. L’INPS ha contestato a una cooperativa di logistica l’omesso versamento di contributi previdenziali per diverse migliaia di euro. L’ente previdenziale ha riqualificato d’ufficio i rapporti dei soci in veri e propri contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La cooperativa ha proposto ricorso in sede giudiziaria, sostenendo che i lavoratori fossero autonomi e partecipassero direttamente al rischio d’impresa. La Cassazione ha respinto integralmente queste tesi difensive, confermando che la realtà pratica dei fatti prevale sempre sulle etichette contrattuali.

Come riconoscere il vero lavoro subordinato

I giudici di merito hanno analizzato con estrema precisione le modalità pratiche con cui i soci svolgevano la propria attività quotidiana. Nel caso specifico, i lavoratori operavano costantemente all’interno di un appalto per la movimentazione delle merci. Essi svolgevano mansioni semplici, ripetitive e continuative di pulizia e facchinaggio. I lavoratori non possedevano attrezzature di loro proprietà e non avevano effettuato alcun investimento economico per lo svolgimento dell’attività. Inoltre, essi non assumevano alcun rischio d’impresa, elemento che invece caratterizza il vero lavoratore autonomo o il socio imprenditore. La loro retribuzione era calcolata esclusivamente su base oraria ed era già prestabilita nei contratti individuali. In caso di malattia o maternità, intervenivano le tutele standard dell’INPS. Tutti questi elementi costituiscono i classici indici della subordinazione che cancellano qualsiasi diversa qualificazione formale decisa dalle parti.

Le motivazioni della Cassazione sul socio lavoratore di cooperativa

Nelle motivazioni della decisione, i giudici di legittimità hanno chiarito un principio giuridico fondamentale riguardante il socio lavoratore di cooperativa. Il rapporto di lavoro che si affianca a quello associativo deve rispondere allo schema tipico stabilito in modo inderogabile dalla legge. Né il legislatore ordinario né i privati contraenti hanno il potere di sottrarre un rapporto di lavoro subordinato alle sue tutele previdenziali e assistenziali. Il giudice ha il dovere di indagare il comportamento complessivo delle parti, valutando anche la fase successiva alla firma del contratto. Se i soci sono assoggettati al potere direttivo e organizzativo dei responsabili della cooperativa, il rapporto è subordinato. La facoltà teorica dei soci di rifiutare il lavoro o di lavorare per terzi non esclude la subordinazione se l’attività quotidiana è totalmente etero-organizzata.

Le conclusioni sul recupero dei contributi da parte dell’INPS

La decisione della Suprema Corte si conclude con il totale rigetto del ricorso presentato dalla cooperativa di servizi. Questa importante pronuncia conferma l’orientamento rigoroso della giurisprudenza contro i contratti di lavoro fittizi. La cooperativa deve pagare integralmente i contributi previdenziali richiesti dall’INPS, oltre alle sanzioni civili e alle spese di giudizio. Questa sentenza lancia un messaggio chiaro a tutte le imprese che operano nel settore della logistica. I datori di lavoro non possono aggirare i costi della previdenza sociale attraverso l’uso distorto dello status di socio. La tutela dei lavoratori e la regolarità dei versamenti contributivi rappresentano interessi pubblici indisponibili che lo Stato difende con rigore. Chi viola queste regole rischia la riqualificazione forzata dei rapporti di lavoro.

Quando il socio di una cooperativa viene considerato un lavoratore subordinato?
Il socio è considerato dipendente quando svolge compiti ripetitivi senza usare attrezzature proprie, non assume rischi d’impresa e riceve una paga oraria fissa.

Cosa prevale tra il contratto firmato e lo svolgimento pratico del lavoro?
Lo svolgimento pratico del lavoro prevale sempre sul contratto scritto, poiché il giudice valuta il comportamento concreto delle parti e non le definizioni formali.

Quali sono le conseguenze per la cooperativa se il rapporto viene riqualificato?
La cooperativa deve versare all’INPS tutti i contributi previdenziali precedentemente omessi, oltre a pagare le sanzioni civili e le spese legali del giudizio.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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