\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Socia-manager e dipendente: rapporto finto, stipendi da restituire

Una socia e amministratrice di un’azienda di famiglia, formalmente assunta anche come ‘responsabile di stabilimento’, è stata condannata a restituire oltre 800.000 euro di stipendi. I giudici hanno ritenuto il suo rapporto di lavoro subordinato fittizio, data la totale assenza di subordinazione. Essendo contitolare dell’impresa e ricoprendo cariche di vertice come vicepresidente e amministratore delegato, esercitava di fatto il controllo sulla società. Questa situazione ha evidenziato la chiara incompatibilità tra socio amministratore e lavoratore subordinato. Sebbene la manager avesse fatto ricorso in Cassazione, il processo si è estinto per un accordo raggiunto tra le parti, che ha reso definitiva la condanna alla restituzione delle somme.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 9359 Anno 2023
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Socio e dipendente: quando il doppio ruolo è solo una finzione

È possibile essere contemporaneamente soci, amministratori e dipendenti della stessa azienda? Una recente vicenda giudiziaria chiarisce i confini di questa complessa situazione, evidenziando il principio di incompatibilità socio amministratore lavoratore subordinato quando manca un reale vincolo di sottomissione al potere altrui. Il caso analizzato riguarda una manager che, pur essendo formalmente una dipendente, era nei fatti al vertice decisionale della società di famiglia. Questa sovrapposizione di ruoli ha portato i giudici a dichiarare inesistente il rapporto di lavoro, con conseguenze economiche molto pesanti.

I fatti: una manager al vertice e dipendente di sé stessa

La protagonista della vicenda era stata assunta con la qualifica di responsabile di stabilimento in una Società per Azioni. Allo stesso tempo, però, non era una semplice impiegata. Deteneva infatti una quota del capitale sociale pari al 13,33%, esattamente come la madre e la sorella. Insieme, le tre donne esercitavano il pieno controllo sulla società. Non solo: la manager ricopriva anche le cariche di vicepresidente e di amministratore delegato. Di fatto, si trovava nella posizione di impartire ordini a sé stessa, senza essere soggetta al controllo o alle direttive di nessun altro organo aziendale.

Il cuore del problema: l’incompatibilità socio amministratore lavoratore subordinato

Il punto centrale della questione giuridica risiede nel concetto di ‘subordinazione’, elemento essenziale di qualsiasi contratto di lavoro dipendente secondo l’articolo 2094 del Codice Civile. Un lavoratore è ‘subordinato’ quando esegue le sue mansioni sotto la direzione e il controllo del datore di lavoro. Nel caso specifico, questa condizione era del tutto assente. La manager, in qualità di amministratore delegato e contitolare, era essa stessa il ‘capo’. Non poteva, logicamente e giuridicamente, essere contemporaneamente controllore e controllato. Questa situazione crea una totale incompatibilità tra socio amministratore e lavoratore subordinato, rendendo il rapporto di lavoro una mera finzione formale.

La decisione del Tribunale: un rapporto di lavoro inesistente

La Corte d’Appello ha analizzato la situazione concreta e ha concluso che l’assunzione della manager era puramente formale. Il rapporto di lavoro è stato dichiarato inesistente per mancanza del requisito fondamentale della subordinazione. Di conseguenza, tutti gli stipendi e le competenze che aveva percepito in qualità di dipendente sono stati considerati ‘non dovuti’. La Corte ha quindi condannato la donna alla restituzione di una somma lorda enorme: ben 817.356,23 euro.

Le motivazioni: l’assenza del vincolo di subordinazione

La decisione dei giudici si fonda su una valutazione oggettiva dei fatti. La manager non era soggetta ad alcun potere direttivo esterno. Anzi, in virtù delle sue cariche sociali e della sua quota di capitale, partecipava direttamente all’esercizio del potere decisionale e di controllo sull’intera azienda. Non riceveva ordini, ma li impartiva. Non era sottoposta a controlli sull’orario o sulle modalità di lavoro, tipici di un dipendente. La sua posizione al vertice rendeva impossibile configurare quel vincolo di dipendenza che giustifica un contratto di lavoro subordinato. Il rapporto era, in sostanza, una costruzione artificiale priva di sostanza.

Le conclusioni: la transazione estingue il processo in Cassazione

Dopo la condanna in Appello, la manager ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Tuttavia, prima che i giudici supremi potessero pronunciarsi, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. La ricorrente ha rinunciato al ricorso e l’Azienda Fallita ha accettato la rinuncia. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha semplicemente dichiarato l’estinzione del processo. Questo esito non cancella il principio di diritto affermato dalla Corte d’Appello. La condanna alla restituzione delle somme è diventata definitiva tra le parti e il caso rimane un esempio emblematico dei rischi legati alla fittizia costituzione di rapporti di lavoro con soci che detengono il controllo dell’azienda.

Un socio di una S.p.A. può essere anche un dipendente?
Sì, ma solo se non ha il controllo della società e svolge mansioni concrete sotto la direzione di un altro organo sociale, dimostrando un reale vincolo di subordinazione.

Cosa succede se un rapporto di lavoro con un socio amministratore viene dichiarato fittizio?
Il socio deve restituire tutti gli stipendi e i contributi percepiti, poiché il contratto di lavoro è considerato nullo per mancanza dell’elemento essenziale della subordinazione.

Chi decide se un rapporto di lavoro è subordinato o no?
In caso di controversia, è il Giudice del Lavoro a valutare caso per caso la presenza effettiva del vincolo di subordinazione, analizzando le modalità concrete di svolgimento della prestazione.

Provvedimenti correlati

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati