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S.p.A. Pubblica e Lavoro: la Cassazione nega la stabilizzazione

Una lavoratrice con un contratto a progetto chiede la trasformazione del suo rapporto in un lavoro a tempo indeterminato. L’azienda, pur essendo una S.p.A., è interamente partecipata dal Ministero del Lavoro e persegue fini pubblici. La Corte di Cassazione ha stabilito che la natura pubblicistica dell’ente prevale sulla forma privata. Di conseguenza, si applica il **divieto di conversione del contratto** previsto per il pubblico impiego. La richiesta della lavoratrice è stata respinta, confermando che in questi casi è possibile ottenere solo un risarcimento del danno, se richiesto, ma non la stabilizzazione del posto di lavoro.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 5229 Anno 2023
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Pubblicato il 22 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Lavorare per una S.p.A. pubblica: quando il contratto non si converte

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale per chi lavora con contratti flessibili per società a capitale pubblico. Il caso riguarda una lavoratrice assunta con più contratti a progetto che chiedeva la trasformazione del suo rapporto in un contratto a tempo indeterminato. La sua richiesta si basava sulla presunta illegittimità dei contratti. Tuttavia, la Corte ha stabilito che per questi datori di lavoro vige il divieto di conversione del contratto, una regola che tutela l’accesso al pubblico impiego tramite concorso. Questa decisione mostra come la forma giuridica di un’azienda, come quella di Società per Azioni, non sia sufficiente a definirne la natura, specialmente quando lo Stato è l’unico proprietario.

La vicenda: un contratto a progetto e la richiesta di stabilità

La storia inizia quando una lavoratrice, dopo aver collaborato per un certo periodo con una Società per Azioni, decide di agire in giudizio. Il suo obiettivo era ottenere il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Sosteneva che i suoi contratti a progetto mascherassero in realtà un lavoro dipendente continuativo. La lavoratrice chiedeva quindi la cosiddetta ‘conversione’ del contratto, una tutela prevista dalla legge quando un datore di lavoro abusa di forme contrattuali precarie.

Il punto cruciale della controversia, però, non era tanto la natura del lavoro svolto, quanto l’identità del datore di lavoro. L’azienda, infatti, pur essendo una S.p.A., era interamente controllata dal Ministero del Lavoro e svolgeva servizi per la promozione dell’occupazione, senza scopo di lucro. Questa caratteristica ha cambiato completamente le carte in tavola.

Il divieto di conversione del contratto nel settore pubblico

La legge italiana stabilisce una differenza netta tra datori di lavoro privati e pubblici. Mentre nel settore privato un contratto a termine illegittimo viene convertito in un rapporto a tempo indeterminato, nel settore pubblico questa sanzione non si applica. La ragione è proteggere un principio costituzionale: l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni deve avvenire tramite concorso pubblico. Consentire la conversione automatica dei contratti precari creerebbe una via d’accesso alternativa e non meritocratica.

Per questo motivo, per i lavoratori pubblici, la legge prevede solo il diritto a un risarcimento del danno in caso di abuso di contratti a termine. La Corte ha quindi dovuto stabilire se l’azienda in questione dovesse essere considerata un soggetto privato o pubblico, nonostante la sua forma societaria.

Le motivazioni: il divieto di conversione del contratto nel pubblico impiego

La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici precedenti, basandosi su un’analisi sostanziale e non formale. I giudici hanno osservato che l’azienda era a capitale interamente pubblico, sottoposta al controllo e all’indirizzo di organi governativi e perseguiva finalità di interesse pubblico. Era, in sostanza, un ‘ente strumentale’ dello Stato. Questa natura pubblicistica, già affermata in passato anche dalla Corte Costituzionale, fa sì che l’azienda sia equiparata a una pubblica amministrazione ai fini delle regole sul lavoro.

Di conseguenza, la Corte ha applicato l’articolo 36 del Decreto Legislativo 165/2001, che stabilisce il divieto di conversione del contratto per le pubbliche amministrazioni. La richiesta della lavoratrice di ottenere un posto a tempo indeterminato è stata quindi respinta perché giuridicamente impossibile.

Le conclusioni: la decisione della Cassazione

La Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, condannandola anche al pagamento delle spese processuali. La sentenza ribadisce un principio consolidato: la forma di Società per Azioni non è sufficiente a escludere la natura pubblica di un datore di lavoro. Se l’ente è controllato dallo Stato e persegue fini pubblici, si applicano le regole del pubblico impiego, incluso il divieto di conversione del contratto. La lavoratrice avrebbe potuto chiedere un risarcimento per l’eventuale uso abusivo dei contratti, ma non la stabilizzazione. La sua domanda, incentrata solo sulla conversione, non poteva essere accolta.

Un contratto a progetto con una società a capitale pubblico può essere convertito in indeterminato?
No, di regola vige il divieto di conversione del contratto per i datori di lavoro pubblici o a loro equiparati, anche se hanno la forma di società per azioni. L’accesso al pubblico impiego deve avvenire tramite concorso.

Cosa spetta al lavoratore se un ente pubblico abusa di un contratto a termine?
Il lavoratore non ha diritto alla conversione del contratto in un rapporto a tempo indeterminato, ma può richiedere in giudizio un risarcimento del danno per l’illegittimo utilizzo del contratto precario.

Come si stabilisce se una società è un ente pubblico ai fini del lavoro?
I giudici valutano la sostanza dell’ente: il capitale interamente pubblico, il controllo esercitato dallo Stato e il perseguimento di finalità di interesse pubblico sono elementi che la qualificano come pubblica amministrazione, a prescindere dalla forma societaria.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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